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PERSONAGGI

Valentina Cortese: contraddizione di una diva

Un personaggio particolare quello di Valentina Cortese. Cinema e teatro sono state le sue dimore artistiche lungo tutta una vita, soprattutto il secondo se si pensa a lei come protagonista incontrastata mentre recita Brecht, Schiller, Čechov o Pirandello e diretta da Strehler, Zeffirelli, Visconti o Chéreau. Invece nel cinema?

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Un personaggio particolare quello di Valentina Cortese. Cinema e teatro sono state le sue dimore artistiche lungo tutta una vita, soprattutto il secondo se si pensa a lei come protagonista incontrastata mentre recita Brecht, Schiller, Čechov o Pirandello e diretta da Strehler, Zeffirelli, Visconti o Chéreau. Invece nel cinema?

«Sono un’attrice vecchio stile, con la voce flautata. Nella vita, lo so, cerco di fare il clown, cerco di tenermi questa etichetta che mi hanno messo addosso della diva un po’ evanescente, e che in fondo mi va bene, mi protegge e mi fa comodo.»

Valentina Cortese ha compiuto i 93 anni lo scorso primo gennaio. Donna infaticabile, attrice eterea e diva del palcoscenico, Cortese ha da sempre sentito la vocazione verso l’arte della recitazione. Greta Garbo e Sarah Bernhardt  sono stati i suoi principali modelli da cui ha attinto per creare quell’alone di fascino ed eleganza spesso sopra le righe (in senso buono, ça va sans dire) che da sempre l’ha contraddistinta come ambasciatrice di un divismo ormai crepuscolare.

Dai primissimi ruoli a Cinecittà sotto la guida di Carmine Gallone, Alessandro Blasetti e Luigi Zampa, Cortese ha portato sugli schermi italiani un personaggio che fino a quel momento lo si poteva identificare con Olivia de Havilland (e prima ancora con Mary Pickford): l’ingenua. Sognatrice, romantica e un po’ lagnosa, desiderosa di amore e affamata di attenzioni, Valentina Cortese riesce a pieno nell’intento recitativo, attraverso il personaggio di Lisabetta ne La cena delle beffe (1941) di Alessandro Blasetti. In un dialogo tra l’attrice e Amedeo Nazzari si coglie la pura fragilità della giovane, contrappuntata dall’arrogante fermezza del più navigato personaggio maschile, in un gioco di rimandi tra “acqua santa” e “diavolo”.

Successivamente alle esperienze cinematografiche romane, Cortese riesce sempre più a emergere nella folta schiera di attrici italiane, grazie a un registro drammaturgico che riusciva ad andare al di là delle semplici performance preconfezionate degli esordi, tanto che nel 1949 – anno cruciale per la sua carriera – l’inglese Henry Cass la vuole come coprotagonista nel suo La montagna di cristallo e la critica rimane colpita da una prova recitativa notevole. Da qui il passo verso Hollywood si fa brevissimo. Sempre nello stesso anno l’attrice milanese affianca Orson Welles in Cagliostro (Black Magic) per la regia di Gregory Ratoff, viene diretta da Jules Dassin ne I corsari della strada e divide il set di Malesia con Spencer Tracy e James Stewart.

Tutto pareva andare per il verso giusto: produzioni modeste ma con équipes prestigiose, lusso e sfarzo in ogni dove e in ogni party, ma l’incrinatura stava per arrivare. Una lite di natura sessuale con il boss Darryl F. Zanuck, leader della 20th Century Fox (nella quale Cortese era sotto famoso contratto-capestro settennale) la obbligò velocemente a cambiare idea sulla Mecca del cinema e su una continuativa carriera made in U.S.A. La potenza di Zanuck si fece sentire e l’attrice rimase ferma per qualche tempo, nel 1951 viene diretta da Robert Wise in Ho paura di lui e l’anno dopo possiede le proprietà per convince il regista di Secret people a scritturare nel cast artistico una semi-sconosciuta Audrey Hepburn.

Edgar Morin, nel suo libro I divi, parla di “vedette”, ovvero quelle figure attoriali che non riescono ad assurgere al rango di star per eccellenza, ma sono comunque in una posizione tale da potersi permettere ruoli di primo piano sia sul set che nella vita pubblica. Durante il periodo hollywoodiano, Valentina Cortese la possiamo definire più come “vedetta” moriniana che come diva irraggiungibile. I crismi divistici li possiede, ma le manca quel gradino in più sul piano lavorativo: le produzioni erano relegate al piano medio(-cre) della distribuzione filmica e la critica – seppur lodando le sue interpretazioni – non rimase particolarmente colpita dal complesso generale.

Concluso il periodo con la 20th Century Fox, Cortese torna in Italia, trasferendosi prima a Roma e successivamente nella sua amata Milano (dove rincontrerà Giorgio Strehler). I ruoli che ricopre in questa fase di carriera non sono da protagonista, ma da comprimaria. Sulle locandine il suo nome compare sempre dopo il titolo del film, talvolta accreditata come partecipazione straordinaria. Questo è interessante per riuscire a comprendere che Valentina Cortese è stata, sì, relegata a ruoli secondari (in alcuni casi a fugaci comparsate) ma pur sempre fondamentali per lo svolgimento narrativo, interpretando personaggi dal forte impatto visivo e iconico. Basti pensare a Le amiche (Michelangelo Antonioni, 1955), La ragazza che sapeva troppo (Mario Bava, 1962), Giulietta degli spiriti (Federico Fellini, 1965), L’assassinio di Trotsky (Joseph Losey, 1972), Tango blu (Alberto Bevilacqua, 1987), Le avventure del Barone di Münchausen (Terry Gilliam, 1988).

Tre film possono risultare incisivi per decifrare il metodo recitativo di Valentina Cortese durante questa seconda parte di carriera e definire il suo coinvolgimento da comprimaria unito al divismo più autentico: Effetto notte (François Truffaut, 1973), Appassionata (Gianluigi Calderone, 1974) e Il cav. Costante Nicosia Demoniaco ovvero Dracula in Brianza (Lucio Fulci, 1975). Abbiamo il metacinema per antonomasia, il dramma erotico e la commedia-farsa. Il personaggio di Séverine nel film di Truffaut (ruolo che le fece ricevere una nomination all’Oscar) funge da prototipo assoluto, toccando le corde parodistiche dell’attrice. Cortese corrisponde a determinati standard recitativi e qui ne ha esteso ogni caratteristica, passando da diva a parodia di una diva: una maschera sublime di pierrot consapevole della propria fine inarrestabile, scaturendo nello spettatore una visione tragicomica della situazione nella quale lei stessa vive.

Il corpo, la voce, il gesto e la drammaturgia rimangono sul filo dell’esasperazione anche nei film di Calderone e Fulci. Nel primo (personaggio di Elisa) l’attrice diviene maschera dannunziana che cova una psicosi barcollante pronta a scatenarsi da un momento all’altro, facendo riecheggiare quei fantasmi di un passato ormai remoto, quasi una sorta di Norma Desmond nostrana. Nel secondo (personaggio di Olghina Franchetti per il quale, a differenza di quello che riportano alcune fonti, Cortese non è stata doppiata da Liù Bosisio, ma recita con la propria voce) troviamo una maschera anch’essa nobile e decadente, ma dai toni più comici e frizzanti (complice un vampiresco Lando Buzzanca) impastati da una ninfomania incontrollata, scandita attraverso l’uso di un vocabolario che alterna un gustoso italiano démodé a un esilarante dialetto milanese. Tra Guido Gozzano e Carlo Bertolazzi.

In tutti e tre i casi la voce e il gesto sono elementi fulcro che risaltano maggiormente riguardo le performance. Cortese, attraverso una modulazione dolce e flebile (con tanto di immancabile birignao e digressioni in francese) è riuscita a reinventare e a rendere soavi, originali e divertenti personaggi eticamente impegnativi (un’alcolizzata, una schizofrenica e una ninfomane), tanto che il critico francese Bernard Dort l’ha definita “La contraddizione”: «In apparenza e anche, a volte, nella vita quotidiana, Valentina Cortese è una “diva”: ne possiede la bellezza, l’esotismo, i capricci. Ma chi scorre l’elenco dei suoi ruoli si accorge che esso è assai poco conforme a quello di una star tradizionale. Certo, essa porta da un ruolo all’altro certi suoi gesti (il modo di ingarbugliarsi i capelli, ad esempio) e certe sue intonazioni predilette (la voce strascinata, fino al gemito, sulle vocali). Ma è ogni volta diversa. Riconoscibile e irriconoscibile. Sempre stupefacente. Stranamente contraddittoria». Un’attrice comprimaria sulla celluloide ma con un impatto talmente violento e vigoroso da risultare, anche nella settima arte, diva in maniera imperante. Basti pensare alle fotografie scattate da Pierluigi Praturlon, Fiorenzo Niccoli, Marcello Scopelliti e Giovanni Gastel o agli abiti barocchi che indossa in ogni occasione (con tanto di foulard intonato) firmati da Roberto Capucci, Christian Dior e Valentino: strumenti per confermare il proprio status sociale e attoriale attraverso un glamour accessibile a pochissimi.

Paradossalmente, se durante il periodo della golden age hollywoodiana Valentina Cortese poteva essere considerata una “vedetta” di primo piano, a tutt’oggi ritroviamo un’autentica diva irraggiungibile.

Francesco Foschini