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IN SALA

Ma che bella sorpresa

In Ma che bella sorpresa si inciampa in tanti elementi che richiamano situazioni e materie drammaturgiche già transitate davanti ai nostri occhi. Alla base di questa tragicommedia davvero poco esaltante, il contrapporre la realtà alla fantasia/idealizzazione in una sorta di dimensione parallela non aiuta di certo a sgomberare dalla mente del fruitore il dejà vu che si fa sempre più pressante

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Qualche settimana fa, Carlo Verdone chiamava all’appello colleghi e addetti ai lavori nostrani, invitandoli a ripensare al passato glorioso della commedia all’italiana e non solo, autentica fucina di idee e storie originali, anziché andare a spiare nel giardino del vicino per poi “scopiazzare” qua e là all’occorrenza. Ciò non significa andare a scomodare cult o pietre miliari con abominevoli sequel (fratelli Vanzina docet), o ancora peggio provare a dare una nuova veste a un’opera celebre dei bei tempi che furono, attualizzandola attraverso uno scellerato tentativo di remake che, anche se portatore di buoni incassi, per quanto ci riguarda sul versante della resa finisce con l’offenderne la memoria, come nel caso di Aspirante vedovo, con il quale Massimo Venier ha omaggiato nel peggiore dei modi Il vedovo di Dino Risi.

Campanello d’allarme o orgoglioso atto di rivendicazione della propria identità artistica, chiamatelo come volete, resta il fatto che questa pratica di prendere in prestito plot di pellicole di successo da cinematografie straniere, riadattandole alla realtà sociale e agli stereotipi italioti, non mostra alcun segno di cedimento, al contrario appare come una tendenza votata all’incremento. Così, da Benvenuti al Sud in poi non si è fatto altro che andare a caccia nella riserva altrui, in cerca di quel qualcosa che gli autori e gli sceneggiatori nostrani improvvisamente sembrano non riuscire più a mettere su carta. Di conseguenza, per far fronte a questa moria e siccità creativa che pare averci colpito, una delle poche strade rimaste da percorrere per continuare a portare introiti nelle casse, è proprio quella di “copiare” dai cugini francesi (ultimo in ordine di tempo il recente Il nome del figlio, tratto dalla fortunata pièce teatrale di Alexandre De la Atellière e Matthieu Delaporte dal titolo “Le prénom” che nel 2012, per mano degli stessi autori, è diventata l’altrettanto fortunata commedia per il grande schermo Cena tra amici), o addirittura volare oltreoceano alla volta del Sud America per fare tappa, prima in Argentina per acquisire i diritti di Un fidanzato per mia moglie di Juan Taratuto e trasformarlo nell’ultima fatica dietro la macchina da presa di Davide Marengo, ora in Brasile per mettere le mani su A Mulher Invisivel di Claudio Torres, diventato il Ma che bella sorpresa di Alessandro Genovesi.

Nelle sale con Medusa a partire dall’11 marzo in 450 copie, il film racconta le vicende di Guido (Claudio Bisio), romantico sognatore e professore di letteratura al liceo, la cui vita va in pezzi quando la sua fidanzata , con cui convive da anni, lo lascia per un altro uomo. Paolo (Frank Matano) – un suo ex svogliato studente diventato insegnante di educazione fisica – è il suo migliore amico e farà di tutto per aiutarlo a uscire dalla crisi. Per questo convocherà a Napoli i milanesissimi genitori di lui. La vita di Guido sembra tornare a sorridere grazie all’incontro con Silvia (Chiara Baschetti), sua nuova vicina di casa. Lei non è solo bellissima, ma si intende di sport, tifa per la stessa squadra di calcio, ama girare per casa in lingerie e apprezza tutti i piccoli romantici gesti che Guido ama fare: passeggiate in bicicletta, mazzi di fiori, tramonti … insomma, la donna perfetta! Ma la donna perfetta esiste? Con questo interrogativo dovranno fare i conti i nostri protagonisti, compresa la bella Giada (Valentina Lodovini), dirimpettaia romantica e innamorata segretamente di Guido.

Il regista lombardo fa suo il baricentro drammaturgico dell’opera carioca, apportando qualche aggiunta (i genitori di Guido) e una serie di correzioni (nell’originale Guido è un controllore del traffico e non un insegnante di italiano al liceo, i due protagonisti sono coetanei, mentre qui appartengono a generazioni diverse), a cominciare dallo spostamento dell’azione da San Paolo del Brasile a Napoli. Questo trasloco suggerisce subito alcuni interessanti spunti di riflessione: se da una parte risulta apprezzabile il fatto di non aver dipinto e mostrato la città partenopea come una cloaca sommersa dai rifiuti, figlia dell’abbandono e schiava della criminalità organizzata, come da decenni siamo abituati a vederla sul grande e piccolo schermo, dall’altra l’ambientare la storia nella regione campana, per di più con tutta una serie di analogie facilmente rintracciabili con la pellicola di Luca Miniero, non può fare altro che trasmettere alla platea l’idea di trovarsi al cospetto di qualcosa di già visto e sentito. In questo modo, anche se personaggi e plot vengono spostati dal Cilento al napoletano, nessuno può cancellare dalla mente dello spettatore quella fastidiosa sensazione di dejà vu causata dalla presenza in entrambi i cast di alcuni attori in comune (Bisio e Lodovini), amplificata dalla scelta di dare di nuovo spazio alla dicotomia Nord-Sud trapiantando per l’ennesima volta il milanese Bisio in quel del meridione. Se poi, autori e produttori pensavano che sarebbe stato sufficiente cambiare il 50% della coppia protagonista, sostituendo Alessandro Siani con Frank Matano, per eliminare la suddetta sensazione, allora hanno fatto male i loro calcoli, perché il popolo non è bue.

In Ma che bella sorpresa l’originalità viene ancora meno quando si inciampa in tanti altri elementi che richiamano situazioni e materie drammaturgiche già transitate davanti ai nostri occhi, ma che per non rischiare di spoilerare la trama evitiamo di elencare in questa sede. Ci limiteremo a dire che alla base di questa tragicommedia davvero poco esaltante, il contrapporre la realtà alla fantasia/idealizzazione in una sorta di dimensione parallela non aiuta di certo a sgomberare dalla mente del fruitore il dejà vu che si fa sempre più pressante. Genovesi e lo sceneggiatore Giovanni Bognetti si sforzano in tutti i modi di nascondere le indubbie mancanze, gettando ciò che hanno a disposizione in un pentolone nel quale bolle un minestrone di sketch, battute, situazioni e gag che hanno il sapore della minestra riscaldata. Ma la cosa più preoccupante è il fatto che si ride con il contagocce e quel poco (le sequenze che possono contare sulla presenza della spassosa coppia di genitori formata da Ornella Vanoni e Renato Pozzetto) non è sufficiente a ricambiare il prezzo del biglietto.

Francesco Del Grosso

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  • Anno: 2015
  • Durata: 91'
  • Distribuzione: Medusa
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Alessandro Genovesi
  • Data di uscita: 11-March-2015