Un suono intimo, dolce, vibrante. Il rumore dello scrosciare delle onde, del mare, sfondo di viaggio, avventure e e insieme e molto spesso disavventure, al ritmo di note leggere e armoniche di un flauto in sottofondo. È lo stesso mare, e lo stesso suono, che hanno attraversato e attraversano, hanno ascoltato e ascoltano, migliaia di persone che, nel tentativo di salvarsi e nella speranza di trovare, dall’altra parte, un posto e una vita migliore, spesso, però, invano. Le medesime onde e le medesime note, riconosciute e ripetute da Khaled, personaggio protagonista del cortometraggio di Massimo Pellegrinotti, Le note di Khaled, presentato in concorso al Siciliambiente Film Festival. E che racconta, in maniera delicata e silenziosa, la lotta per la sopravvivenza, nella precarietà e nello sfruttamento, in cui quel flauto arabo, unico oggetto e ancora al passato e alla propria vita precedente, è l’unica cosa, ancora, su cui fare affidamento.
La prigionia della penombra
Un sussurro di acqua, che potrebbe sembrare il preludio di una sinfonia marittima e poi urbana, si trasforma e si rivela, invece, in una prigione silenziosa. E che prende le forme di un autolavaggio nella periferia romana dove Khaled, giovane migrante clandestino, lavora a nero in attesa che i trafficanti lo trasferiscano a lavorare nei campi. Tra quell’autolavaggio, quasi non luogo, claustrofobico, in cui i lavoratori si confondono e, sfruttati e sottopagati, sembra esserne cancellata l’identità, e il campo allestito a dormitorio, si estende l’odissea, immobile, di chi vive soltanto nella penombra della legalità.
È in quest’oscurità, in un’esistenza priva e sprovvista di tutela, che anche il più piccolo gesto e il minimo imprevisto, possono tradursi nell’azzeramento della stessa, e in una disperazione che, seppur silenziosa, fa più rumore di qualsiasi suono. E quel piccolo imprevisto, come la rottura della suola di una scarpa, per molti e per il resto del mondo insignificante, ma enorme per chi, come Khaled, vive già di resti e briciole, diviene la causa scatenante di pensieri e azioni, non incline, naturalmente alla propria indole.
Un’esistenza in sottrazione
Sembra un tempo sospeso, quasi etero, quello in cui Khaled vive e si muove, spinto da un’inerzia che cela in sé una speranza, muta e silenziosa, che in questo movimento, apparentemente circolare e vano, qualcosa cambi e riesca a muoversi, per davvero. Questo tempo, Khaled lo attraversa con un corpo che parla, e si esprime, senza quasi dire niente: dai muscoli tesi dal lavoro allo sguardo, nonostante tutto, sincero e buono, dalla dignità quasi ancestrale, il personaggio protagonista abita la scena delicatamente, quasi in punta di piedi.
Così, come alla fine, la società circostante si aspetta che faccia.
La sua, che non è la disperazione tipica del melodramma, ma la lucidità di chi sa che ogni passo falso può segnare la fine, viene resa attraverso micro movimenti facciali e una regia, quella di Massimo Pellegrinotti, che lavora sulla rimozione e la sottrazione, su dettagli e primi piani che bastano a rendere tangibile il peso di una vita trascorsa in clandestinità, circondata dai rumori assordanti di una città e di una società che va veloce, mentre la propria esistenza, nell’ombra, rimane ferma, immobile.
Proprio in quel mondo dominato dal caos, e dal rumore, si inseriscono Khaled e le note del suo flauto, unica consolazione insieme dalla presenza dell’amico e coetaneo Aasim, la sua storia, la sua voce, il suo dolore, inaudibile e invisibile, però, alla consapevolezza altrui. Si conservano, in quelle note, i ricordi del passato e della propria terra di origine. E in quei suoni permane un’umanità che, nonostante tutto, resiste, e in cui vive la speranza di lasciare un segno, una traccia sonora di sé, in un mondo che, invece, lo vuole muto, e invisibile.