Dal 3 ottobre 2026 saranno passati ottocento anni dalla morte di San Francesco d’Assisi, al secolo Giovanni di Pietro di Bernadone, fondatore dell’ordine francescano e proclamato santo da papa Gregorio IX nel 1228.
Oltre a essere stato rappresentato da alcuni pittori che hanno segnato la Storia dell’arte come Giotto e Caravaggio, il cosiddetto “poverello d’Assisi” è stato scelto come personaggio principale per alcune pellicole dirette da registi di fama nazionale e internazionale.
Il cinema muto
Tra gli anni dieci e venti del Novecento ci sono stati ben tre film muti: Il poverello d’Assisi (1911) di Enrico Guazzoni con Emilio Ghione,Frate Sole (1918) di Ugo Falena e Mario Corsi con Uberto Palmarini, e Frate Francesco (1927) di Giulio Antamoro con Alberto Pasquali. Secondo lo storico del cinema italiano Fabio Melelli, il cinema muto nostrano ha dominato la scena internazionale grazie ad alcune innovazioni visive che fungeranno da esempio per la Settima Arte hollywoodiana: le carrellate, le scenografie imponenti e il montaggio “alternato” di Cabiria (1914), diretto da Giovanni Pastrone, ad esempio, ispireranno David W. Griffith per il suo Intolerance (1916).
Ognuna di queste pellicole possiede un tratto distintivo: per Il poverello d’Assisi, Guazzoni, regista di Quo Vadis? (1913), ha scelto di attuare delle riprese esterne esattamente ad Assisi. La maggior parte dei suoi colleghi invece preferiva girare in interni e con l’impiego della camera fissa. Frate Francesco è stato girato durante il fascismo, e secondo Melelli, era il più propagandistico, perché, esattamente come il cinegiornale LUCE, voleva mostrare un’Italia prosperosa e fedelissima ai valori della famiglia e della Chiesa, anche se non sempre quella visione rispecchiava la realtà. Frate Sole, l’unico film reperibile su YouTube, è stato realizzato con le scene e i costumi di Duilio Cambellotti e con le musiche di Luigi Mancinelli. Oltre a ispirarsi e a replicare alcuni affreschi di Giotto, c’è stato un trucco di montaggio innovativo ma familiare ai giorni d’oggi: lo split screen, cioè la divisione dello schermo in più fotogrammi che mostrano delle scene diverse.
Mario Corsi, giornalista tornato in Patria dalla guerra, ha ricevuto l’incarico di scrivere la sceneggiatura di Frate Sole dall’avvocato ed ex critico cinematografico Eugenio Sacerdoti e dal co-regista e commediografo Ugo Falena. Dopo una ricerca accurata sulla biografia di Francesco, Corsi ha scritto sulla rivista Cinema, fascicolo 43:
“Io potevo rappresentare il Santo d’Assisi in tre modi: o attenendomi alla leggenda, o drammatizzando la vita di Francesco nel suo progressivo distacco dalle cose di questo mondo, o mostrando questa vita nei suoi episodi storici. Scelsi il terzo modo. Ma poiché era senza dubbio il più arduo ad un compositore di pellicole che ha bisogno di una certa continuità di azione e di un certo interesse di svolgimento, lo fusi con il secondo. Misi così in Frate Sole la storia e il dramma stretti insieme indissolubilmente”.
Questa sembrerebbe un metodo di scrittura sfruttato in qualsiasi altro biopic cinematografico. Nel corso degli anni, però, alcuni di questi film falliscono a causa dell’abbondanza di materiale di ricerca o dei tagli drastici nella struttura narrativa, ma questo film del 1918, merita di essere riscoperto in quanto opera d’arte visiva ai livelli massimi, e per conoscere uno dei primi tentativi di raccontare il Santo Patrono d’Italia.
San Francesco in Italia e nel mondo
Francesco, giullare di Dio (1950) di Roberto Rossellini è stato sicuramente il più neorealista tra i film su San Francesco, per il solo fatto che il cast era costituito da un gruppo di veri frati risiedenti al convento di Maiori, eccetto Aldo Fabrizi nei panni grotteschi di Nicolaio.
Esattamente come in Frate Sole, e nel primo Francesco di Liliana Cavani, questo lungometraggio è costituito da una serie di episodi suddivisi dalle didascalie, come ad esempio la “meravigliosa cena con sorella Chiara” (ridotta a una semplice comparsa, nonostante l’importanza del personaggio nella vita vera) o “Francesco bacia il lebbroso”. L’appellativo adatto per questo genere di lavoro sarebbe “film a scaletta”, il quale mostra una serie di avvenimenti apparentemente slegati e che mettono da parte tutte le regole della narrazione convenzionale; valgono anche per La dolce vita (1960) e Roma (1972) di Federico Fellini, co-sceneggiatore dell’opera rosselliniana. Inoltre, il personaggio di San Ginepro tende a rubare la scena al protagonista, mentre in Francis of Assisi (1961) di Michael Curtiz, oltre a essere più anziano, è stato presentato come una maschera umoristica mal sfruttata.
Mentre Francesco, giullare di Dio inizia dall’approvazione della regola francescana da parte di Innocenzo III e si conclude con la separazione dei fratelli per diffondere il messaggio di pace in altri luoghi, Fratello sole, sorella luna (1971) di FrancoZeffirelli e Francis of Assisi partono direttamente dal suo arruolamento nell’esercito, un fatto traumatico che lo avrebbe portato successivamente all’Illuminazione. In entrambe le pellicole i colori hanno una certa rilevanza. Quelli di Francis of Assisi richiamano esplicitamente la pittura rinascimentale, soprattutto per il continuo utilizzo del blu oltremare e dell’ocra rossa.
Nel classico di Zeffirelli invece vengono utilizzati principalmente il bianco e il giallo, che, secondo la fede cattolica, rappresentano rispettivamente la purezza e la regalità di Cristo, e sono anche i colori ufficiali della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano. Nel documentario Zeffirelli racconta Giotto (1972) di Luciano Emmer, lo stesso regista di Romeo e Giulietta (1968) e Gesù di Nazareth (1978), il quale ha dedicato al suo protagonista dei primissimi piani e dettagli sugli occhi intensi e febbrili, ha dichiarato che, negli affreschi del pittore e architetto toscano, “gli occhi sono vivi, guardano l’umanità, scoprono il dolore, la verità del dolore. Un dolore che resta non a quelli che muoiono, ma a quelli che vivono”.
Riguardo alla pellicola in Cinemascope di Curtiz, è possibile che sia stata una delle reference principali de Il principe d’Egitto (1998); questo perché le scene in cui Francesco sente la voce imponente del Padre Eterno e quella in cui si trova a vagare nel deserto con l’ausilio di un bastone ricordano vagamente quel film che, insieme a Z la formica (1998), ha dato inizio alla Dreamworks Animation, futura casa di produzione di Shrek (2001). In parole povere, Francis of Assisi, oltre che essere il più romanzato tra le biografie francescane, racconta la storia come se fosse un peplum, esaltando la spettacolarità delle azioni francescane e molto meno all’umanità del protagonista. A colmare questa lacuna c’è il film di Zeffirelli, che riesce ad essere una gioia per gli occhi, grazie alla fotografia di Ennio Guarnieri e alle scene e costumi di Danilo Donati, senza trascurare il lato emotivo dei personaggi. Inoltre, la presenza di Dio, rispetto alla pellicola americana, si percepisce solamente dai colori e dalla bellezza della natura circostante.
Francesco secondo Liliana Cavani
Perché Liliana Cavani, essendo nata e cresciuta in una famiglia laica, ha sentito l’urgenza di girare tre film (o meglio, due miniserie e un lungometraggio) su Francesco?
Perché secondo lei era “un pensatore straordinario, un uomo gigantesco e imprevedibile, uno dei massimi intellettuali della nostra vicenda culturale, uno sempre avanti. Eppure è stato il santo che parlava agli uccelli”. In effetti, questo particolare non emerge nei suoi lavori, ma è pur sempre lo stesso uomo che ha rinunciato ai propri privilegi per vivere in povertà e assistere i malati.
La prima trasposizione ha per protagonista lo svedese Lou Castel, reduce dalla prova de I pugni in tasca (1965) di Marco Bellocchio, che allora è stata considerata una scelta discutibile a causa del paragone con il personaggio che lo ha reso famoso, totalmente distante dall’autore de Il cantico delle creature. La rappresentazione è abbastanza fuori tempo per essere ambientata nel Medioevo: alcuni mendicanti romani si esprimono addirittura in un dialetto contemporaneo. Quindi si tratta di una versione meno sacrale di Fratello sole, sorella luna e più profana di Francesco, giullare di Dio. Di conseguenza, la visione potrebbe risultare estraniante per alcuni storici e teologici.
Nell’89, Liliana Cavani ha riscritto il soggetto con uno stile visivo più formale (rispetto alla macchina a spalla nel film antecedente) e più coerente dal punto di vista storico. Lo stile di vita dei mendicanti e dei lebbrosi è più duro e crudele di qualsiasi altro film antecedente, anche se in questo caso manca la stessa cattiveria, lo stesso cinismo e la stessa violenza de Il portiere di notte (1974) e La pelle (1981). Il personaggio interpretato da Mickey Rourke si lascia persino tentare dai piaceri della carne, anche se il suo amore per Gesù Cristo è sempre più forte. Ciò che rende questo film ancora più peculiare sarebbe la presenza di Ennio Guarnieri (come secondo direttore della fotografia) e Danilo Donati, i quali si sono trovati, nell’arco di diciassette anni, da una visione paradisiaca per Zeffirelli a una più infernale per Cavani.
Nell’ultima versione (2014), composta da due episodi di cento minuti per ciascuno, la regista coglie l’occasione di unire le due trasposizioni precedenti grazie alla “lunga durata” di quella definitiva. E poi abbraccia l’opportunità di inscenare un fatto storico fondamentale ma mai esplorato: la visita di Francesco al sultano al-Malik al-Kamil, già trattata nella pellicola di Michael Curtiz. Essendo un prodotto da prima serata su Rai Uno, risulta più buonista e più pulito rispetto all’adattamento antecedente e con un protagonista di bell’aspetto ma poco incisivo.
Mentre la sceneggiatura della prima versione prosegue in maniera lineare, quelle dei due remake presentano dei lunghi flashback racchiusi da due cornici narrative differenti: nel Francesco dell’89, Chiara, Leone e gli altri fratelli raccontano e trascrivono tutta la storia del loro amico per le nuove generazioni; nel Francesco del 2014 invece avviene un confronto diretto tra Elia (Vinicio Marchioni), avvocato e amico di Francesco, e Chiara (Sara Serraiocco doppiata da Virginia Brunetti). Mentre la santa interpretata da Helena Bonham Carter è realmente innamorata del protagonista, quella di Serraiocco anticipa quella che Susanna Nicchiarelli ritrarrà nel suo eponimo film: un’eroina ribelle che rifiuta la clausura per avere gli stessi diritti dei suoi fratelli.
La rilevanza di Francesco ai giorni d’oggi
Negli ultimi anni, il cinema ha dedicato a San Francesco altri due lungometraggi: Il sogno di Francesco (2016) di Renaud Fely e Arnaud Louvet con Elio Germano, e Chiara (2022) di ChiaraNicchiarelli con il giovane Andrea Carpenzano. Mentre il primo santo d’Assisi funge ancora una volta da personaggio principale, il secondo invece si trasforma in un mentore per la futura fondatrice dell’ordine delle Clarisse.
Questo può significare che, pur essendo apparso in un’infinità di volte volte sul grande e piccolo schermo (incluso negli sceneggiati diretti da Michele Soavi e Fabrizio Costa), questo personaggio ha ancora tante cose da trasmettere alle nuove generazioni di cineasti e spettatori. Anche se la Santa Chiesa ha provato a zittirlo perché le sue idee, pur rispettando il Vangelo, non rispecchiavano il suo stile di vita, Francesco continua a essere simbolo di fratellanza e altruismo; cose di cui tutti continuano ad avere un disperato bisogno.