Dodici anni di festival, di ampie visioni, di documentari che raccontano la realtà senza filtri: quando non è la storia a ricordarci chi siamo e dove siamo stati, lo fa il documentario.
Francesco Bizzarri, Presidente e Direttore del Festival Internazionale del Documentario Visioni dal Mondo, lo ricorda a ogni edizione. Quest’anno, il tema “Oltre il confine” è un ponte tra popoli, culture, identità diverse che parlano la stessa lingua: la crisi climatica, le migrazioni, i diritti calpestati dalle guerre.
Il festival meneghino torna a Milano dal 16 al 20 settembre 2026 con una programmazione di lungometraggi, corti, registi emergenti, focus su realtà cinematografiche internazionali e momenti di networking con appassionati, produttore, fondi, per avvicinare l’arte al business.
Francesco Bizzarri e quell’arte di rinnovarsi sempre
Dodici edizioni: a cosa punterà il festival quest’anno?
Mi piace sempre ricordare che per il tema della 12ª edizione, “Oltre il confine”, ci siamo ispirati a una frase del primo cosmonauta che andò nello spazio, Jurij Gagarin. Orbitando per la prima volta attorno al pianeta nella sua navicella spaziale, disse: “Da quassù la Terra è bellissima: senza frontiere né confini”. Nella sua semplicità, crediamo che quella frase spieghi la direzione che Visioni dal mondo sta prendendo: il nostro è un invito a superare i confini, ad allargare la visione che abbiamo del nostro mondo, a guardarlo da un punto di vista completamente diverso come aveva fatto l’astronauta Gagarin nel 1961.
In un mondo dove, invece, stanno tornando i confini non solo geografici ma economici, culturali e sociali, grazie al racconto di produttori e registi di documentari vorremmo mettere in dialogo persone e culture diverse tra loro, per andare “oltre i confini”.
Quest’anno alcuni registi italiani saranno in concorso nella sezione New Talent Short Docs…
È il recente orgoglio del nostro direttore artistico Maurizio Nichetti, che è anche direttore del Centro sperimentale di cinematografia. Con New Talent Short Docs, nato solo quest’anno, volevamo dare spazio a racconti più brevi (i film di questa sezione non superano i 30 minuti), però altrettanto pregnanti di significato. Soprattutto, volevamo loro, i giovani autori, gli studenti delle scuole di cinema e i creativi alle prime armi che diventeranno i registi famosi di domani. Partendo dal piccolo, dal documentario breve o dalla pubblicità, diventano grandi, imparano, creano. Così, abbiamo pensato di aprire questa nuova finestra come sezione all’interno del festival per individuare le menti creative e portarle sotto i riflettori.
Mentre Visioni Incontra resta appuntamento fisso per artisti e business…
Quest’anno siamo all’undicesima edizione, perché il progetto partì l’anno dopo il primo festival Visioni dal Mondo. Siamo stati fra i primi in Italia a lanciare questo tipo di “mercato” per sostenere i lavori dei documentaristi italiani. Ci eravamo ispirati ad alcuni festival internazionali. Oggi molti lo fanno, ma noi eravamo tra i primi e ne andiamo orgogliosi.
Il progetto fa parte della sezione Industry del festival, curata da Cinzia Masòtina, head of Industry. Nel 2026, dei diciotto progetti selezionati per Visioni incontra il 60% sono italiani.
Una delle mission del festival è quella di sostenere chi produce e chi crea film documentari – lungometraggi e cortometraggi – mettendoli in contatto con il mondo del business, con i commissioning editors delle televisioni italiane e straniere, con i distributori e i produttori mondiali. In Industry si respira un’area internazionale, tanto è vero che le presentazioni dei diciotto progetti che cercano finanziamenti sono in italiano, ma verrà fatta una traduzione simultanea per tutti coloro che vengono dall’estero in sala, quindi televisioni straniere, distributori, fondi.
Quest’anno, abbiamo puntato un riflettore speciale sulla Svizzera, italiana, francese e tedesca. Sarà uno dei molti appuntamenti che avranno un focus privilegiato su realtà cinematografiche e documentaristiche vivaci. Durante l’evento “Focus Svizzera. Produrre e co-produrre oltralpe”, fondi, televisioni, film commission, con una serie di produttori selezionati, verranno a presentarsi e a incontrare gli omologhi italiani, proponendo opportunità di finanziamento internazionale e case study.

Visioni dal mondo cresce insieme al documentario
Come si è evoluto il festival in questi anni?
Visioni dal Mondo è alla dodicesima edizione ed è cresciuto. Sono passati da noi Giulio Regeni: tutto il male del mondo di Simone Manetti, di cui hanno parlato tutti i media, e artisti che hanno vinto premi, menzioni, David di Donatello.
Negli ultimi anni abbiamo fatto un grosso lavoro sull’internazionalizzazione. Che non vuole dire solamente portare nel circuito le anteprime di documentari di respiro europeo e mondiale, ma anche cercare di mettere in contatto il mondo del documentario che spopola, quello che va in televisione o al cinema e nasce in nord Europa, in Francia, Germania, come pure in Canada e Stati Uniti, con il settore italiano.
Lo scopo, da sempre, è stato favorire la promozione del cinema del reale, perché il nostro vuole essere questo: un cinema di osservazione, di narrazione, di storie, non la pura intervista. E lo facciamo con i migliori nel mondo, sempre nell’ottica di creare possibilità di coproduzione e distribuzione di film italiani all’estero. Siamo nati per fare questo e continueremo su questa strada.
Che cosa deve raccontare ancora il documentario?
Ovviamente i temi caldi sono l’ambiente, la crisi climatica, le migrazioni, i diritti, l’impatto delle nuove tecnologie, le relazioni umane, la guerra. E vale per i documentari di respiro internazionale, magari girati in tutto il mondo con budget molto grandi, ma anche per i documentari più piccoli e intimistici, che raccontano la storia di una piccola comunità, di una famiglia o di un Paese, e che lanciano comunque un messaggio universale.
I documentari di oggi raccontano tutto quello che sta succedendo nel mondo oggi. La bellezza sta nel farlo sempre da un punto di vista nuovo, originale e tipico della produzione indipendente. Non è produzione di regime, non è produzione istituzionale né di grandi gruppi mediatici, e forse mostra una realtà più “reale”, perché la racconta chi la vive davvero e dice come stanno le cose.
Ma chi lo fa non parla solo dell’attualità: in gioco ci sono anche i temi dell’appartenenza, della trasformazione interiore, della crisi d’identità. Quella che sta vivendo il mondo oggi è proprio una crisi d’identità.
L’identità di ogni popolo cambia, sta cambiando e cambierà sempre di più. Etnie, culture, religioni mondiali, le grandi migrazioni dovute a una ricchezza che è distribuita in modo diverso e che quindi attira le popolazioni più povere verso altri Paesi. Tutto questo genera crisi culturali.
Risolverle non è semplice, perché spesso si giudica senza sapere, ci si schiera da una parte o dall’altra e si tirano su muri, i “confini” di cui sopra. Il documentario cerca invece di abbatterli, raccontando ed emozionando con le sue storie. L’obiettivo è mettere in contatto le culture tra loro, per fare in modo che l’identità di un singolo popolo non smetta mai di cambiare.