La parola politica deriva dal greco antico politikḗ “che attiene alla pόlis”, la città-Stato. Era il termine in uso per designare ciò che appartiene alla dimensione della vita comune, dunque allo Stato e al cittadino. Una definizione che richiama immediatamente il concetto di bene comune e di partecipazione. Proprio per questo lo scontro che nelle ultime settimane ha coinvolto il presidente della Fondazione Piccolo America, Valerio Carocci, e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri va ben oltre una semplice polemica amministrativa: al centro del confronto vi sono il futuro delle sale cinematografiche, il diritto alla città e alla libertà di esprimere il dissenso.
Le sale: non semplici immobili
Negli ultimi decenni il settore dell’esercizio cinematografico italiano ha vissuto una crisi senza precedenti. Decine di cinema hanno chiuso i battenti, molti sono stati riconvertiti in supermercati, ristoranti, alberghi o spazi commerciali, privando interi quartieri di luoghi di aggregazione culturale.
La legislazione nazionale ha progressivamente riconosciuto il valore pubblico delle sale. Con la legge n. 220 del 2016 il legislatore ha infatti definito il cinema uno strumento fondamentale di formazione culturale e ha individuato nelle sale cinematografiche autentici presìdi territoriali, meritevoli di tutela, recupero e valorizzazione. Una visione che supera la concezione del cinema come mera attività commerciale, riconoscendone invece la funzione sociale.
Le sale storiche rappresentano infatti un patrimonio materiale e immateriale: custodiscono memoria collettiva, identità urbana e occasioni di partecipazione. La loro perdita non produce soltanto un danno economico, ma impoverisce il tessuto culturale delle città.
Il caso Metropolitan
È proprio su questo terreno che si è aperto il duro confronto tra la Fondazione Piccolo America e l’amministrazione capitolina. La vicenda riguarda l’ex Cinema Metropolitan di via del Corso, chiuso da anni e destinato, secondo l’accordo raggiunto tra Regione Lazio e Comune di Roma, a una riconversione prevalentemente commerciale, mantenendo soltanto una piccola sala destinata alle proiezioni.

Per Valerio Carocci questo modello rappresenta un precedente estremamente pericoloso: trasformare uno dei cinema simbolo della Capitale in uno spazio quasi interamente commerciale significherebbe sancire definitivamente la prevalenza delle logiche immobiliari sulla funzione culturale delle sale. Per questo la Fondazione Piccolo America ha presentato ricorso contro la delibera comunale, sostenendo che tale scelta contraddica gli obiettivi di tutela previsti dalla normativa nazionale.
Dallo scontro urbanistico alla politica
La vicenda Metropolitan ha rapidamente assunto una dimensione politica. Carocci ha criticato pubblicamente alcune esponenti della maggioranza capitolina che avevano indicato la riconversione del Metropolitan come un modello replicabile per altre sale cittadine, arrivando a chiederne le dimissioni.
Successivamente il presidente del Piccolo America ha dichiarato che il rapporto con il sindaco sarebbe ormai vicino alla rottura, lasciando intendere che il sostegno ricevuto negli anni dall’amministrazione non può tradursi in silenzio di fronte a decisioni ritenute dannose per il patrimonio culturale della città.
“Non si accettano museruole”
L’aspetto più delicato della vicenda riguarda però le dichiarazioni rese note dallo stesso Carocci che, dopo aver espresso pubblicamente le proprie critiche sulla gestione delle sale, avrebbe ricevuto pressioni e messaggi ritenuti “inaccettabili” provenienti da figure vicine all’amministrazione comunale.

Frasi che hanno trasformato una controversia urbanistica in uno scontro sulla libertà di espressione. Il punto, infatti, non riguarda soltanto il destino del Metropolitan, ma il diritto di un soggetto culturale indipendente di criticare apertamente le scelte della politica senza che questo possa compromettere il proprio rapporto con le istituzioni.
Il sostegno dal mondo del cinema
Le dichiarazioni di Carocci hanno trovato immediatamente il sostegno di numerosi attori e registi. Tra i firmatari dell’appello figurano Alessandro Borghi, Riccardo Scamarcio, Luca Marinelli, Pietro Castellitto, Alba Rohrwacher, Benedetta Porcaroli, Saverio Costanzo, Francesca Archibugi e i fratelli D’Innocenzo.
Nel documento gli artisti denunciano come sia inaccettabile esercitare pressioni su una realtà culturale affinché rinunci a manifestare il proprio dissenso politico e sociale per poter continuare a svolgere la propria attività. Secondo i firmatari, inoltre, la riconversione dei cinema storici in centri commerciali rappresenterebbe una perdita per tutta la collettività, mentre il lavoro svolto dal Piccolo America costituisce un esempio di accessibilità culturale capace di coinvolgere gratuitamente migliaia di cittadini.
Il modello dei “terzi luoghi”
Alla base della battaglia della Fondazione vi è una precisa idea di città. L’obiettivo non è soltanto salvare edifici storici, ma trasformare le sale cinematografiche in autentici “terzi luoghi”: spazi pubblici aperti, inclusivi e accessibili dove cultura, socialità e partecipazione possano convivere.
Si tratta di un concetto introdotto nel 1989 dal sociologo Ray Oldenburg nel libro The Great Good Place, che indicava la necessità di spazi informali di socialità distinti dalla dimensione domestica e lavorativa, come bar, biblioteche, parchi o centri comunitari, capaci di favorire relazioni, apprendimento e partecipazione civica. Tale modello ha trovato negli ultimi anni particolare sviluppo in Francia, dove migliaia di strutture culturali svolgono funzioni che vanno ben oltre la semplice programmazione artistica, contribuendo alla rigenerazione urbana, alla coesione sociale e alla vita dei quartieri offrendo spesso servizi essenziali anche alle fasce più marginali della popolazione. Secondo Carocci, anche Roma dovrebbe seguire questa direzione, investendo sul recupero delle sale piuttosto che sulla loro riconversione commerciale.
Una questione democratica
Lo scontro evidenzia una questione che supera le appartenenze politiche. Quando un presidio culturale denuncia decisioni ritenute lesive dell’interesse pubblico, il confronto dovrebbe svolgersi sul piano delle idee e delle argomentazioni. Se invece il dissenso viene percepito come un problema da contenere, il rischio è quello di restringere lo spazio del dibattito democratico.
Le sale cinematografiche rappresentano molto più di luoghi dedicati alla proiezione di film. Sono spazi di incontro, confronto e formazione civica. Difenderle significa preservare una parte della memoria collettiva delle città. Allo stesso modo, garantire a chi le anima la possibilità di esprimere liberamente le proprie posizioni costituisce un principio essenziale di ogni democrazia. Per questo motivo il confronto tra il Piccolo America e il Campidoglio non riguarda soltanto il destino dell’ex Metropolitan, ma pone una domanda più ampia: quale idea di cultura e quale modello di città si intende costruire per il futuro dell’Italia.