No one will believe us – Nessuno ci crederà (2026), cortometraggio italo-sloveno, scritto e diretto da Otto Lazić-Reuschel, è in programma al Sole Luna Doc-Film Festival. Una premiere siciliana per il cortometraggio che ci restituisce lo sguardo di un cameraman dei primi anni ’30. Un ragazzo che si ritrova a documentare gli eventi, le parate, le adunate fasciste. Partecipa alla propaganda del regime, in un certo senso, ma, alle immagini da lui filmate accompagna in voice over tutti i suoi dubbi, tutte quelle incertezze che sono ancor più amplificate nei territori italo sloveni.
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Tra propaganda e memoria
Gorizia, terra di confine. Siamo nei primi anni ’30. Anni e terre di forti ambiguità. Confini che diventano sempre più sfumati, il fascismo che avanza. Le stesse ambiguità vengono utilizzate dal regista nella messinscena di questo cortometraggio. Ai primi fotogrammi contemporanei seguono, infatti, tutte immagini d’archivio (con formato 35mm e riprese dal Fondo Simonelli, di Cristaldo Simonelli, in origine Simončič).
Quelle stesse immagini diventano lo sguardo del nostro protagonista, un giovane ragazzo goriziano che si ritrova a filmare questi eventi del regime. Possiamo, dunque, definirle immagini propagandistiche. Ad esse, però, ed ecco l’ambiguità di cui parlavamo, accompagna le parole del protagonista, i suoi pensieri colmi di incertezze e dubbi su quella nuova dilagante ideologia.
L’appartenenza prima dell’ideologia
No one will believe us si pone un obiettivo chiaro: è un documentario, non è la classica critica diretta al fascismo fatta con uno sguardo contemporaneo. Per questo motivo, lo disegna con gli occhi di un ragazzo dei primi anni ’30. Uno sguardo, anzi una ripresa, essendo lui un cameraman, lucida, chiara, consapevole di quello che sta nascendo.
Una consapevolezza che risalta dal distacco che avverte rispetto al fratello: “Mio fratello, un giorno, è tornato a casa con la divisa nuova”, recita la voce fuori campo. Descrive suo fratello, ma sembra voler descrivere un’intera generazione di giovani italiani. Lo vede come un ragazzo che non conosce davvero quel che si annida dietro a quella marcia, a quell’adunata che, ai suoi occhi, appare come una festa. Poi dipinge il bisogno che è forse la radice più profonda di quel movimento deflagrante: “Forse si cresce con la paura di non essere nessuno, con la voglia di essere visti o riconosciuti”. Non sceglie una denuncia frontale del fascismo, come già scritto, ma si interroga su come sia stato possibile creare quel consenso. Lo fa con gli occhi di chi lo ha osservato e filmato.
Alla base di tutto, dunque, ci fu la capacità di intercettare questo bisogno generazionale d’appartenenza. Un urlo, la divisa, l’elmetto per “sentirsi eroi”, quella promessa di poter essere parte di qualcosa. Le conseguenze sarebbero riemerse solo dopo, ma sembrano già fiorire nelle parole del protagonista: “Io riprendo anche le crepe”.
Le crepe dell’identità
Il documentario di Otto Lazić-Reuschel si costruisce su una contrapposizione costante: da una parte le immagini di propaganda, dall’altra quella voce fuori campo che ne incrina le sicurezze, mettendo a nudo le sue incrinature. Una voce, dunque, consapevole e al tempo stesso inquieta, dubbiosa sugli effetti di quel movimento. Vede cambiare il paesaggio e le persone accanto a sé, tutto ciò che era familiare adesso smette di offrire conforto.
Persino le colline diventano “stanche”, mentre quel paesaggio che prima era casa, adesso diventa incertezza. Dietro quel clima di festa si aprono le prime crepe. Le stesse che dilanieranno famiglie, terre e identità, facendo crollare ogni sicurezza (“Eccoti qui, Gorizia mia. Da che parte sta il tuo cuore?”). La condizione paradossale di quelle persone, quel loro disorientamento per la perdita delle proprie radici è ben delineato nei dodici minuti del cortometraggio.
Quell’iniziale promessa di appartenenza, che sembrava poter unire, finisce per produrre l’effetto opposto. Quell’inclusione promessa dal regime finisce per fondarsi sull’esclusione di tutti coloro che non si adeguano. Le stesse famiglie che rivendicavano le loro origini, iniziarono ad essere straniere in casa loro. La Famiglia Novak ne diventa simbolo: per non essere “stranieri” dovrebbero diventare Nardi o Novelli, adottando un italiano “più facile da ricordare, da dimenticare”. Una sostituzione forzata che racchiude lo spirito di No one will believe us: quella promessa non mantenuta di unità, si trasforma nella perdita più profonda, quella di una lingua e di una identità.