Kes è una pellicola lineare marchiata dal carattere realistico-magico, che vede al centro della propria narrazione un bambino, Billy Casper. Un bambino dall’aria cupa, con lo sguardo sempre basso, chiuso in sé stesso. La vita non sembra essere facile nell’inghilterra del nord dell’epoca. Una vita che presenta difficoltà accademiche, sociali, occupazionali, anche per i più piccoli, per chi, come Billy, deve ancora comprendere il proprio ruolo nel mondo.
Se dunque da un lato le condizioni sociali del paese non risultano essere delle migliori, nemmeno in famiglia, a casa, la situazione è pacifica. Billy vive con la madre, una donna dubbiosa, paranoica, confusa, e con il fratello maggiore, aggressivo, caparbio, sgradevole. Questa condizione di partenza lo affossa ulteriormente, rendendogli la vita ancora più complicata e stratificata.
Billy probabilmente, inconsapevolmente, cerca approvazione, affetto, che non ritrova né a casa, né a scuola, né con gli amici. Dunque, improvvisamente e silenziosamente, subentra nella narrazione un espediente meraviglioso: un falco. Billy Casper inizia a interessarsi alla vita dei falchi, affascinato dopo averli osservati volare inizia a recarsi in biblioteca, alla ricerca di un manuale che possa rispondere alle domande che si pone.
Ed ecco che inizia a coltivare il proprio interesse sino a addomesticare il volatile, curandone l’aspetto fisico e nutrendolo a dovere.
Il falco
Il falco funge da fil rouge all’interno di tutta la pellicola. E l’intuizione registica di Ken Loach inizia a trasparire; ovvero l’evitare di romanzare, di edulcorare, la messa in scena eleva la pellicola. È infatti grazie ad una messa in scena lineare, profondamente realista che la sofferenza dell’infante emerge. Una sofferenza silenziosa, che traspare nello sguardo perso, stanco, disilluso. È dunque proprio nel momento in cui inizia ad accudire l’animale che Billy sembra aver recuperato una serenità nascosta. Eppure, ben presto, comprenderà organicamente che la propria fonte di felicità possa rappresentare per altri una, forte, fonte d’invidia.
Billy spende tutti i propri spiccioli per curare il proprio falco evitando di perdere tempo con i ragazzi della propria età che lo maltrattano e impiegando il proprio tempo a curare il volatile. Inizia consapevolmente a dedicarsi nei confronti dell’unica creatura che gli rimanga fedele. E, ancora una volta, la regia di Ken Loach evita sentimentalismi. Quasi come il falco, la cinepresa osserva, rappresenta, riporta, evitando il documentaristico rimane su un filone di pura osservazione e rappresentazione.
Ogni situazione in cui il protagonista si ritrova appare sfavorevole nei suoi confronti. Dall’ambiente accademico dove viene maltrattato dai propri compagni, alla famiglia che non si prende cura di lui. Dalle partite di calcio, malmenato dal proprio coach, sino alla violenza verbale del fratello. L’unico spiraglio di luce, all’interno della pellicola, è il momento in cui in classe il professore lo chiama ad esporre davanti ai propri compagni come funziona la gestione di un falco. Una scena magistrale, a tratti commovente, dove per la prima volta il protagonista appare essere ascoltato da qualcuno. E tra gli innumerevoli citazioni alla pellicola i 400 colpi il film si chiude con un finale cupo, crudo, realistico.
Seppur le avversità si abbatono costantemente su Billie, è nel finale che, silenziosamente, la propria tenacia inizia a cristalizzarsi. Il tutto senza eufemismi, senza troppi giri di parole, lasciando piccolo spazio, però, alla magia che il realismo nasconde.
