Bulakna, documentario della regista Leonor Noivo, approda alla ventunesima edizione del Sole Luna Doc Film Festival. Il film offre uno spaccato del fenomeno migratorio delle giovani filippine dirette in Europa, affidate ad agenzie specializzate che le formano per lavorare come collaboratrici domestiche. Il racconto si sdoppia seguendo due percorsi complementari: da un lato una giovane in procinto di partire, dall’altro una donna che, a distanza di molti anni, ripercorre la stessa scelta interrogandosi sul prezzo che ha comportato. Due prospettive della medesima esperienza, che permettono di riflettere sui desideri, i rischi e le conseguenze di una decisione destinata a cambiare un’intera esistenza.
Il peso dell’esistenza attraverso lo sguardo documentario
Bulakna ha inizio su un’isola delle Filippine, Mindoro, più precisamente all’interno di un villaggio di pescatori. Da qui il focus si concentra su una giovane ragazza che lavora in una bancarella di pesce lungo la strada. Leonor Noivo analizza con minuzia la vita in questo angolo di mondo, mostrando il lavoro dei pescatori, dei commercianti e piccoli frammenti di quotidianità, come viaggi in motorino tra amici e feste di villaggio. A fare da filo conduttore è lo sguardo della giovane protagonista, all’apparenza quieto e gioviale, ma attraversato da un’inquietudine di fondo che emerge soprattutto nei brevi scambi con la madre, una donna taciturna che sembra anch’essa celare un malessere profondo. Tra i motivi della sua futura partenza vi è proprio il desiderio di alleggerire il peso che grava sulla madre, oltre al desiderio di dare una svolta alla propria vita, confidando nelle promesse di un viaggio verso l’ignoto.
Tracce del tempo in Bulakna
L’altra anima di Bulakna è incarnata da una donna che ha intrapreso il viaggio molti anni prima e che oggi vive a Lisbona, dove lavora come domestica per una famiglia borghese. Il racconto è scandito dalla sua voce fuori campo, attraverso cui riaffiorano i ricordi della vita passata, quando esercitava la professione di giornalista nel suo Paese d’origine. Nel suo flusso di coscienza emergono i segni lasciati dalla solitudine, insieme alla nostalgia e al ricordo della famiglia rimasta in patria, dei figli e del padre anziano. Particolarmente significativo è il passaggio da una carriera giornalistica al lavoro domestico, un cambiamento che la protagonista descrive con queste parole: “ti insegneranno a fare tutto alla perfezione, il più possibile nell’ombra. Più sei invisibile, migliore sarà il tuo lavoro”.
L’alternanza delle due storie va oltre il semplice confronto tra momenti della stessa traiettoria e mette in luce la migrazione come processo che continua a riverberare nel tempo, trasformando identità e ruoli. Leonor Noivo costruisce uno spazio di riflessione sul costo della distanza e sulle forme sottili con cui il legame con la propria origine continua a esistere, anche quando la vita sembra essersi spostata altrove.
La fabbrica dell’invisibilità
Bulakna è una figura leggendaria del folklore filippino, indicata come regina di Mactan e moglie dell’eroe nazionale Datu Lapu-Lapu. La tradizione la ricorda come presenza centrale nella battaglia del 1521 contro l’invasione spagnola guidata da Ferdinando Magellano, in cui la resistenza locale riuscì a respingere l’attacco coloniale. Leonor Noivo richiama questo immaginario storico affrontando il tema del colonialismo attraverso le prove di una compagnia teatrale che rievoca la battaglia. Il confronto tra passato e presente emerge con chiarezza, suggerendo un parallelismo tra le dinamiche storiche di dominio e le forme contemporanee di migrazione forzata e sfruttamento, in cui i corpi delle giovani filippine tornano ad essere merce di scambio lungo nuove rotte economiche globali.
Emblematica è la sequenza in cui la giovane è costretta a frequentare i corsi obbligatori organizzati dall’agenzia. Attraverso una serie di esercitazioni su bambolotti e manichini, le future collaboratrici domestiche e assistenti familiari vengono preparate al lavoro che le attende. Quelle figure inanimate finiscono però per trasformarsi in uno specchio della loro stessa condizione: da quel momento le ragazze cessano di essere individui e diventano forza lavoro da smistare in qualsiasi parte del mondo, secondo una logica che richiama quella di una moderna tratta di esseri umani. La donna anziana, invece, appare ormai completamente inghiottita da questo vortice. Nemmeno il gruppo di amiche con cui si ritrova ogni settimana riesce a sollevarla da una condizione di malinconia e disillusione. La sua quotidianità porta i segni di una volontà di cambiamento che il tempo ha profondamente ridimensionato, ricordando come le promesse del futuro raramente coincidano con la realtà.
Le vite che sostengono il mondo
Bulakna affida il proprio discorso alla forza dell’osservazione, lasciando che siano i volti, i silenzi e le parole delle protagoniste a restituire tutta la complessità dell’esperienza migratoria. Il taglio documentaristico della parte ambientata nel villaggio filippino si fonde con il registro più riflessivo delle sequenze portoghesi, dando vita a una narrazione che intreccia costantemente presente e memoria.
Leonor Noivo firma un film che interroga il costo umano di un sistema fondato sull’invisibilità del lavoro di cura e rivela come dietro ogni partenza si celino rinunce, trasformazioni identitarie e legami costretti a ridefinirsi. Ne scaturisce un’opera di grande sensibilità, capace di partire da esperienze individuali per illuminare le contraddizioni di un fenomeno globale, restituendo dignità e voce a chi sostiene, spesso lontano da casa e nell’ombra, la quotidianità degli altri.