Presentato alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, Swan Lake della regista e artista uzbeka Saodat Ismailova è un’opera di montaggio e archivio che ripercorre l’immaginario post-sovietico delle repubbliche centroasiatiche attraverso frammenti cinematografici. Costruito come una videoinstallazione a doppio canale, il film accosta materiali tratti da quarantaquattro opere realizzate in Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Turkmenistan, suddividendoli tra il decennio precedente e quello successivo alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.
L’operazione di Ismailova si configura come una riflessione sulla storia e sui modi in cui una comunità costruisce il proprio immaginario collettivo. Lo split screen diventa così uno strumento per mettere in dialogo due temporalità, due sistemi politici e due visioni del mondo: da una parte le speranze e le contraddizioni della Perestrojka, dall’altra le incertezze e le disillusioni dell’epoca post-sovietica.
Le immagini non si contrappongono in modo esplicito, ma si rincorrono, si completano e talvolta si sdoppiano, componendo una sorta di flusso memoriale in cui il cinema diventa archivio emotivo e storico.
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Il simbolo del Lago dei cigni
Il titolo richiama naturalmente Il lago dei cigni di Čajkovskij, presenza ricorrente nell’immaginario sovietico non soltanto come simbolo culturale russo ma anche come segnale televisivo di crisi. Durante alcuni dei momenti più delicati della storia dell’URSS, dalla morte dei leader sovietici fino al tentato colpo di Stato del 1991, le emittenti trasmettevano infatti registrazioni del celebre balletto: una distrazione di massa diventata simbolo ricorrente della crisi e della dissoluzione dell’universo sovietico.
Una costellazione di immagini e memorie
L’aspetto più interessante di Swan Lake risiede probabilmente proprio nella sua capacità di costruire connessioni tra materiali eterogenei e di restituire una geografia cinematografica spesso marginalizzata rispetto alla centralità culturale di Mosca. Il film riunisce immagini provenienti da epoche diverse, mettendo in evidenza continuità e trasformazioni nel modo in cui queste società hanno raccontato sé stesse.
Tra propaganda, ipnosi e immaginario mediatico
Accanto al balletto compare anche la figura di Anatolij Kašpirovskij, il celebre ipnotizzatore televisivo che alla fine degli anni Ottanta conquistò milioni di spettatori sovietici con le sue sedute trasmesse in diretta. La sua presenza introduce una riflessione sul rapporto tra media, potere e consenso, suggerendo come la televisione potesse trasformarsi in uno strumento di influenza collettiva in un periodo di profonda instabilità sociale.

Un’operazione affascinante ma estenuante
Tuttavia, la forza concettuale del progetto non si traduce in un’esperienza cinematografica altrettanto coinvolgente. La ripetizione dei materiali, lo split screen permanente e la durata del flusso di immagini finiscono per generare una certa monotonia visiva, trasformando la riflessione in un’esperienza faticosa. Più che sviluppare un vero percorso narrativo o emotivo, Swan Lake sembra affidarsi alla semplice accumulazione di immagini e suggestioni, rischiando di smarrire lo spettatore all’interno del proprio impianto formale.
Quando il dispositivo prende il sopravvento
L’impressione finale è quella di un’opera che troverebbe probabilmente una collocazione più naturale in una galleria d’arte piuttosto che in una sala cinematografica. La forma scelta dalla regista finisce per risultare più interessante sul piano concettuale che su quello della visione. La vicinanza alla videoarte rischia inoltre di produrre un effetto controproducente, generando una distanza emotiva che il film fatica a colmare.
Pur nella sua evidente ambizione teorica e nella rilevanza delle questioni affrontate, Swan Lake resta dunque un lavoro che privilegia la riflessione alla fruizione, più efficace come ricerca sulle immagini d’archivio e operazione di recupero della memoria storica, che come esperienza filmica. Un’opera che nel suo rigore formale può risultare tanto affascinante sul piano concettuale quanto ostica da sostenere sul piano della visione.