Alma Noce è un’attrice che si distingue per la sua profonda espressività. Alla 62a edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro ha presentato, fuori concorso, come protagonista e produttrice, un film audace, sperimentale e brutale come Punk State. Il racconto di questa entusiasmante esperienza attoriale è stata l’occasione per ascoltare quali sono state le interpretazioni più significative di una carriera ormai già ventennale, nonostante la giovane età, sotto lo sguardo di alcuni tra i più importanti registi del cinema italiano.
Come sei entrata nel progetto di Punk State?
Conoscevo il regista Loris Di Pasquale e Alessia Bellotto, l’altra protagonista e produttrice di Punk State, da circa quattro anni. Insieme stavamo preparando un film che non riuscivamo a realizzare. Loris Di Pasquale ha pensato di scriverne uno che potesse essere autoprodotto con nostri fondi privati, perché eravamo stanchi di non lavorare, in un periodo di blocco legato anche al tax credit. Ha scritto una sceneggiatura guardando le esibizioni del gruppo Pancake a X Factor. Dopo averla letta, sono rimasta scioccata. Faccio questo mestiere da vent’anni, ma una cosa del genere non l’avevo mai trovata. Ne sono rimasta profondamente colpita. I temi che trattava facevano un chiaro racconto della società in cui viviamo. Ho deciso che volevo farne parte, aiutare in tutti i modi possibili a portare alla luce il film. Tanto da diventare produttrice da un giorno all’altro.
Loris Di Pasquale come ti ha descritto il film e il tuo ruolo?
È come se lui avesse sentito che questo ruolo mi appartenesse, non mi ha dato una spiegazione, mi ha lasciato totale libertà. Abbiamo lavorato molto durante le prove, come fosse uno spettacolo teatrale, con tutti gli attori, in maniera emotivamente forte, per cui poi siamo riusciti a girarlo in brevissimo tempo. Loris Di Pasquale voleva rappresentare la violenza che viene inflitta oggi sui giovani, la mancanza di futuro che la mia generazione sta vivendo, la morte della cultura. Questa è stata la presentazione che mi ha fatto.
Loris Di Pasquale, Matteo Buzzanca, Alessia Bellotto e Alma Noce
Quali sono stati i momenti più difficili nella lavorazione di Punk State?
Organizzarlo, trovare i soldi, le persone, le location. Solitamente, l’apparato produttivo di un film è composto da molti soggetti, noi siamo partiti in tre, abbiamo creato tutto noi. Piano piano, siamo riusciti ad aggiungere persone che s’innamoravano della sceneggiatura, ma abbiamo dovuto risolvere un problema dopo l’altro, sempre speranzosi che saremmo riusciti a portare a termine il film. Mentre giravamo, però, non avevamo nessuna certezza. Ogni giorno temevamo sarebbe stato l’ultimo.
Che impressioni, che emozioni nel vedere il film per la prima volta finito su grande schermo?
Io ho seguito tutto il processo, il montaggio, il lungo lavoro sul sonoro. Quando l’ho visto finito per prima volta, mi sono commossa, è stata come la nascita del nostro bambino. Vedere tutti i pezzi messi insieme è stato travolgente. Però, nel momento in cui ti trovi anche dal lato produttivo, sei costretta a riguardarlo con più freddezza, ne cercavo i difetti, perché volevamo venisse fuori al meglio. La prima proiezione per il pubblico alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro mi ha toccato tantissimo, mi sono messa a piangere, perché ho pensato che, da adesso, il film non è più solo nostro, ma di tutti quelli che lo vedranno. Io lo amo alla follia, ci ho creduto sin dall’inizio.
Come inquadri un’opera come Punk State nel panorama del cinema italiano di oggi?
È difficile inquadrarlo, trovo sia un film completamente diverso da tutto il resto. Non c’è nulla che abbia visto di recente in Italia che possa minimamente ricordarmi Punk State ed è anche uno dei motivi per cui ho deciso che volevo farne parte, arrivando a produrlo. Mi piace l’idea che il cinema possa continuare a evolversi e, nel momento in cui un artista fa di tutto per creare qualcosa di differente, libero, vitale, sbagliando o no, comunque sta facendo qualcosa d’importante. Guarda anche il dibattito che ha generato alla prima proiezione alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. I film devono far discutere, altrimenti non ti hanno lasciato niente. Devi far arrabbiare le persone toccando il loro inconscio, così le fai riflettere.
Alma Noce in La ragazza ha volato
Il film che ti ha rivelato, un’interpretazione notevole, è La ragazza ha volato (2021), di Wilma Labate. Che ricordo ne hai?
Ho amato profondamente quel film. L’ho accompagnato spesso nei dibattiti in sala. Ci sono state delle vere e proprie discussioni anche per La ragazza ha volato. Qualcuno mi ha detto che l’ha visto come un’apologia dello stupro. C’era gente indignata, tra l’altro in Festival di femministe, dal fatto che il mio personaggio non abortisse il bambino figlio di una violenza. È la storia di una ragazzina che viene stuprata, messa incinta e non ha il coraggio di dirlo a nessuno né trova strutture o sostegno familiare che l’aiutino. Film che inquadra perfettamente come questa situazione venga vissuta da tantissime giovani, e non solo giovani, che si trovano ad affrontare questa drammatica esperienza.
Il grande pubblico ti ha conosciuto nella serie televisiva L’Isola di Pietro con Gianni Morandi. Che avventura è stata?
L’isola di Pietro è stato il mio esordio da coprotagonista. Quindi la prima volta in cui mi è stato chiesto un impegno lavorativo importante. Precedentemente avevo fatto sempre ruoli molto piccoli, vivevo a Torino, andavo a scuola. L’isola di Pietro mi ha portata a Roma, la città in cui ora vivo da dieci anni. È stata una straordinaria palestra, perché le serie t’insegnano il ritmo di lavoro. S’impara cosa fare e cosa evitare, avendo l’opportunità di guardarsi. Ho potuto comprendere dove sbagliavo. È stata una vera scuola per me. L’ho cominciata quando avevo 16 anni.
Un altro ruolo importante è stato in L’arte della gioia (2023) di Valeria Golino. Hai sentito una particolare specificità nell’essere diretta da un’attrice?
Devo dire di sì. Lei aveva un modo di dirigere molto carnale e, insieme, sentimentale. Intuiva cosa può provare un attore davanti alla macchina da presa, sapeva perfettamente come prenderti nei momenti in cui, magari, le cose non funzionavano. Può capitare che fai cilecca, diventi un pezzo di legno, non riesci a muoverti come dovresti. Lei che, pure, avrà attraversato queste situazioni nella sua carriera, conosceva esattamente il modo in cui dirigerti. Arrivava, ti guardava negli occhi con l’emozione che doveva provare il tuo personaggio e t’incanalava magnificamente. Mi ricordo che c’era una scena in cui dovevo piangere: lei è arrivata e si è messa a piangere davanti a me. Io quella cosa l’ho sentita subito e ho cominciato a piangere anch’io. Una volta le ho chiesto aiuto e mi ha preso a schiaffi: ha funzionato. Sul set è una persona che ti comprende profondamente.
Alma Noce in L’Isola di Pietro
A proposito di serie televisive d’autore, hai fatto una parte anche in Portobello (2026) di Marco Bellocchio.
Sì, era una piccola parte, ma è stato importante, per me, vederlo lavorare. Ho trovato un’energia incredibile. Ne sono rimasta scioccata. I ruoli piccoli, tanto più in una serie, sono complicati, perché entri in un ecosistema che già va avanti e funziona. Magari tu non conosci nessuno, perché è il primo giorno, delle volte anche l’ultimo. Questo ti mette alla prova in maniera diversa, nel senso che non hai la possibilità di conoscere chi hai intorno, affidarti, sentire quello che percepiscono. Quindi ero un po’ preoccupata di non riuscire a entrare nel meccanismo, tanto più con Marco Bellocchio dietro alla macchina da presa. Ma sono stata molto felice di quell’esperienza.
Hai fatto un piccolo ruolo anche per Dario Argento, in Dracula 3D (2012).
Sì, ero proprio una bambina. Una bambina molto particolare. Tagliavo le bambole, cose abbastanza pazzesche. Quando ho fatto il provino, Dario Argento mi ha chiesto quale fosse il mio gioco preferito. E io: fare la morta. Perfetto. Sul set mi sono divertita tantissimo. Ero felicissima, figurati, venivo uccisa da Rutger Hauer.
Cosa puoi dirci dei tuoi prossimi progetti?
Ho in uscita due film, uno diretto da Giovanni Veronesi, l’altro da Claudio Cupellini. Sono opere molto diverse l’una dall’altra e da Punk State. Sono particolarmente contenta che, nel giro di un anno, abbia avuto la possibilità di lavorare su tre progetti per tre personaggi completamente differenti. È un’occasione di crescita. Il film di Giovanni Veronesi s’intitolerà Dio ride, quello di Claudio CupelliniIl sopravvissuto.