Nell’arcipelago delle Comore, all’ingresso del canale di Mozambico, sorge l’isola di Mayotte. Tra la costa e le pendici delle montagne si sviluppano i banga, baraccopoli a cielo aperto erette tra legno secco e stralci di tessuti usurati.
15 dicembre 2024: il ciclone Chydo colpisce l’isola, gettando la capitale, Mamoudzou, e tutti i quartieri che compongono l’organico demografico in un abisso di distruzione e tragedia. In particolare, il quartiere di Mandzarsoa viene quasi totalmente spazzato via, lasciando la popolazione spiazzata e disorientata davanti ad una geografia sconosciuta.
Il dramma diventa fulcro della narrazione in Mandzarsoa di Germain Le Carpentier, cortometraggio presentato in anteprima nazionale al TerraLenta Film Festival, festival internazionale del documentario ambientale di Bella.
Annaspare in un mare di immagini
Un uragano porta via tutto all’isola con una terrificante bufera di 200 km/h. L’inquadratura soffre questa raffica di paura e smarrimento, incarnandosi in una macchina a mano precipitosa e confusionaria manovrata da Le Carpentier. Il regista, stabilito da anni sull’isola, racconta in prima persona il trauma del disastro attraverso una prontezza disarmante nel documentare i fatti. Forse, a guidarlo è stato un sentimento viscerale, la primordiale conoscenza della futura necessità del girato: sembra infatti che la cinepresa annaspi in un mare di immagini che devono obbligatoriamente essere riprese. Una sovrastimolazione che buca lo schermo e sancisce subito una consapevolezza condivisa tra regista e spettatore riguardo all’importanza di questa testimonianza.
Nel caos, a sorprendere è la scelta della saturazione dei colori, vicina al pantone di pellicole come Asteroid City, ma antitetica all’universo positivo e plastico di Wes Anderson.

Un Paese dipendentemente indipendente
La tempesta si placa: a infervorarsi ora sono gli animi della comunità. Dal primo istante, i residenti collaborano nella ricostruzione del quartiere e nello stabilire dei rifugi d’emergenza. Nonostante la loro unione apparentemente sembri sufficiente, una spada di Damocle pende sulle loro teste. Dal 2011, infatti, l’isola è universalmente riconosciuta come Dipartimento d’oltremare e membro ufficiale dell’Unione Europea, dipendendo direttamente dalla Francia. Tutte le altre isole dell’arcipelago sono indipendenti, rese tali da un referendum: votazione che a Mayotte ha avuto esito negativo, lasciandola in un limbo, appesa tra la povertà delle sue simili e il colonialismo brutale del Paese continentale. Gli abitanti di Mayotte oggi si considerano orgogliosamente francesi, ma vittime di un’appartenenza gerarchizzante: si sentono francesi abbandonati. Chiedono uguaglianza, ospedali migliori, acqua potabile e le stesse infrastrutture di Parigi.

Auto-affermarsi contro la catastrofe
Una voce risuona alla radio. È orribile, ma se non fosse la Francia sarebbe stato ancora peggio. Un concetto che risuona assordante tra le vie distrutte di Mandzarsoa, rinfacciando a testa alta alla popolazione una scelta presa per salvare culturalmente e geograficamente la loro realtà. È questa la vera catastrofe: il menefreghismo e il nazionalismo francese di fronte a un disastro umanitario. Una catastrofe proporzionalmente causata dalla natura tanto quanto dal colonialismo di un Paese che a luoghi come quelli di Mandzarsoa non pensa, neanche nei momenti di vitale bisogno. Mayotte è Francia ma, dall’altra parte, la Francia non è decisamente Mayotte.