Interviews

‘Ritorno al Tratturo’: quando il cinema interroga l’Italia vuota, l’Europa ascolta

Ci sono luoghi in Italia dove per arrivare a scuola o in ospedale servono ore di viaggio. Vivere qui è difficile, sognare di più.

Published

on

Una domanda attraversa Ritorno al Tratturo, il documentario di Francesco Cordio nato da un’idea di Filippo Tantillo, Francesco Cordio ed Elio Germano: cosa significa raccontare oggi le aree interne italiane senza trasformarle né in un paesaggio della nostalgia né in un prodotto da marketing territoriale? In occasione della proiezione del film al Parlamento Europeo di Bruxelles, promossa dal gruppo The Greens/EFA, abbiamo incontrato Filippo Tantillo, autore de L’Italia vuota (Laterza) e sceneggiatore del documentario, per riflettere sul ruolo del cinema nella costruzione di nuovi immaginari per i territori marginalizzati del Paese.

Il cinema può cambiare la geografia dell’immaginario?

Nel tuo lavoro sulle aree interne, e in Ritorno al Tratturo, sembra esserci il tentativo di restituire centralità simbolica a territori considerati marginali. Il cinema può modificare la percezione politica e culturale di questi luoghi?

Naturalmente questo è il mio tentativo, la mia speranza, e devo dire che ne sono profondamente convinto. Negli anni 60, quando in Italia col Piano Marshall si facevano piani di sviluppo di aree rurali in grande stile, c’era anche tutto un apparato pubblico che si occupava non di fare marketing (che oggi convoglia tutti i fondi perla comunicazione pubblica), ma per spiegare ai cittadini quali sono i temi che si ritengono importanti per il bene pubblico, e cosa si sta provando a fare, senza negare le difficoltà e anzi responsabilizzandoli (lo stato sei tu, siamo tutti noi). Ecco questa cosa mi ha formato moltissimo. Sono convinto che condividere con tutti i cittadini con chiarezza quali siano problemi e le loro possibili soluzioni, anche se aspre o forse solo ingenue, è già fare metà del lavoro.

Quando il paesaggio diventa protagonista

In Ritorno al Tratturo il paesaggio non è mai un semplice sfondo, ma un vero soggetto narrativo. Come avete evitato una rappresentazione folkloristica o puramente contemplativa del territorio?

Il paesaggio agisce nella vita delle persone, soprattutto in queste aree, non è uno sfondo teatrale nel qual si mettono in scena le passioni umane, sempre uguali, sia in città che in montagna. Ormai sappiamo che le caratteristiche dei luoghi dove vivi hanno una loro specifica agency,  e che la nostra vita è frutto di una negoziazione fra dimensione sociale ed economica, sulla quale ci siamo concentrati in maniere esclusiva fino ad oggi, e ambientale. È questa consapevolezza che ci può permettere di uscire dall’antropocene che ci sta portando alla rovina. Proviamo ad immaginare qualcosa che non comprendiamo, ma che forse è meno assurda di quello che sembra: se territori sono vivi, forse anche le montagne ricordano, e i boschi pensano. Lo dicono le scienze naturali.

Il documentario come dispositivo politico

Hai spesso parlato di un’Italia vuota, come nel tuo saggio/ricerca l’“Italia vuota”, pubblicato per Laterza. Il documentario può ancora avere una funzione politica concreta, non solo come denuncia ma come strumento di ricostruzione immaginativa e sociale?

Certo, il documentario dalla sua nascita tradizionale, diciamo dagli anni 20/30 del secolo scorso in inghilterra, nasce proprio in seno alle amministrazioni pubbliche con l’idea di “innescare” una reazione nel pubblico. I trigged film, li chiamavano, e avevano una struttura più o meno standard, pensata proprio per ricostruire, denunciare, causare una reazione , anche emotiva, offrire un immaginario non distopico ma progressivo: è quello che abbiamo cercato di fare.

Cercare una terza via

Hai detto di aver voluto evitare sia la retorica dello spot territoriale sia quella malinconica del declino delle aree interne, cercando una “terza via”. Qual è, per te, questa terza via?

Non lo so, sta al pubblico giudicare se l’abbiamo trovata o se siamo o no ulla buona strada. Certo l’intento è questo. Stiamo cercando un nuovo linguaggio, che differisca sia da quello deprimente dell’abbandono, che da quello stucchevole del marketing e della retorica dei borghi, ma anche da quello dell’arcadia della natura in equilibrio, (che non è mai così: le aree interne sono una continua crisi dopo l’altra, ambientale, economica, climatica, questo loro squilibrio ci insegna qialcosa anche sulle nostre città).

Memoria, lavoro e appartenenza

Nel film emerge un forte legame tra memoria, lavoro e appartenenza. Raccontare questi territori può contribuire a generare nuove forme di sviluppo locale o di riappropriazione identitaria?

Più che riappropriazione identitaria, direi nuove forme di senso di appartenenza, e quindi capacità di fare economia. Non dimentichiamo che lo sviluppo locale, l’economia, è un sottoinsieme della socialità, della fiducia. Si fa sempre insieme, non esiste alternativa, specie in luoghi dove l’accumulazione capitalistica è bassa, e il lavoro, e la tecniche del lavoro, tornano centrali. E nella costruzione del senso di appartenenza, la memoria di queste tecniche, e dei riti e miti ad esse legati, sono determinanti.

L’etica dello sguardo documentario

In Ritorno al Tratturo non trasformate mai le persone filmate in “tipi umani” o simboli sociologici. Quanto conta, per te, mantenere un’etica dello sguardo documentario?

Se si applicassero etichette sulle persone si farebbe una operazione inaccettabile per chi si pone il problema di fare un cinema du reel.  Che è l’unico modo, a mia esperienza, per “fare ricerca con la videocamera”.

Mi sembra che Ritorno al Tratturo provi a raccontare le aree interne come spazi vivi, contraddittori, attraversati da conflitti e possibilità reali, evitando sia il marketing territoriale sia la nostalgia del declino. Era questa la vostra direzione? E quanto è importante, per te, che il cinema abiti il presente dei luoghi senza trasformarlo in spettacolo o nostalgia?

Forse a questa domanda ho già risposto. L’unica cosa che aggiungerei è che il cinema però, per quanto si faccia per inchiodarlo al reale, mantiene sempre una sua forma immaginifica, incontrollabile, che di fatto lo rende cosi speciale. Suscita emozioni nel pubblico, e non sai mai esattamente quali. È una cosa che non si può negare oppure contrastare, succede comunque. Tanto vale assecondarla, e i bravi registi sono quelli che sanno prevedere almeno in parte che emozioni saranno in grado di suscitare e sono in grado di provare ad indirizzarla, ad esempio mettendo una certa musica su un documentario “du reel”, non in presa diretta. Il cinema nella percezione dei fruitori, e anche nella nostra, rimane sempre uno spettacolo. Così è nato.

Werner Herzog e il cinema degli ecosistemi

Qual è il regista che ami di più e a cui vorresti assomigliare?

Werner Herzog, senza dubbio, per la sua capacità di passare dalla letteratura alle immagini e viceversa, e per la grande capacità di raccontare questi spazi che oggi chiamiamo ecosistemi bioculturali, dove si intrecciano le esistenze di umani e non umani, con un grande respiro e tempi asciutti.

Exit mobile version