La 20a edizione del SalinaDocFest, dall’8 al 12 luglio, celebra un mito fondante della nostra storia mediterranea, quello di Ulisse, attraverso un’originale reinterpretazione nei nostri tempi di guerra e migrazioni. Se ne parlerà tra cinema, letteratura, musica e arti visive, mantenendo il focus sulla forma del documentario narrativo.
Per saperne di più sul programma, gli ospiti e la coinvolgente formula del SalinaDocFest, nella meravigliosa cornice delle Isole Eolie, abbiamo intervistato la sua direttrice, la vulcanica Giovanna Taviani.
Ci racconti la storia e la specificità del SalinaDocFest? Da quale visione nasce?
Il SalinaDocFest nasce proprio da una visione. Andavo in vacanza a Salina sin da piccola e tutti si lamentavano che l’isola fosse bellissima, ma mancasse una sala cinematografica. Inoltre, si riempiva di turisti ad agosto, ma, negli altri mesi, c’era ben poco per i giovani. Allora, vent’anni fa, ho avuto quest’idea insieme ad Antonio Pezzuto e Mazzino Montinari. Decidemmo di fare un Festival dedicato al cinema del reale, perché Salina è stata l’isola della Panaria Film, una grande casa di produzione sul documentario subacqueo, fondata nel 1947 da Francesco Alliata, Renzo Avanzo e Fosco Maraini. Io avevo appena esordito con un mio documentario e, nel panorama italiano, si stava affacciando una nuova generazione che cominciava a ibridare la finzione con il documentario, dopo anni di cinema troppo ripiegato su se stesso. Matteo Garrone, per esempio, aveva esordito con Terra di Mezzo e poi Estate Romana, in questo territorio linguistico/stilistico di confine.
All’inizio, il SalinaDocFest era un piccolissimo Festival di tre giorni, a settembre, pensato sullo zoccolo duro del concorso documentario. Lo facemmo al centro congressi di Malfa, ricevendo subito risposta positiva da parte dell’amministrazione locale e degli albergatori, che ci tenevano ad allungare la stagione con un turismo culturale destagionalizzato. Fondamentale fu l’appoggio di Clara Rametta, recentemente scomparsa, straordinaria sindachessa, proprietaria dell’Hotel Signum, ancora oggi uno dei nostri partner più importanti, a cui è intitolato il Premio del pubblico. Decidemmo anche un preciso taglio per il concorso e, cioè, il documentario narrativo. Allora erano da poco usciti L’orchestra di Piazza Vittorio di Agostino Ferrente e Un’ora sola ti vorrei di Alina Marrazzi, due modelli che abbiamo preso come fari. Ora, però, immagina che abbiamo portato un Festival documentario a spettatori isolani: è stata una vera scommessa. Motivo per cui, da subito, abbiamo istituito il Premio del pubblico, proprio per coinvolgere la comunità, che ha reagito in maniera sorprendente: tu pensa che soddisfazione vedere in platea le vecchiette di Salina!

SalinaDocFest
Nel tempo, il SalinaDocFest è cresciuto tantissimo.
A poco a poco, abbiamo cominciato ad aumentare le sezioni, a trasformare il SalinaDocFest in un Festival di incontri, sempre più interdisciplinare. Per esempio, abbiamo istituito il Premio Ravesi per la letteratura, sostenuto da un altro degli storici alberghi dell’isola, grazie al quale invitiamo scrittori emergenti e altri già affermati, che raccontano la realtà di pari passo con il documentario. Il primo che venne fu il Roberto Saviano di Gomorra (che ci riporta ancora a Matteo Garrone). Era ancora un Saviano senza scorta. Fece un incontro in piazza con il professor Romano Ruperini e ricordo disse come Gomorra nascesse da un sentimento, la rabbia. Il giorno dopo, tanti ragazzi isolani comprarono il libro. Da segnali come questi abbiamo capito l’importanza che il SalinaDocFest andava assumendo per tutti noi. Nel corso degli anni, abbiamo lanciato registi documentaristi come Gianfranco Rosi, Pippo Delbono, Giovanni Piperno, Luca Scivoletto, Pippo Mezzapesa o Stefano Savona, che vinse la prima edizione del Festival con Primavera in Kurdistan.
Il 18 e 19 giugno c’è un’importante anteprima del SalinaDocFest a Messina, due giornate di studio e approfondimento con Matteo Garrone e il suo Io capitano, che ci racconta come le Odissee nel Mediterraneo non finiscono mai.
Quello dell’Odissea è uno dei temi di questa edizione, connesso con quello delle migrazioni, un filo rosso ontologicamente costitutivo della nostra identità, in una terra, la Sicilia, che è una finestra aperta sul Mediterraneo. Mare sotto cui c’è un cimitero di morti, persone in fuga alla ricerca di una vita migliore. Per me, Matteo Garrone è il più grande regista della sua generazione e il suo Io capitano costruisce un nuovo sguardo sulla tragedia dell’emigrazione, guardandola, però, dal punto di vista dell’altro, non dal nostro. È riuscito a trasfigurare il viaggio dei suoi protagonisti in un’epopea, tra fiaba e realtà. Lui dice che è il suo film più vicino a Pinocchio. Sono entrambi romanzi di formazione, infatti. Seydoux è come Ulisse. Il suo è un viaggio realistico, ma anche immaginifico. Matteo Garrone parla di realismo visionario, io direi realismo allegorico. Lui, da un lato, è partito dall’ascolto delle storie vere, dall’altro dalle immagini che si sono create.

In tempi di guerra come i nostri e di progressive chiusure nel nazionalismo, cosa c’insegna ancora una figura come quella di Ulisse?
L’Odissea è diventata, per me, una chiamata collettiva: contro la paura, la barbarie, ogni forma di dominio che svuota l’essere umano della sua centralità. È un invito a recuperare la ragione, la solidarietà, la capacità d’immaginare, con artisti e pensatori che, nelle loro opere, hanno attraversato i temi del viaggio, della guerra, del dolore, della solitudine e del ritorno. Lo sguardo si sposta su Ulisse per mettere al centro lo straniamento, l’angoscia del soldato dopo una guerra. Ulisse non vuole più combattere. Quando vede Itaca nella nebbia, non la riconosce e chiede ad Atena che terra sia. Si è appena svegliato, ha dormito un lungo sonno ristoratore. Ha davanti la patria tanto cercata, ma ancora si dispera. È il simbolo di una profonda gestazione del lutto, causato da vent’anni di guerra, assassinii, perdite. L’umano resta il punto di partenza e di arrivo del viaggio di Ulisse. Perché umani non si nasce, si diventa.
Il bellissimo manifesto della 20a edizione è disegnato da Milo Manara, il cui Ulisse ha le fattezze di Pier Paolo Pasolini. Al Festival presenterà una sua Odissea illustrata. Come avete condiviso questo progetto?
È la più grande conquista di questa edizione. Poiché stavo lavorando sull’Odissea per un prossimo documentario, ho indagato tutte le versioni e ho scoperto questa sua Odissea illustrata. Poi ho visto lo spettacolo di Nicola Piovani, Viaggi di Ulisse, con le tele di Milo Manara ad accompagnare gli spettatori nelle tappe salienti del percorso omerico. Mi è sembrato un segno e ho chiesto il suo contatto per invitarlo a Salina. Quando mi ha detto sì, ho azzardato il passaggio successivo di chiedergli un’immagine per il nostro manifesto di quest’anno. Mi ha confessato di essere molto emozionato perché non ha mai visto le Isole Eolie, finora solcate soltanto con l’immaginazione.

Film d’apertura di questa edizione sarà Itaca il ritorno di Uberto Pasolini. Qual è la specificità del suo sguardo della storia di Ulisse?
Mi ha colpito il fatto che lui abbia scelto di concentrarsi sull’ultima parte dell’Odissea, quindi non il viaggio di avventure, con Circe, Polifemo, le situazioni che tutti conosciamo da quando siamo piccoli. Ulisse è interpretato da un Ralph Fiennes vecchio, con il corpo cadente, le rughe. È un Ulisse alla fine del viaggio. Un non eroe, da subito a nudo, che bacia la sua terra straniato, uno spaesamento proprio dell’alienazione del reduce di guerra che mi ha catapultato nello scenario di oggi. C’è un dialogo finale tra lui e Penelope che è un’altra intuizione geniale, una Juliette Binoche dietro un telaio rosso. Lei non è la mogliettina che aspetta. Omero la definisce «la saggia Penelope» e in questo racconto sembra addirittura che il punto di vista sia il suo. Tesse la tela, la trama, come se fosse lei a scrivere l’Odissea. C’è questo spostamento di sguardo molto interessante. In questo dialogo finale, lei gli chiede di raccontare quello che ha fatto, «perché io devo sapere». Lui dice: «No, è meglio dimenticare». E lei ribatte: «Ricorderemo insieme e dimenticheremo insieme. E poi invecchieremo insieme». C’è l’idea di attraversare insieme uno spazio che può essere doloroso, per elaborarlo. A livello di sceneggiatura è un lavoro eccellente, infatti, l’incontro a Salina, con Uberto Pasolini, sarà su fedeltà o tradimento di un testo. C’è un’altra cosa che non sapevo di questo film, cioè che Uberto Pasolini aveva chiesto proprio a Matteo Garrone di fare la regia.
Nel programma di quest’anno, il concetto d’insularità trova declinazioni culturali molto profonde. La prima, per me più sorprendente, è l’esplorazione del mondo delle carceri insieme a Daria Bignardi.
Ho scoperto questo libro di Daria Bignardi, Ogni prigione è un’isola, in un carcere, mentre preparavo il lavoro per il mio documentario. Un detenuto mi ha portato il volume tutto chiosato da lui, quindi ho cominciato a leggerlo. Conoscevo Daria Bignardi per la sua attività televisiva, Le invasioni barbariche, ma niente più. Ho scoperto una reciproca simbiosi con la mia vita. È anche lei amante delle isole, viene da anni alle Eolie, da molto tempo lavora come volontaria nelle carceri. Ha avuto una madre malata di nervi e da lì, pare, sia derivata la sua claustrofilia, lo scrive nel libro: l’attrazione per i luoghi chiusi, appartati, come isole e carceri, un’apparente contraddizione tra prigionia e libertà; perché quando sei su un’isola per mesi, da una parte sei prigioniero del mare che sale, degli aliscafi che non partono, dall’altra ti senti libero come mai, in una specie di solitudine costruttiva.

Questo tema della condizione carceraria torna con altri ospiti d’eccezione di questa 20a edizione del SalinaDocFest, Mario Martone e Valeria Golino, regista e protagonista di Fuori. Valeria Golino è anche autrice di una serie televisiva dedicata a Goliarda Sapienza, scrittrice e intellettuale fortemente segnata in prima persona dall’esperienza della prigione.
Goliarda Sapienza è stata in carcere, ha scritto L’università di Rebibbia e a quella esperienza è ispirato Fuori di Mario Martone, un grandissimo cineasta che inseguivo da tempo. Valeria Golino era già stata nostra ospite come regista per L’arte della Gioia, basato sull’omonimo romanzo di Goliarda Sapienza. Farà un incontro sul suo percorso di attrice, straordinario per talentuosa poliedricità. Tornando a Goliarda Sapienza, mi hanno particolarmente colpito le sue riflessioni sul carcere. Descrive questo strano silenzio, una cosa che senti molto violenta. Parla di quello che succede all’udito e all’olfatto dei detenuti, si diventa quasi sordi, non si sentono più gli odori, perché non si percepiscono più né gli odori della natura né i suoni del mondo. Eppure, in quel luogo, dice d’aver riscoperto importanti valori, come l’amicizia e la solidarietà. Per me era importante aprire uno squarcio sull’attuale situazione carceraria, perché esistono delle isole felici, dove resiste l’umanità (nostro filo conduttore), ma non sempre è così. Sappiamo bene in che stato versano le carceri italiane e come questa condizione stia peggiorando con decreti sicurezza che irrigidiscono senza logica le pene. Una volta che riempi le celle, non le puoi chiudere a chiave e girarti sempre dall’altra parte. Eppure, questo è il senso comune, indifferente al sovraffollamento e alla mancanza di fondi per la formazione dei detenuti, per prepararli alla vita fuori. Delle volte, mi sembra di vivere in un mondo distopico. Non so che fine farà l’umano. Anche di questo parleremo a Salina.
Ulisse si vorrebbe mettere alle spalle una lunga guerra, nel suo travaglio di reduce. Quanto questo tema è presente nei documentari che vedremo quest’anno al SalinaDocFest?
Ogni anno diamo un tema alla nostra selezione, poi, però, bisogna vedere cosa si produce. Ci sono arrivati tanti documentari che parlavano di guerre e profughi di guerra, però i migliori trattavano soprattutto di guerre interiori, storie più individuali. Al comitato di selezione, che condivido con Antonio Pezzuto, Ivelise Perniola e Paola Cassano, ha colpito in particolare questa ricerca di padri o madri scomparse. In questo senso, sono molto più vicini all’Odissea di Milo Manara, raccontata dal punto di vista di Telemaco bambino, che non accetta la presunta morte del padre. C’è questo scavo dietro i film in concorso, questa rottura del patto generazionale tra padri e figli.

In tempo di crisi, il mito ci parla sempre. Tu stessa, da documentarista, stai preparando un nuovo lavoro intitolato proprio La nostra Odissea. Ce ne puoi parlare?
È la mia cifra stilistica utilizzare il mito come chiave per leggere il presente, soprattutto m’interessa far confliggere il mito con la cronaca, anche quella nera. Per questo lavoro, ho portato l’Odissea in un carcere di massima sicurezza, a Ranza, San Gimignano, dove ho selezionato quindici detenuti condannati all’ergastolo ostativo. Persone che, probabilmente, non sono mai entrate in contatto con un immaginario diverso da quello del crimine organizzato. Abbiamo letto il testo omerico per un anno, con una scrittura partecipata, vedendo anche i film tratti dall’Odissea. All’inizio ho trovato grande diffidenza. Tieni presente che, nel regime di alta sicurezza, i detenuti non possono stare insieme, se non in spazi dedicati ad attività di scuola. Le celle sono isolate, non c’è nemmeno la mensa comune. Ora, immagina la scena di un boss che parla dei suoi sentimenti, leggendo di Telemaco, davanti a un boss del clan rivale… A poco a poco, a contatto con i grandi archetipi dei sentimenti umani dell’Odissea, si sono sciolti e hanno fatto un lavoro pazzesco di metaforizzazione, rapportando l’esperienza di Ulisse alla loro vita e viceversa. Questo loro sforzo d’immaginazione, lo associo a quel realismo visionario di cui parlavamo a proposito di Matteo Garrone. Nel mio piccolo, con il documentario, cerco di seguire questa strada.
Quanto è complicato organizzare una manifestazione come SalinaDocFest? Quali le difficoltà maggiori, quali le soddisfazioni più grandi?
L’organizzazione è complicatissima perché è un Festival su un’isola lontana da raggiungere, con collegamenti che, spesso, non funzionano. Dipendiamo in tutto dalla natura, dal mare, e non abbiamo un vero cinema. Quest’anno, poi, è ancora più difficile per la crisi del sistema culturale italiano, a causa dei tagli imposti dal governo sia ai Festival che a tutto il comparto cinema. I ritardi delle commissioni ministeriali sono clamorosi. Arriviamo a questa edizione, per la prima volta, con un enorme buco finanziario. I fondi del 2025 ci sono arrivati da poco e di quelli per il 2026 non si sa nulla. Così si strozza un intero comparto, come se il cinema, la cultura, i Festival, la promozione del territorio, non fossero parte integrante dell’economia del Paese. La positività è nel fatto che Salina è magica, un’isola vulcanica che trasmette energia. Ogni volta che mi sembra di non farcela più, sento la forza trasmessa da tutti quelli che sono stati a questo Festival e penso che valga la pena continuare. Magari abbiamo solo lanciato un sasso nell’acqua, ma forse quei cerchi creati si espanderanno sempre di più.

Giovanna Taviani
Ogni anno il SalinaDocFest cresce, apprestandosi ora a diventare una Fondazione. Perché è un passaggio importante per voi?
È un passaggio importantissimo, il vecchio sogno di Clara Rametta. Il Festival è cresciuto a livello internazionale, ma noi organizzatori non siamo eterni. Abbiamo pensato di dare una struttura giuridica permanente al SalinaDocFest. Il Festival diventerà una delle attività della Fondazione, mettendo insieme impresa e cultura, ponendo al centro le Isole Eolie, per farne un polo d’attrazione turistico, economico, culturale, per tutto il mondo. Quando non ci saremo più noi, l’esperienza del Festival non deve finire. Saranno i giovani a succederci, isolani magari. Tra le varie mission, l’idea è quella di fare una scuola permanente dei mestieri del cinema, anche per stranieri, con una valenza istituzionale. L’altro progetto è costituire l’archivio permanente del documentario e dell’audiovisivo del Mediterraneo, per recuperare e non perdere la memoria di quando gli emigranti eravamo noi.
Una caratteristica fondamentale del SalinaDocFest è toccare tutte le arti: cinema, musica, letteratura, pittura, insieme all’enogastronomia che valorizza il meraviglioso territorio di Salina. Una totalità di approccio raramente riscontrabile in Festival di cinema. Da dove nasce questa tua visione?
Prima di tutto da un maestro come Romano Ruperini, che mi ha insegnato l’importanza di questa multidisciplinarità. Poi, noi abbiamo sempre voluto fare un Festival radicato nel territorio. Al SalinaDocFest si sta a contatto con la gente del posto che vive insieme agli ospiti della manifestazione, anche sotto l’aspetto conviviale. Per tornare alla metafora omerica, alla fine Ulisse ha una grande nostalgia per una cosa semplice: la vita in un posto che puoi chiamare casa. Perché è vero che il viaggio è l’avventura della conoscenza, ma lo ha portato fuori dalla vita. Tra i nostri sponsor ci sono tante aziende locali, tra le quali l’Hotel Signum, che ha una chef donna d’eccezione: Martina Caruso, una delle protagoniste del documentario di Giuseppe Carrieri, La quinta stagione, dedicato a cinque cuoche stellate italiane. Tra i nostri partner ci sono varie aziende vinicole: questa è una storia fondamentale per noi. Nell’Ottocento, Salina aveva una flotta di cento velieri di mercanti che commerciavano due cose: capperi e malvasia. Ci sono testimonianze di viaggiatori ottocenteschi che arrivavano sull’isola e vedevano le donne lavarsi con la malvasia perché non c’era l’acqua. Ora questi produttori si sono consorziati: Virgona, Fenech, Tasca d’Almerita, autentiche eccellenze italiane nell’enogastronomia del territorio. Anche questa è cultura, anche questo è il SalinaDocFest.

Martina Caruso in La quinta stagione di Giuseppe Carrieri