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‘I colori del male: Nero’, il silenzio collettivo che può uccidere

Il secondo capitolo della saga tratta dai romanzi bestseller di Małgorzata Oliwia Sobczak arriva su Netflix il 10 giugno

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I colori del male: Nero

Dopo il successo del primo capitolo della saga thriller polacca ispirata ai romanzi di Małgorzata Oliwia Sobczak, il regista Adrian Panek e il protagonista Jakub Gierszał fanno il loro ritorno su Netflix.

Se I colori del male: Rosso (2024) portava il procuratore Leopold Bilski sulle spiagge di Danzica, tra un omicidio irrisolto da quindici anni e una rete di corruzione istituzionale, il nuovo capitolo abbandona gli scenari urbani per immergersi in una provincia più silenziosa e, proprio per questo, più insidiosa.

Un paese che non vuole parlare

Vi è una tipologia di luogo cinematografico che il thriller europeo conosce bene. Il paese piccolo, apparentemente sereno, in cui tutti si conoscono e nessuno dice la verità. Le strade tranquille che nascondono rancori profondi. Le abitudini consolidate che funzionano da schermo.

I colori del male: Nero abita quel luogo con convinzione e lo porta in Kasciubia, regione storica nel nord della Polonia dove boschi e laghi sembrano proteggere i segreti con la stessa naturalezza con cui crescono gli alberi. Si tratta del secondo adattamento cinematografico della serie di romanzi della scrittrice polacca Małgorzata Oliwia Sobczak, i cui libri hanno superato le 750.000 copie vendute. Il primo capitolo, I colori del male: Rosso, aveva conquistato la vetta delle classifiche Netflix trascinando un pubblico internazionale verso il thriller polacco contemporaneo.

La tematica trattata da questo secondo capitolo sembra ancora più delicata di quella precedente: il protagonista scende vorticosamente in una spirale di violenza, omertà e segreti legati all’abuso di minori e alla potenza incontrastata delle istituzioni più antiche.

I colori del male: Nero

Bilski l’esiliato: un’ottima interpretazione di Jakub Gierszał

Bilski è stato trasferito in provincia come punizione per quello che ha combinato nel film precedente. La misteriosa scomparsa di un bambino, il figlio della collega Ania (Marianna Zydek), lo porta nuovamente alle prese di un caso complesso che svela man mano segreti sempre più oscuri.

Jakub Gierszał riprende il personaggio con la stessa misura asciutta che aveva convinto nel primo film. Bilski è un uomo a disagio, trasferito contro la sua volontà in un contesto che non sembra accettarlo completamente. Lo stesso rapporto con la coprotagonista si rivela intricato, a causa del dolore della donna.

Il suo sguardo da outsider diventa presto lo strumento narrativo più efficace del film: riesce a osservare ciò che gli abitanti rifiutano di vedere, o fingono di non vedere. Gierszał costruisce questa tensione con economia di mezzi, senza sovraccarichi emotivi. Il risultato è una presenza magnetica che tiene in piedi l’intera struttura drammatica anche nei momenti in cui la trama rallenta.

La comunità come antagonista collettivo

La scelta più interessante di Adrian Panek, nonché la più fedele allo spirito dei romanzi di Sobczak, è quella di fare della comunità locale il vero antagonista del film. È la complicità di un’intera comunità a muovere la storia, in un paese dove spariscono bambini da anni, e nessuno parla. I personaggi secondari portano tutti il peso di qualcosa che sanno e non dicono: il vicino di casa che abbassa gli occhi, il prete che sceglie le parole con cura eccessiva, la madre che difende suo figlio oltre ogni ragionevolezza. La violenza e il dolore sembrano essersi insidiati negli abitanti del paese da svariate generazioni, e non accennano a dileguarsi.

Non è una storia nuova: il detective fuori posto che arriva in un luogo chiuso e diffidente, la comunità che protegge i propri segreti con la stessa naturalezza con cui respira, i silenzi che valgono più delle risposte. Panek lo sa e non tenta di dissimularlo. Lavora invece sulla densità atmosferica, sulla fotografia che trasforma i paesaggi polacchi in spazi opprimenti, nonostante la loro bellezza naturale, sulla luce invernale che filtra obliqua e non scalda mai davvero. Costruisce un’atmosfera opprimente senza ricorrere a scorciatoie, sottolineando l’argomento tetro della messinscena.

I colori del male: Nero

Il nero come colore morale

Il nero, il colore scelto per questo secondo capitolo, è il colore dell’assenza: assenza di luce, di risposte, di coraggio civile. Sobczak aveva costruito la sua trilogia attorno a un’idea precisa, che Panek traduce in immagini con coerenza: il male non è mai soltanto individuale. Al contrario, esso affonda le proprie radici nella complicità collettiva e nella storia del luogo. Ha la forma di un paese che guarda dall’altra parte perché farlo è più comodo che affrontare la verità.

In questo senso, I colori del male: Nero appartiene a una tradizione precisa del thriller europeo contemporaneo, quella che dagli anni Duemila ha trasformato il genere poliziesco in uno strumento di critica sociale. Da Borgen a Dark (entrambi disponibili su Netflix), da Broadchurch a The Bridge, la tradizione nordica e centro-europea ha imparato a usare il crimine come pretesto per guardare da vicino le strutture di potere, le ipocrisie comunitarie, le violenze che una società decide di normalizzare.

Solido, a tratti prevedibile

I colori del male: Nero è un thriller solido, ben recitato e fotografato con una cura visiva che lo distingue dalla media del genere. Il difetto principale sta nella struttura narrativa: una trama che percorre binari già visti, senza riuscire a sorprendere davvero sul finale. Chi ha una certa familiarità con il genere riconoscerà le svolte narrative con qualche scena di anticipo, e il terzo atto, dove la tensione dovrebbe raggiungere il massimo del climax, pur funzionando nel complesso, non raggiunge la tensione accumulata nella prima metà. Il ritmo ne risente inevitabilmente, e la narrazione sembra svuotarsi della drammaticità evidenziata fino a quel momento.

Con quasi due ore di durata e una struttura narrativa pulita, I colori del male: Nero resta comunque uno di quei film che Netflix sa fare bene: produzioni non anglofone di qualità, con una voce propria, capaci di parlare a un pubblico internazionale senza perdere la propria identità.

In definitiva, il secondo capitolo della saga non deluderà i fan del primo. Il terzo, il colore Bianco, è già atteso, ma per ora, il colore del silenzio resta il Nero.

I colori del male: Nero

  • Anno: 2026
  • Durata: 110'
  • Distribuzione: Netflix
  • Genere: Drammatico, Thriller
  • Nazionalita: Polonia
  • Regia: Adrian Panek
  • Data di uscita: 10-June-2026