Isole Senza Mare è il documentario d’esordio di Greta Baglì, Cecilia Federico, Clara Milazzo, Grace Prestifilippo e Sara Robusto, presentato in anteprima al Taormina Film Festival 2026. Le cinque registe danno vita a un racconto corale profondamente radicato in Sicilia, trasformando l’isola in una condizione esistenziale prima ancora che in un luogo geografico. Attraverso storie diverse ma accomunate dallo stesso pensiero del viaggio, il cortometraggio esplora il limbo emotivo in cui convivono il desiderio – o la necessità – di partire e la difficoltà di lasciare davvero ciò che ci ha formati. Ne emerge una Sicilia lontana dalle rappresentazioni folcloristiche: una terra attraversata da attese, sogni sospesi e occasioni mancate, dove il rapporto con il futuro appare spesso incerto e ogni scelta porta con sé una perdita.
La produzione di Isole Senza Mare
Il progetto nasce sotto la guida creativa del regista e produttore Davide Vigore, che firma la produzione insieme a Giovanni Rosa. Il cortometraggio è una produzione Visco Film e Onirica, realizzata con il sostegno della Regione Siciliana, mentre la distribuzione è affidata a Kinèa Distribuzioni.

Tra Bufalino e Quasimodo: il tema dell’esilio
Se Isole Senza Mare si apre con una citazione di Gesualdo Bufalino, il suo immaginario richiama inevitabilmente anche la poetica di Salvatore Quasimodo e il tema dell’esilio. Nei versi de Il traghetto, per esempio, il mare non rappresenta soltanto una distanza fisica, ma una soglia emotiva che separa e unisce allo stesso tempo. Chi lascia l’isola continua a portarne dentro la voce, mentre chi resta convive con il richiamo di partenze mai compiute. Isole Senza Mare traduce questa tensione in una serie di volti e testimonianze che raccontano una Sicilia ancora stretta tra due forze opposte: quella che spinge a cercare altrove opportunità e futuro e quella che richiama costantemente verso le proprie radici. I protagonisti sembrano abitare proprio questo spazio intermedio, sospesi tra il bisogno di allontanarsi e l’impossibilità di recidere un legame che continua a definire la loro identità.
La scelta di restare come atto di resistenza
La riflessione più interessante di Isole Senza Mare, tuttavia, riguarda forse una dimensione meno esplorata nel racconto dell’insularità: la scelta di restare. In un Paese che spesso interpreta la partenza come sinonimo di crescita e realizzazione, il documentario restituisce valore a chi decide di rimanere. Restare non viene raccontato come il risultato di una mancanza di alternative, ma come una scelta consapevole, talvolta persino radicale. È un gesto che sfida la convinzione secondo cui il successo debba necessariamente coincidere con l’altrove e che afferma il diritto di immaginare il proprio futuro nello stesso luogo in cui si è nati.
Isole Senza Mare: Uno sguardo puro e privo di retorica
La forza di Isole Senza Mare risiede soprattutto nello sguardo delle sue autrici. Non c’è compiacimento estetico, né la ricerca di facili contrapposizioni tra chi parte e chi resta. Ogni storia viene accolta con rispetto, lasciata libera di esprimere dubbi, fragilità e contraddizioni senza essere piegata a una tesi precostituita. Il film evita accuratamente la retorica, sia quella nostalgica legata alla terra d’origine sia quella che celebra l’emigrazione come unica possibilità di riscatto. Tutto è raccontato con una sincerità disarmante, che restituisce autenticità alle persone prima ancora che ai temi affrontati. È proprio questa purezza dello sguardo a rendere Isole Senza Mare così significativo: non offre risposte definitive, ma invita ad ascoltare generazioni che continuano a interrogarsi sul significato di appartenenza, radici e futuro. E nel farlo racconta una Sicilia viva, complessa e profondamente umana, che non chiede di essere idealizzata né abbandonata, ma semplicemente compresa.