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Corti in Opera

Voglio essere solo Mia

All’8a edizione di Corti in Opera abbiamo intervistato Mia Russell, l’intensa e sorprendente protagonista del cortometraggio “A domani”

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Mia Russell

Mia Russell ha incantato platee di spettatori nei Festival in cui A domani è stato proiettato. Ora il cortometraggio è disponibile anche su RaiPlay. Un’occasione per scoprire la grazia e l’entusiasmo interpretativo della giovane attrice, magnificamente diretta da Emanuele Vicorito, premiato per la miglior regia all’8a edizione di Corti in Opera.

Al bel Festival dedicato ai cortometraggi, con la direzione artistica di Marco Torinello, abbiamo intervistato, in esclusiva, Mia Russell.

Che cosa ti piace di più del mestiere dell’attrice?

È, prima di tutto, un mestiere con cui lotto tanto, ma il fatto che io sia qua e ancora ci credo, nonostante non sia facile, dimostra che ne vale la pena. Dell’essere attrice amo la possibilità di essere tante cose che, in realtà, sono. Nei ruoli che ho avuto finora, sia al cinema che a teatro, ho sempre cercato di trovare una parte di me o di mettere una parte di me nei personaggi, non sono una di quelle interpreti che esce completamente da sé per incarnare un ruolo.

Com’è nata la tua passione per la recitazione? Quale cinema, quali attrici ti hanno ispirata in questo percorso?

Questa vocazione è iniziata prestissimo, sin da bambina guardavo molti film con mio padre. Sicuramente questa passione me l’ha trasmessa lui. A me e mia sorella ha sempre fatto vedere film per adulti, non solo cartoni animati. Mi ricordo che, un giorno, chiusa in bagno, a 4/5 anni, mi saltò in testa di voler fare l’attrice. A quell’età, per me, fare l’attrice voleva dire essere in tv. Andai da mio padre e glielo dissi. Lui, da buon americano, sempre sostenitore dei sogni, m’iscrisse a un corso e a 6 anni ho iniziato. Parlando dei film che mi hanno affascinato, ricordo di aver visto Lo squalo di Steven Spielberg prima di poter capire cosa stessi guardando. Poi c’è una grande passione per Stanley Kubrick nella mia famiglia. Vidi molto precocemente anche Quarto potere, ovviamente non comprendendolo. Diciamo che, a quell’età, è molto difficile. Come attrici, non avevo miti da bambina, oggi direi che prenderei a modello Cate Blanchett, Meryl StreepRooney Mara.

Mia Russell ed Emanuele Vicorito a Corti in Opera

Mia Russell ed Emanuele Vicorito a Corti in Opera

Tu sei un po’ un’attrice dei due mondi, di origine americana, nata a Praga, ma vivi in Italia, dove ti sei formata artisticamente. Questo che sguardo ti dà sull’Italia e l’America? Più distaccato o con più desiderio di conoscere queste due realtà?

Sono cresciuta con un’idealizzazione degli Stati Uniti e del suo cinema. Mi sono sempre ripromessa che, entro i 18 anni, sarei andata a vivere in America e avrei fatto lì l’attrice. Poi, maturando, ho conosciuto un po’ di più l’America e il cinema in Italia, così la mia prospettiva è cambiata. La mia priorità è stata ed è tuttora essere felice. Che è tutto e niente, lo so, però mi sono sempre detta vado dove sto bene. Adesso vivo a Roma, dove sto benissimo. È una città che mi ha adottata e mi sto impegnando a lavorare nel cinema italiano. So di avere, grazie al mio bilinguismo, qualche carta in più per lavorare nel cinema americano. È una porta che non ho ancora chiuso. Chissà, forse, un giorno.

La tua formazione è stata classicamente teatrale, come sei arrivata al cinema?

Come inizio, se vuoi studiare recitazione, finisci a fare una scuola di teatro. Ho sempre avuto l’idea di lavorare nel cinema, però ho sviluppato il pensiero che, per essere bravi attori, bisogna saper fare il teatro. Il primo vero approccio con la macchina da presa è stato quando ho vissuto in Florida un anno con mio padre, ho fatto lì la quarta liceo, iscrivendomi a un corso di recitazione che si faceva tutto davanti alla macchina da presa. Da allora, non ho mai smesso. Ovviamente, si prende un po’ il lavoro che capita.

A domani

A domani

Corti in Opera è un Festival dedicato al cortometraggio. Che tipo di rapporto hai con questa forma narrativa cinematografica?

Da attrice nel cinema mi sono trovata, come primo step, nel cortometraggio. Inizialmente di un amico, poi di un conoscente, quindi un provino e, pian piano, ne ho scoperto la sua forma e bellezza, tanto da essere diventata un’assidua spettatrice di corti.  Sono convinta che li sottovalutiamo, non li trattiamo con la giusta dignità. È il cinema giusto per chi, mi ci metto pure io, vuole cominciare, assaggiarne gli strumenti, il linguaggio. Perché, anche potendo, sarebbe impossibile fare un lungometraggio senza queste esperienze. Analizzando il mondo del corto, mi sembra che sia un po’ carente dal punto di vista della sceneggiatura. Non è affatto facile raccontare una storia in 20 minuti. Alcuni registi e sceneggiatori credo facciano un po’ di confusione, pensando che il cortometraggio sia un riassunto del film lungo che intendono fare, ma non è così.

Il regista Emanuele Vicorito come ti ha descritto il tuo personaggio in A domani?

Mi aveva detto che lui vedeva questa ragazza completamente libera, spensierata, non stupida, ma leggera, perché aveva tutto il mondo davanti. Anche in contrapposizione, ovviamente, allo stato di Arturo. È in vacanza, è innamorata di Napoli, dell’Italia, della vita. Quindi mi ricordo che calcò tanto sul ridere, sul sorridere come forma di apertura verso l’altro.

Per il protagonista maschile di A domani, un giovane detenuto del carcere di Nisida momentaneamente sfuggito alla sua condizione, sei una specie di sirena, il sogno di un’altra esistenza. Incarni la bellezza, la libertà, la vita stessa. Sensazioni che riesci magnificamente a rendere. Su cosa ti sei particolarmente concentrata per riuscire a restituire tutte queste impressioni?

Anche qua, non mi sono scostata tanto da una versione di me stessa. Quella curiosità verso il nuovo, sia come luoghi che come persone, la felicità che si può provare in un incontro improvvisato, inaspettato, sono i miei. È stato un po’ un excursus delle mie esperienze personali, l’attenzione all’altro, mi verrebbe da dirti lo sguardo, l’apertura.

A domani

A domani

Cosa hai pensato, che emozioni ti ha dato A domani quando lo hai visto per la prima volta?

La prima volta che mi rivedo, mi succede sempre, non sono lucida. Nel senso, l’emozione, l’ansia, il non sapere cosa aspettarmi e, contemporaneamente, le aspettative… Quindi, la prima volta, esci dall’esperienza un po’ confusa, offuscata. Anche questa volta è stato così. Poi l’ho rivisto, uscendo da me stessa, nel senso che non guardavo me, ma il lavoro nel suo complesso e l’ho trovato estremamente sensibile, leggero nella sua bellezza. Quando dico leggero, ho sempre paura che vi si associ un connotato negativo, invece è bella la leggerezza.

A domani ha un tema etico forte e un’estetica molto raffinata. Sbaglio a dire che poi questo sguardo diventa più raro se guardiamo il mondo del lungometraggio italiano, pochissimi maestri a parte?

Io sono molto radicata nel cinema americano e il poco cinema italiano che guardo è proprio quello dei grandi maestri. Non a caso, la maggior parte dei maestri italiani contemporanei lavora all’estero o, comunque, funziona all’estero. Quindi, nella mia testa, se penso al cinema italiano, penso a quello. Il resto mi sembra un po’ tutto uguale.

Cosa manca al cinema italiano, secondo te?

In Italia si racconta generalizzando, o la bellezza o la povertà. Manca l’assurdo, la fantasia, il laido. Mi sembra di vedere sempre gli stessi film. A parte i famosi grandi maestri, sono tutti uguali. Un regista che esce da questi schemi è Gabriele Mainetti: mette in scena storie ambientate in Italia, ma che non raccontano la solita Italia.

A domani

A domani

A proposito di grandi maestri del cinema, c’è stato qualche film visto di recente per cui hai pensato quella parte sarebbe stata perfetta per me?

Mi ricordo di averlo pensato. Mi sarebbe piaciuto essere la protagonista di The Drama. Però, generalmente, non è una cosa che considero spesso né facilmente. Anzi, a volte, quando guardo certe performance, mi dico che non andrò da nessuna parte.

C’è qualche progetto in corso o futuro che ti riguarda di cui ci puoi parlare?

Ho in programma un altro cortometraggio. La regista è di San Francisco. Lo gireremo a Bologna. Racconta un rapporto quasi simbiotico tra madre e figlio adulto, italiani. Io sono la compagna di quest’ultimo e la mia relazione con lui minaccia quella con la madre, secondo lei.

Ci sono dei ruoli che non accetteresti?

Sì. In questo momento della mia vita non ho particolare attrazione verso persone realmente esistite, i biopic. Preferisco avere la libertà d’inventare completamente il personaggio.

Credi che ci sia una responsabilità morale nel mestiere dell’attrice? E ci sono delle cose che un’interprete non dovrebbe mostrare?

No, l’arte dev’essere libera, sconveniente, anche brutta. L’altra sera ho guardato A Serbian Film. Non penso ci sia niente di peggio dal punto di vista narrativo/visivo per la sua violenza. Eppure, mi ha attratto, in qualche modo. Sono felice di stare in un mondo dove anche un film del genere possa esistere, dove ci sia lo strano, lo scomodo, il ridicolo. Ecco, questa è una cosa che vedo poco in Italia, per esempio. Tendono tutti a voler essere troppo perfetti e carini nel cinema.  Molto spesso anche le attrici non vogliono perdere una certa loro immagine.

Mia Russell

Mia Russell