In sala dal 27 maggio, Backrooms diretto da Kane Parsons prende l’estetica degradata dei forum, dei VHS corrotti e dell’analog horror per trasformarla in un incubo virtuale attraversato da elettricità sporca, memoria compressa e solitudine artificiale. Corridoi fluorescenti, moquette marcia e geometrie infinite sembrano emergere da un server dimenticato acceso da troppo tempo, come se il mondo digitale avesse continuato a replicare sé stesso anche dopo la sparizione dell’umano.
Sogni in rete
Se Stalker di Andrej Tarkovskij concepiva lo spazio come una ferita metafisica attraversata da residui spirituali e desideri di trascendenza; se The Shining di Stanley Kubrick trasformava l’Overlook Hotel in una macchina psichica governata dalla ripetizione, dalla simmetria e dal trauma architettonico, mentre Pulse di Kiyoshi Kurosawa intuiva la nascita di una malinconia reticolare in cui la connessione sopravviveva ai corpi, Backrooms di Kane Parsons assorbe queste posizioni figurative e le reimposta nell’estetica compressa di YouTube, dei forum, dell’analog horror e della selezione algoritmica contemporanea.
Il progetto possiede qualcosa di raro: la capacità di trasformare una mitologia nata dal folklore della rete in un’esperienza percettiva autenticamente cinematografica. Parsons comprende che l’orrore contemporaneo non abita più soltanto il racconto o la figura mostruosa, ma emerge dalla texture instabile e spettrale delle immagini digitali. Internet sogna di diventare cinema.
Il sublime burocratico dell’uomo digitale
Se entri in Backrooms entri in un’immagine che conserva ancora una temperatura emotiva, come certe gallerie dimenticate nei forum dei primi anni Duemila. La sua immobilità fluorescente suggerisce corridoi attraversati da vite minime, pause silenziose e gesti automatici evaporati senza lasciare traccia. L’orrore nasce proprio da questa assenza di realtà, che trasforma l’architettura corporale in un paesaggio mentale. Neon esausti, moquette umida e pareti giallastre illuminate da una luce impersonale evocano spazi sopravvissuti alla propria funzione o frustrazione, come uffici rimasti accesi dopo la scomparsa dei loro abitanti. Kane Parsons costruisce così ambienti sospesi, intrappolati in una persistenza artificiale che sembra ignorare la fine della vita.

Al centro di Backrooms sopravvive un’essenza quasi residuale. I personaggi interpretati da Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve e Cristin Milioti attraversano corridoi modulari e spazi impossibili come figure progressivamente assorbite dall’estetica stessa. La trama si dissolve dentro una struttura percettiva più vicina al sogno che alla narrazione classica: un improvviso slittamento della realtà conduce i protagonisti dentro un sistema infinito di ambienti fluorescenti che sembrano replicarsi autonomamente oltre ogni logica fisica. Parsons riduce progressivamente dialogo e psicologia lasciando che sia lo spazio a dominare completamente l’immagine, fino a trasformare Backrooms in un’esperienza ipnotica sulla dissoluzione dell’umano dentro una memoria virtuale ormai divenuta autonoma.
Infatti nel progetto audiovisivo del regista, l’estetica liminale smette di essere semplice creepypasta e assume una dimensione quasi filosofica. Backrooms diventa il sintomo emotivo di una generazione cresciuta dentro archivi digitali infiniti, immagini compresse e memorie senza corpo. Le sue immagini sembrano emergere da una memoria collettiva deteriorata, vicina all’hauntology di Mark Fisher e alle teorie sulla nostalgia sintetica.
Malinconico postumano
La stessa atmosfera attraversa molti testi pubblicati da NERO Editions: saggi sulla cultura contemporanea e dispositivi teorici capaci di leggere le macerie emotive prodotte dal capitalismo digitale, la trasformazione della rete in ecosistema psichico e la mutazione dell’esperienza umana dentro infrastrutture progettate per catturare attenzione, memoria e desiderio. Libri come The Weird and the Eerie, Realismo Capitalista e le derive iper funzionali e post-internet pubblicate negli ultimi anni sembrano orbitare attorno alla stessa ossessione di Backrooms: la percezione di vivere dentro sistemi sopravvissuti alla propria funzione simbolica. Non c’è nulla di nostalgico in senso classico; la sensazione somiglia piuttosto a un ricordo artificiale, come se Internet avesse iniziato lentamente a sognare da solo.
La forza perturbante del film nasce dalla sua capacità di convertire il banale amministrativo in esperienza metafisica, come se il tardo capitalismo avesse finalmente generato una propria idea di sublime. Non il sublime romantico della natura incontrollabile, piuttosto un sublime burocratico e modulare, illuminato da luci bianche e attraversato da un ronzio elettrico continuo che sembra provenire direttamente dalle viscere dell’infrastruttura contemporanea. Una forma di vertigine prodotta non dall’eccesso del mondo naturale, ma dalla ripetizione automatica dei sistemi.
Marc Augé parlava dei non-luoghi come di spazi privi di identità, attraversati da individui anonimi e transitori. In Backrooms, però, il discorso si radicalizza: questi ambienti non sembrano semplicemente anonimi, sembrano postumi. Continuano a esistere oltre l’uomo, come se la burocrazia avesse ereditato il pianeta.
L’horror dal fisico alieno

Dentro la sterilità fluorescente di Backrooms emerge qualcosa di radicalmente abietto nel senso kristeviano del termine. Julia Kristeva descriveva l’abietto come ciò che collassa i confini simbolici del soggetto, ciò che resta sospeso tra attrazione e rigetto, tra materia viva e scarto. Kane Parsons lavora precisamente dentro quel punto di collasso. L’angoscia non emerge dalla presenza del mostruoso, ma dalla percezione di trovarsi davanti a qualcosa che avrebbe dovuto cessare di esistere e che invece continua ostinatamente a pulsare dentro il paesaggio digitale, incapace di dissolversi completamente.
Ogni stanza appare simultaneamente riconoscibile e aliena, intima e disumana. L’occhio continua a cercare un segno di vita, una traccia narrativa, un dettaglio che restituisca orientamento, ma lo spazio rigetta ogni possibilità di senso con una freddezza quasi cosmica. È qui che il lavoro di Parsons raggiunge una dimensione autenticamente ipnotica: l’orrore nasce dalla reiterazione, dalla stasi, dalla geometria.
L’esperimento di Kane Parsons
L’influenza di un certo cinema concepito come organismo vivente capace di manipolare tempo, memoria e percezione attraversa profondamente Backrooms di Kane Parsons. L’ossessione per la ripetizione architettonica viene filtrata attraverso compressioni digitali, degrado JPEG, Reddit, YouTube e immaginari nativi del web, fino a trasformarsi in un linguaggio emotivo autonomo. Parsons tratta l’immagine elettronica come materia psichica nevrotica: un archivio post-mediale deteriorato, attraversato da residui mnemonici, persistenze ambientali e forme di nostalgia residuale digitale capaci di generare inquietudine attraverso la sola permanenza dello spazio.
Il mostro diventa secondario. A terrorizzare è il contenitore, la sua indifferenza amministrativa, la sua serialità infinita. L’angoscia nasce dalla percezione che quei corridoi potrebbero continuare all’infinito senza aver mai avuto bisogno di noi. In House of Leaves, Mark Z. Danielewski trasformava l’architettura domestica in una voragine ontologica: corridoi impossibili, stanze che eccedono dalla propria planimetria, spazi che reagiscono psicologicamente alla presenza umana. Backrooms compie qualcosa di simile con gli ambienti impersonali del tardo capitalismo, tra cubicoli deserti, uffici senza dipendenti e corridoi che sembrano progettati da un algoritmo insonne.
I sentimenti di internet

L’esperienza di navigazione dentro l’universo costruito da Kane Parsons coincide quasi perfettamente con la fenomenologia del doomscrolling contemporaneo, con quella trance selettiva in cui l’immagine smette di essere contemplata e viene assorbita compulsivamente dentro un flusso infinito. Ogni livello conduce a un altro livello, ogni variante apre nuove diramazioni, nuove mappe collaborative, nuove mitologie generate collettivamente dalla rete. Internet assume allora la forma di un labirinto emozionale: un’infrastruttura che accumula immagini fino a svuotarle di intensità, ricordi fino a renderli intercambiabili, presenze fino a trasformarle in fantasmi digitali sospesi dentro un archivio senza fine.
L’energia del progetto oltrepassa l’horror tradizionale. Backrooms visualizza una condizione psicologica contemporanea: vivere immersi in sistemi che continuano a funzionare indipendentemente dalla presenza umana, attraversare piattaforme costruite per trattenere attenzione e produrre reiterazione, abitare spazi digitali dove ogni esperienza appare simultaneamente familiare e svuotata. La sensazione disturbante che la rete abbia finalmente iniziato a sognare senza di noi, producendo immagini che sembrano provenire da un inconscio elettronico ormai completamente autosufficiente.