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Cannes

‘Cannes 79’: i pasticci della giuria di questa edizione

Considerazioni finali sui Premi di Cannes 79

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Cannes' jury

Spenti da qualche ora i riflettori sul Festival cinematografico più importante del mondo, le premiazioni, si sa, lasciano sempre una scia di polemiche.

Ma quest’anno la Giuria del Concorso ha davvero esagerato in negativo.

Park Chan Wook (il presidente), Demi Moore, Ruth Negga, Laura Wandel, Diego Céspedes, Isaack de Bankolè, Paul Laverty, Cloé Zhao, Stellan Skarsgård

hanno destabilizzato una Selezione Ufficiale nel complesso incentrata su tematiche che riflettono il nostro tempo: la guerra, anche negli strascichi del passato sull’Europa, i diritti LGBTQIA+, il capitalismo tecnocratico che sacrifica senza scrupolo chi non è più adatto alla produzione, al consumo. La condizione femminile di donne capaci di autodeterminarsi. Le relazioni, nell’incomunicabilità, nella difficoltà ad esternare realmente i propri sentimenti.

El sero querido

Primo e clamoroso errore: escludere da qualsiasi riconoscimento una pellicola del calibro di El ser querido di Rodrigo Sodoroyen. Un metacinema straordinario soprattutto per una messa in scena ed una direzione ancora capaci di innovare, dare sostanza ad un linguaggio cinematografico da tempo smarrito, confuso dentro stereotipi, eccessi tecnicistici, lobomizzante riproduzione seriale. Anche ignorare l’esperienza e la solidità di Javier Bardem (il suo protagonista) come Miglior Attore è stato davvero uno smacco clamoroso.

Preferirgli i due giovani protagonisti di Coward  Emmanuel Macchia e Valentin Campagne come Migliori Attori è stato probabilmente un espediente per mettere comunque in risalto il buon film di Lukas Dhont che attualizza il folle sacrificio della giovinezza della Prima Guerra Mondiale in nome di astratti, falsi miti: patria, onore, coraggio, machismo malato.

La coppia Virginie Efira e Tao Okamoto dell’intenso ed enorme Soudain di Ryūsuke Hamaguchi, premiate come Miglior Attrici, sa di ‘contentino’ per non escludere dal palmarès un film che avrebbe come minimo meritato il Premio alla Sceneggiatura. La lotta di eroine forti e gentili contro un sistema sociale, economico e tecnologico sempre più cinico ed autofagocitante.

Soudain

La vie d’une femme di Charline Bourgeois Tacquet aveva offerto il ruolo della vita alla egregia Léa Ducker, che ha dato prova di una straordinaria interpretazione del suo personaggio: un medico chirurgo a capo di una equipe, che porta avanti la sua vita professionale e privata con piglio e libertà. Una figura di caratura, raramente rappresentata se a vestirla è una donna.

Sopravvalutato il Gran Prix a Minotaur di Andrey Zvyagintsev, più dettato dalla necessità di rimarcare la condanna russa alla invasione ucraina. La simbologia del suo protagonista che incarna nel privato il Minotauro che la Russia rispecchia nella politica è resa in modo troppo asettico e distaccato.

Un ex equo abbastanza incomprensibile per il Premio alla Regia. Pawel Pawlikowski con Fatherland sarebbe stato più che legittimo: dentro un bianco e nero sublime, il viaggio del Premio Nobel Thomas Mann e di sua figlia Erika nella Germania del 1949,  tra i resti di una Nazione e il caos etico del post dittatura. Aggiungere La bola negra dei registi spagnoli Javier Calvo e Javier Ambrossi appare una forzatura, anche perché l’omaggio a Garcia Lorca attraverso tre storie maschili che si intrecciano e si ricongiungono, incarna più un prodotto mainstream che una pellicola di potente metafora.

Fatherland

Lo storico Notre salut di Emmanuel Marre, incentrato sulla figura del bisnonno del regista, burocrate del governo di Vichy nella Francia invasa dai nazisti, è un imbarazzante Premio alla Sceneggiatura, tenuto conto che il regista ha dichiarato alla Premiazione che si girava prescindendo da essa. Al più sarebbe stato un meritato Miglior Attore Swann Arlaud, che con la sua interpretazione ha dato un’anima al protagonista, difficile da dimenticare.

L’unico premio che ha convinto pienamente tutti è stata la Palma d’Oro a Fjord del maestro Cristian Mungiu nella sua dirompente ed atipica riflessione sull’integrazione ed inclusione, utilizzando come modello riflesso un Paese tra i più evoluti nella realizzazione di un ideale Stato-sociale.