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‘Cliff Booth’: Netflix scopre che il cinema esiste ancora

Il nuovo film scritto da Quentin Tarantino e diretto da David Fincher arriverà nelle sale IMAX il 25 novembre 2026 prima del debutto su Netflix. E all’improvviso anche la piattaforma che voleva “uccidere le sale” si ricorda che gli schermi grandi fanno ancora comodo

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The avventures of Cliff Booth

Per anni Netflix ha trattato il cinema tradizionale come un vecchio zio ingombrante da lasciare in salotto durante le feste: si tollera la sua presenza, gli si porta rispetto istituzionale, ma sotto sotto si aspetta soltanto che smetta di parlare di “esperienza collettiva”.

Poi però succede una cosa curiosa.

Arrivano David Fincher, Quentin Tarantino, Brad Pitt e Cliff Booth. E improvvisamente la piattaforma che aveva trasformato il cinema in “contenuto da background mentre lavi i piatti” prenota sale IMAX in tutto il mondo come un convertito sulla via di Damasco.

The Adventures of Cliff Booth uscirà infatti il 25 novembre 2026 in IMAX per due settimane, prima dell’approdo streaming fissato per il 23 dicembre.

Che tradotto dal linguaggio corporate significa:
“Le sale sono superate… però magari Fincher lo facciamo vedere su uno schermo alto tre palazzi.”

Ed è difficile non cogliere l’ironia cosmica della situazione.

Perché Netflix, più di chiunque altro, ha contribuito alla lenta trasformazione del cinema in flusso continuo. Un algoritmo infinito di thumbnail, autoplay e prodotti consumati alla velocità con cui si scrolla TikTok alle due di notte durante una crisi esistenziale.

Eppure persino a loro sembrano aver capito una verità molto semplice:
alcuni film non funzionano se trattati come rumore di fondo.

Fincher, soprattutto.

Perché vedere un film di David Fincher sul telefono mentre qualcuno controlla Instagram ogni quaranta secondi equivale più o meno ad ascoltare Wagner dagli altoparlanti di un supermercato.

Cliff Booth torna. Ma senza la malinconia romantica di Tarantino

La cosa più interessante del progetto è che Cliff Booth cambia completamente habitat.

In Once Upon a Time in Hollywood, Tarantino lo trattava quasi come un cowboy fantasma. Una reliquia ambulante della vecchia Hollywood, sospesa dentro una Los Angeles crepuscolare dove il cinema stava lentamente morendo senza ancora rendersene conto. Piedi di Margaret Qualley a parte, si intende.

Fincher invece sembra intenzionato a trascinare il personaggio dentro un’altra epoca: il 1977. Una Hollywood molto meno romantica, molto più tossica, paranoica e industriale.

E conoscendo Fincher, questo significa una sola cosa:
la nostalgia verrà probabilmente sostituita dalla decomposizione.

Tarantino ama il cinema come un archivista innamorato dei propri vinili. Fincher invece osserva Hollywood come un entomologo che studia una colonia di insetti carnivori sotto una luce al neon.

Va da se che l’idea di mettere Cliff Booth al centro di questo universo è quasi perversamente perfetto.

Perché il personaggio di Brad Pitt ha sempre avuto qualcosa di ambiguo. Sotto il carisma zen, sotto la coolness da stuntman immortale, c’è sempre stato un lato profondamente inquietante. Una violenza latente che Tarantino romanticizzava e che Fincher potrebbe invece trasformare in qualcosa di molto più disturbante.

Ed è probabilmente questo il vero motivo per cui il progetto sta facendo impazzire i cinefili:
non sembra un semplice spin-off.

Sembra un esperimento.

Tarantino scrive. Fincher dirige. E noi non vediamo l’ora di guardare

La combinazione continua a sembrare surreale anche solo a leggerla.

Quentin Tarantino scrive un film diretto da David Fincher. Due autori che appartengono alla stessa generazione ma parlano linguaggi quasi opposti.

Tarantino costruisce il cinema come memoria fetishistica.
Fincher lo costruisce come ossessione geometrica.

Uno filma il caos umano come una ballata pop ultraviolenta.
L’altro trasforma ogni stanza in una gabbia mentale illuminata male.

E proprio per questo l’idea funziona così bene.

Perché Cliff Booth diventa il punto d’incontro perfetto tra i due sguardi: un personaggio tarantiniano immerso però dentro un universo fincheriano dove il glamour hollywoodiano non ha più nulla di romantico. Solo squallore elegante, insonnia e probabilmente una quantità tossica di moquette anni Settanta.

Il progetto sembra quasi riportare il cinema americano adulto dentro una dimensione che negli ultimi anni sembrava sparita:
film autoriali, costosi, strani, guidati da star cinquantenni e totalmente disinteressati a sembrare “contenuto universale”.

Che nel 2026 è ormai materiale rivoluzionario.

La cosa più assurda? Questo film sembra davvero cinema

Ed è forse questo il dettaglio più importante.

The Adventures of Cliff Booth non sembra progettato, quasi ironicamente, dalla Hollywood che conosciamo. Non puzza di franchise costruito per generare spin-off e retention analytics.

Sembra un film fatto da persone ossessionate dal cinema.

Con un’estetica forte.
Con un’identità precisa.
Con il rischio concreto di lasciarsi dietro metà del pubblico.

E paradossalmente è proprio Netflix a produrlo.

La stessa piattaforma che per anni ha trattato il cinema come un file da consumare rapidamente oggi si ritrova a finanziare uno dei progetti più apertamente cinefili dell’intero panorama contemporaneo.

Come se dopo aver divorato l’industria pezzo dopo pezzo, il sistema avesse improvvisamente sentito nostalgia del sapore originario del cinema stesso.