Prima del suo film viene presentato lui, il giovane regista, attore e mattatore Jordan Firstman, personaggio brillante ed eclettico, già noto sulla scena newyorkese. Firstman non è un esordiente qualsiasi: infatti ha già scritto per la commedia americana, realizzato corti molto personali, a sfondo gay/queer, ed ha ottenuto notorietà durante il lockdown con video satirici fulminanti, oltre ad aver interpretato sé stesso nella dark comedy queer messicana Rotting in the Sun e recitato più recentemente, come stilista delle star, pungente e sopra le righe, nella serie folle I Love LA di Rachel Sennott.
Alla proiezione ufficiale di Club Kid, in sala Debussy a Cannes, Jordan conquista subito il pubblico con la sua trascinante simpatia, ringrazia, cammina su e giù per il palco presentando gli attori che lo accompagnano, fra cui per primo il bambino dai capelli riccissimi protagonista, insieme a lui stesso, del film selezionato ad Un Certain Regard: “si realizza il sogno di una vita oggi”, dice quasi piangendo.
Alla fine della proiezione il pubblico è commosso e il regista/attore riceve quasi una standing ovation, gli applausi non vogliono finire. Sembra che nella trama del film ci siano elementi autobiografici ma non si sa se, fra questi, ci sia la ‘comparsa’ inattesa di un figlio nella sua vita.
Infatti gli stessi selezionatori di Cannes hanno parlato di un mistero che avvolgeva il film Club Kid, del quale era presente solo una breve sinossi relativa ad “un organizzatore di serate newyorkesi costretto a rimettere in ordine la sua vita quando un visitatore inatteso irrompeva nella sua quotidianità”.
Prima ancora di essere presentato al pubblico dunque Club Kid fa già parte dei film etichettati come “cool”: accompagnato dai produttori di Anora, Red Rocket e Pet Shop Days, il film è interpretato dallo stesso regista, affiancato da Cara Delevingne, la cui presenza non è casuale né un colpo di fortuna del casting.
La scelta di Cara Delevingne, con la sua immagine di icona queer e androgina, è un segnale, una sorta di carta di presentazione del regista: il film vuole parlare a una generazione che vive tra club culture, identità fluide, burnout creativo e bisogno di autenticità. Dunque Club Kid è l’opera prima di un autore che porta con sé un immaginario queer, corrosivo e profondamente contemporaneo: questo rende il film uno dei titoli da tenere d’occhio nella sezione Un Certain Regard.
Dalle folli serate queer a ‘padre fai da te’
Il film inizia con una rutilante descrizione delle serate queer organizzate da Peter/Jordan, considerato il migliore nel suo campo, dalla ricerca dei locali alla distribuzione di droghe di ogni tipo (tra le più diffuse ketamina e cocaina), alla musica delle DJs, al coinvolgimento del mondo LGBTQIA+ al completo, quello del protagonista è un ‘lavoro’ in ascesa, si guadagnano soldi, ci si diverte e di giorno si sta mezzi sballati.
Il film si sposta poi a dieci anni dopo, quando il protagonista del film, la cui energia, forza fisica e motivazione per organizzare serate queer è in decadenza, riceve un giorno la visita di un’amica londinese accompagnata da un bambino: circa dieci anni prima, le spiega l’amica, in una serata in cui era completamente fatto, Peter avrebbe avuto una sorta di rapporto ‘etero’ con un’altra amica comune, da cui sarebbe nato Arlo.
Morta la madre suicida, ora il bambino (simpatico e intelligente, ça va sans dire) dovrebbe vivere con un patrigno maltrattante, perciò Arlo deve restare a New York col ‘padre’, il quale pur giurando di non aver mai toccato una donna perché gay da sempre, alla fine ricorda vagamente la situazione e accetta di tenere il bambino per qualche ora, poi per qualche giorno, dato intanto l’amica rientra a Londra di nascosto.
Come se la caverà il nostro protagonista novello padre a fronte delle nuove responsabilità e di questo piccolo, perfetto sconosciuto?
Incontri che cambiano le traiettorie di vita e Servizi Sociali
In pochissimo tempo, contro ogni aspettativa, padre e figlio diventeranno inseparabili e Peter, tirato fuori con naturalezza il suo istinto paterno/materno, si trasformerà in un padre modello, attento e premuroso, lettore di storie della buonanotte e interessato a ogni aspetto della vita di Arlo, che dimostra un grande talento musicale e sarà invitato anche a fare il DJ in una serata di nuovo tipo (più tranquilla e nella prima fascia oraria della serata) dalle esuberanti amiche trans del padre.
Nel frattempo il nostro protagonista trova anche l’amore in un affascinante pediatra latino-americano (nel ruolo l’attore messicano Diego Calva) conosciuto in occasione di una visita del figlio.
Purtroppo però un brutto giorno, la soffiata ai Servizi Sociali di un’amica gelosa, costringerà padre e figlio a separarsi ancora e Arlo (che ha il solo visto turistico) dovrà rientrare in patria affidato ad altri, per il ‘superiore interesse del bambino’ ma anche per la condotta di vita passata del nostro beniamino protagonista che emerge dalle indagini del tribunale, nonostante i suoi sforzi e il suo cambiamento, e a dispetto del legame ormai forte tra i due.
Riuscirà la battaglia legale di Peter fra i due Paesi a far tornare il bambino?
Satira e melodramma in un film intimo e autoironico
Club Kid, girato in 35 mm con un budget molto ridotto, segna l’ingresso di Jordan Firstman nel cinema d’autore internazionale, non più come figura virale che posta video sui social, ma come regista che costruisce un mondo.
Ne risulta un’opera di grande sensibilità, libera e autoironica, in alcuni momenti feroce e grottesca verso il suo stesso mondo, che evidenzia anche la vulnerabilità dell’identità queer e la necessità di reinventarsi, in un mondo che consuma tutto, anche le persone, come intrattenimento.
Nella sua top ten cinematografica (rivelata a Criterion), il regista aveva citato film molto interessanti, tra cui After Hours di Scorsese (“Scusate, etero, ma questo film e Re per una notte sono film di Scorsese per gay”), Weekend di Andrew Haigh (“Mi ha completamente devastato”), Olivier Assayas e Agnès Varda.
Il film, che si guarda tutto d’un fiato come qualcosa da cui si è travolti, oscilla tra il caos urbano della metropoli dal ritmo febbrile con le notti che sembrano labirinti, e la fragilità della propria intimità dove la performance sociale si distanzia dalla verità del corpo e dall’emotività autentica che non ha paura del desiderio e dell’amore.