In Sala
‘No Good Men’ scardina lo sguardo eurocentrico sull’Afghanistan
Il ritratto autentico di un Afghanistan inedito
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3 giorni agoon
Film di apertura della Berlinale 2026 e del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina FESCAAAL, No Good Men non ha come unico scopo l’obiettivo politico, bensì la leggerezza di poter raccontare una storia in un paese stereotipato. Shahrbanoo Sadat, che per realizzare quest’opera ha dovuto ricorrere a dei finanziamenti europei ci racconta infatti che
“I finanziatori si sono sentiti offesi dal fatto che stessi girando una commedia romantica; ho ricevuto lettere ufficiali che ora tengo attaccate sul frigo in cui dicevano che era inappropriato per l’istituto sostenere una rom-com mentre l’Afghanistan si trova in una situazione politica simile. Per me è stato scioccante: mi sono sentita offesa dal loro sentirsi offesi. Vengo da un paese in guerra e questo è il mio modo di esprimermi, di attraversare oceani di sentimenti e traumi non elaborati, non solo personali ma anche storici e sociali. Cercavo di fare un film più leggero.”
Un film che comunque racconta una violenza che solo una regista donna poteva rappresentare, una regia politica e femminista che non vuole rinchiudere lo spettatore in una bolla. Anzi. Lo espone dinanzi alla sua realtà, al suo vissuto. Sadat stessa ci tiene a sottolineare che tocca solo temi e contesti a lei familiari. Non vuole parlare di ciò che non è di sua conoscenza, portando il film ad un nuovo livello:
“Venendo da un paese spesso rappresentato male, sento la responsabilità di creare un cinema afghano autentico e rispettoso della nostra cultura. Avremmo film molto migliori se i registi evitassero quel punto di vista ‘turistico’ su culture che non conoscono realmente.”
In uscita nelle sale cinematografiche italiane dal 28 maggio 2026.
L’unica camerawoman in tutta Kabul
No Good Men di Shahrbanoo Sadat, è la terza parte di una serie di cinque film che prendono ispirazione dai ricordi dell’attore afghano Anwar Hashimi. Abbiamo infatti visto l’attore anche in altre occasioni al fianco della regista, come in The Orphanage, film proiettato per la prima volta a Cannes nel 2019. Qui lo vediamo recitare assieme a Sadat stessa, interpretando un uomo afgano che sembra superare gli stereotipi europei. La protagonista Naru rimane ormai l’unica camerawoman intrappolata in un ambiente lavorativo maschilista. Persino le cosiddette proiezioni per donne assumono un atteggiamento patriarcale ed irrispettoso nei confronti della donna. Basti pensare le riprese iniziali del film in cui un medico consiglia alle donne di truccarsi di più per non essere picchiate.
Il film, che presumibilmente viene visto come commedia romantica prende comunque sin da subito delle sembianze politiche e soprattutto femministe. Sarà proprio il registro della commedia a mostrare la difficoltà della protagonista nel svolgere la sua professione, accompagnato alla situazione famigliare difficile. Naru si trova infatti un matrimonio pericoloso, in cui il marito dal quale sta cercando di distanziarsi la segue e soprattutto la ricatta con il loro figlio Liam. Il quale rischierebbe lo stesso trauma che subiscono i maschi afgani come direbbe Sadat, un esposizione al cosiddetto maschio modello della società. E proprio come un una commedia romantica sarà poi Qodrat (Anwar Hashimi) a fare la differenza, non solo come personaggio, ma proprio come uomo.
“Non sono mai stati mostrati su nessuno schermo e volevo sottolineare che è davvero difficile essere un uomo perbene in una società come la nostra. Vengono presi in giro, molestati, la loro virilità viene messa in discussione. Io amo l’Afghanistan, ma non posso chiudere gli occhi davanti al patriarcato, al sessismo e ad altri grandi problemi, limitandomi a dire solo le cose belle.”
Shahrbanoo Sadat si mette in gioco in No Good Men
Qodrat, che inizialmente tratterà la protagonista in modo sessista domandandole:
“Non potevano mandare qualcuno di più qualificato?”
Scopre ben presto le qualità di questa camerawoman e che non bisogna essere uomini per poter avere in mano una cinepresa. Una cinepresa che in questo caso viene retta dalla regista stessa, infatti sarà lei ad interpretare Naru. Una scelta dovuta dal fatto che nessuna voleva interpretarla veramente, o meglio, non fino in fondo. Non volevano affrontare la scena del bacio, mentre altri attrici erano donne afghane di seconda o terza generazione che vivevano in altri paesi. Non possedevano dunque la stessa sensibilità e consapevolezza che richiedeva un ruolo di quel calibro: un esperienza vissuta in quel sistema.
Sadat si trovò dinanzi ad un bivio e il primo giorno di riprese, mentre radunava la troupe, la regista fece il suo annuncio:
“Ecco a voi Naru”
Indicando se stessa. Ricorda quel giorno come il giorno più spaventoso della sua vita, addirittura più di quando rimase bloccata all’aeroporto di Kabul con la sua famiglia per 72 ore. Un esclamazione che parla da sola. Infatti chi se non lei poteva interpretare un personaggio di questo calibro?
Ma quindi esistono degli uomini buoni?
L’interrogativo che offre No Good Men, si incarna proprio in Qodrat, l’iniziale diffidenza si trasforma in un’alleanza silenziosa che va contro il sistema sociale del paese. Difatti, l’uomo non si pone come vero e proprio salvatore che la prende sotto le se sue grazie, bensì utilizza il suo privilegio per fare spazio a Naru. Protegge il suo lavoro, sogna una vita migliore per lei ed è inoltre un uomo attivo nella politica. Ed è proprio attraverso il loro lavoro che la regista riesce a dare un taglio politico alla pellicola, poiché i personaggi si interfacciano con essa ogni giorno, ne sono contornati.
Un concetto simile che abbiamo già visto con Haifaa al-Mansour, nota a livello internazionale per essere stata la prima donna a dirigere un lungometraggio in Arabia Saudita: La bicicletta verde (2012). Il loro parallelismo sta nel rifiuto della narrazione del dolore fine a se stessa. Difatti proprio come la piccola Wadjda che sfida i divieti sauditi con la disarmante leggerezza di voler solo guidare una bicicletta verde, Naru rivendica il diritto di essere una madre single, di innamorarsi e di fare le riprese nella sua città. In entrambi i casi si tratta di una regia mai didascalica, non necessita di alcun orrore esplicito. Infatti, in No Good Men, molte scene di violenza vengono semplicemente fatte intendere, restituendoci un cinema in cui le donne sono finalmente libere di dirigere la propria storia con la propria, autentica sensibilità.