Finalmente. Finalmente il primo film all’altezza della Selezione Ufficiale di un Concorso a Cannes. Ryūsuke Hamaguchi rimane saldo e dritto nel suo percorso.
Dopo il successo di Drive My Car (2021), che gli è valso un premio alla sceneggiatura alla Croisette e l’Oscar come Miglior film internazionale, torna con un manifesto politico -sociale- esistenziale di abbondanti 3 ore.
Soudain ha come base uno scambio epistolare, successivamente divenuto un libro You and I – The Illness Suddenly Get Worse, fra la filosofa Makiko Miyano e Maho Isono, un’antropologa medica, alle quali il film è dedicato. Per farlo, ha vissuto due anni in Francia per approcciarsi ad una lingua ed una cultura diverse, ambientando il film nella banlieue parigina e raggiungendo-includendo Kyoto.
Soudain. All’improvviso
Succede così, che due destini e due anime affini si ritrovino. Marie-Lou (Virginie Efira, a Cannes anche con Histoires parallèles) e Mari (Tao Okamoto). Marie-Lou è la direttrice di una casa di cura per anziani fragili, Mari, una regista teatrale giapponese con alle spalle studi di filosofia, che vive da anni a Parigi.
Due donne che cercano di resistere alle convenzioni, ad un sistema. Marie-Lou, attraverso il metodo Humanitude (realmente esistente ed operativo), sta cercando di rivoluzionare l’approccio alla cura delle persone anziane. Non come oggetti da tenere a bada, ma in quanto esseri viventi che hanno ancora dentro energia. Una vitalità ed una dignità che Marie- Lou vuole salvaguardare fino alla fine. Ascolto e comunicazione, gentilezza e legame concreto con chi si accudisce. Verticalizzazione: la parola rivoluzionaria. Gli anziani devono camminare, stare in piedi, interagire realmente con l’ambiente che li circonda.

L’approccio non è privo di ostacoli e resistenze: dal personale sanitario ai finanziatori della struttura che la direttrice gestisce. Mari, che resta nel teatro libera ed indipendente, porta in scena il suo spettacolo “Da vicino nessuno è normale”, con titolo in Italiano che rimanda alla frase più conosciuta di Franco Basaglia, lo psichiatra che ispirò la legge di chiusura dei manicomi in Italia. Tra le due donne si innesca una empatia immediata. Entrambe impegnate concretamente a rendere possibile l’impossibile. Dentro una società capitalista malata e autofagocitante, che le due donne riconoscono ed esaminano dalle rispettive prospettive e punti di vista.
Anche in Soudain il dialogo è colonna portante. Marie-Lou e Mari vengono accompagnate dalla macchina da presa attraverso la città dentro una notte disvelatrice. Mari è al quarto stadio di un cancro al seno. Mari-Lou la invita a conoscere la struttura che dirige, un ex ospedale psichiatrico che sta tendando di trasformare nella casa dell’Habitude.
L’utopia è solo un alibi
Soudain è una pellicola esigente. Sia narrativamente che visivamente. Hamaguchi ci tira appresso, ci costringe a ‘resistere’ ad un racconto che ha molte dilatazioni, ridondanze. La macchina da presa si mette al servizio della parola, del confronto verbale. Accompagnandola nei cambi di prospettiva visiva, nella staticità di una e vera e propria lezione sulla malattia e la normalità, su ciò che viene escluso dal sistema economico e sociale e ciò che viene incluso. Ci mette alla prova. Ci obbliga a guardare ciò che resta di noi, una volta che la fine della vita è prossima. Ci invita a riflettere su come il Capitalismo organizza e pianifica l’esistenza dei suoi consumatori, di come relega chi non è più utile al consumo a sterili oggetti da gestire come resi.
Ci mette la davanti la falsa utopia dell’
impossibile che diventa possibile
Volere è realmente potere nel cambiamento che, chi decide di sfidare il sistema, può fare, ma non da solo. Dentro questo collasso sociale, politico ed economico che è l’attuale assetto globale, Soudain ci dona la speranza. Insieme al valore, da tanto perduto in una comunicazione prevalentemente distante e tecnologica, della profondità di un incontro ed uno scambio tra due anime, che improvvisamente si incontrano e creano un legame di intenso affetto e di commovente condivisione.
Virginie Efira tiene con polso e grazia un ruolo delicato, padroneggiando ottimamente anche la lingua giapponese. Tao Okamoto è il perfetto riflesso dell’isolamento spirituale e della resistenza, pari alla stessa anima che, all’improvviso, incontra.
Festival de Cannes – International film festival for more than 78 years