Disponibile dal 15 maggio su MUBI, Lo sguardo misterioso del fenicottero è l’opera prima di Diego Céspedes. Un western queer, vincitore del Premio Un Certain Regard a Cannes 2025, che al crudo realismo delle sue premesse sovrappone un tocco surreale, dando vita a un coming of age anomalo e sentito su desiderio, pregiudizio e resistenza.
Lo sguardo misterioso del fenicottero: la trama
Cile, 1982. In una remota città mineraria a nord del Paese l’undicenne Lidia (Tamara Cortés) vive assieme alla madre adottiva Flamingo (Matías Catalán) e alla sua comunità di artisti queer e transgender. I rapporti tra il locale dove la compagnia si esibisce e i minatori del posto sono però tesi. A complicare ulteriormente le cose ci pensa una misteriosa malattia che, si dice, si propaghi attraverso lo sguardo di uomini innamorati.

Due mondi a confronto
Ci sono due tipi d’amore ne Lo sguardo misterioso del fenicottero. Quello puro e incondizionato che caratterizza il rapporto tra Flamingo, la piccola Lidia e, per estensione, tutti i componenti della “cantina” dove vivono, e quello, disperato, abbrutito e pronto a tramutarsi in un attimo in violenza, che domina la comunità di minatori e il suo stesso rapporto con quel luogo. Due mondi a confronto destinati inevitabilmente e drammaticamente a scontrarsi. Da una parte una casa-rifugio per donne transgender e artisti queer divenuti nel frattempo una vera e propria famiglia allargata, dall’altra un gruppo di uomini che, incapaci di accettare e comprendere il proprio desiderio, finisce con il mostrificarne l’oggetto.
Come in tutti i miti e le leggende ci sono dei mostri, infatti, nelle narrazioni distorte che ruotano attorno al locale gestito da Mama Boa (Paula Dinamarca). Mostri nati dall’odio e dall’incomprensione di una società capace solo di marginalizzare violentemente ciò che, pur desiderandolo, non accetta.

Tra realtà e superstizione
È qui che il film, nonostante le sue premesse e i suoi rimandi immediatamente riconoscibili (si va da Priscilla, la regina del deserto a A Wong Foo, grazie ti tutto! Julie Newmar, dal primo Almodóvar fino a Tokyo Godfathers di Satoshi Kon), prende una svolta inaspettata, affidandosi a una narrazione fortemente originale e personale. Collocandosi sul confine sottile e rarefatto tra melo, western (la divisione, quasi manichea, tra donne del saloon e cowboys) e coming of age, spaziando da una violenza cruda e tangibile a momenti di realismo magico, Diego Céspedes affronta infatti il suo dramma incandescente servendosi degli strumenti tipici del mito e della superstizione.
Persino la malattia, quella HIV che proprio in quegli anni cominciava a mietere vittime dentro e fuori la comunità omosessuale, viene così trasfigurata, diventando niente più che una maledizione, un incantesimo fatto da Flamingo e compagne contro uomini ovviamente vittime della loro malia. Un Male che si trasmette con lo sguardo e che finisce col fare di realtà e superstizione una cosa sola, aprendo la strada alla violenza, all’intolleranza e alla ghettizzazione.

Te lo leggo negli occhi
“Non voglio vivere in questo mondo come fossi un segreto da nascondere”, dice, non a caso, Flamingo prima di andare incontro al suo destino. Perché vogliono essere prima di tutto viste le protagoniste di Lo sguardo misterioso del fenicottero. Riconosciute come esseri umani, come individui lontani tanto dalla disumanizzazione cui quelle superstizioni vorrebbe relegarle tanto da una feticizzazione che con l’amore non ha nulla da spartire.
Temi e spunti imprescindibili per qualsiasi racconto queer degno di questo nome, ma affrontati dal regista in maniera tutt’altro che lineare e prevedibile. Nella sua storia zeppa di suggestioni, registri e stili differenti, Céspedes confeziona infatti un esordio sorprendente e ricco di fascino, anche quando la difficoltà nel gestire tutte le sue diverse anime diventa evidente, portandolo ad alternare scene dal forte impatto visivo ed emotivo (la sequenza dell’omicidio, quella del bendaggio) a momenti più risaputi e derivativi. Un’opera sicuramente discontinua, quindi, eppure in grado di far sentire il peso, ancora attuale, della sua parabola e degli sguardi – negati, cercati, temuti, desiderati – che la popolano.