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Bellaria Film Festival

Francesco Sossai, la masterclass a Bellaria

Dopo la vittoria di 8 David di Donatello, il regista di Le città di pianura si racconta in una Masterclass al Bellaria Film Festival

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Le città di pianura

Francesco Sossai odia il Capodanno ed è una fortuna, perché una notte dell’ultimo dell’anno, invece di festeggiare, vide per la prima volta Satantango di Béla Tarr. Dopo aver saputo che il regista ungherese era un insegnante del DFFB (Deutsche Film- und Fernsehakademie Berlin – Accademia Tedesca di Cinema e Televisione di Berlino), decise che avrebbe fatto di tutto per entrare in quell’accademia.

Béla Tarr non ha aspettato il suo arrivo, ed è morto prima che lui entrasse in accademia. Ma è lì che Francesco Sossai si è formato. Del suo anno, sono arrivati solo in tre alla fine di un duro percorso accademico, e solo in due sono riusciti a realizzare un lungometraggio. Il primo film di Francesco Sossai, a oggi vincitore di 8 David di Donatello per Le città di pianura, opera rivelazione dell’anno, è intitolato Altri cannibali (2021). Decisivo per la realizzazione di questo suo primo progetto è stato l’incontro con l’attore Alessandro Roja, che ha deciso di produrlo. Dopo Altri Cannibali, è arrivato il cortometraggio Il compleanno di Enrico (2023), che ha vinto il Premio Young for Young al Festival Visioni Italiane 2024.

Le città di pianura

Un regista cinefilo

Francesco Sossai è un cinefilo, ma non ama le differenziazioni in campo artistico-cinematografico, ama tanto Santantango quanto Fantozzi, pensa che il finale di Giovanna d’Arco di Bresson (1962) sia bello quanto il finale di Sapore di mare (1983). Rispetto a questa mancata differenziazione tra ciò che è intellettualmente alto e ciò che è basso, a un certo punto cita un saggio di T.S. Elliot, di cui non ricorda il titolo, sul talento individuale (Tradition and the Individual Talent, 1919): l’importante, per lui, è trovare analogie (continuità) piuttosto che differenze (rotture).  

A 24 anni, Sossai vede Pickpocket (1959) e ne rimane affascinato. Una sera, insieme al suo amico Adriano Candiago (entrambi lavoravano come camerieri), vedendo la scena del film La dolce Vita di Federico Fellini in cui il personaggio del padre fa visita al protagonista Marcello, decidono di scrivere insieme un film. E insieme, la sera del 6 maggio scorso, li abbiamo visti ritirare insieme il David di Donatello per la miglior sceneggiatura per Le città di pianura.

Come regista, Francesco Sossai non vorrebbe mai essere uguale a se stesso e non crede che un autore debba per forza avere un suo stile impresso in ogni opera; in questo senso, il suo punto di riferimento è Ermanno Olmi.

Francesco Sossai e la letteratura

Sossai è anche un letterato, ha studiato Lettere alla Sapienza, in particolare critica shakespeariana. Una delle immagini che lo ha ispirato per Le città di pianura è stata quella evocata dall’incipit di Altri Libertini di Pier Vittorio Tondelli, i tavoli di un bar di una stazione in una sera invernale fredda e piovosa, l’odore di ferrovia; parla di noia, di “svacco pubblico”, chiacchiere e un bicchiere colmo davanti, basta una bottiglia sempre piena, finchè dura il fumo. E sembra già di vedere Carlo Bianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla) in attesa dell’ultima birra, in un bar sperduto nella Pianura Padana. Tra gli altri suoi riferimenti letterari ci sono Trevisan, Gianni Celati, Parise e, in generale, la letteratura contemporanea del nord-est Europa.

Un nuovo ecosistema per il cinema italiano

In chiusura del suo intervento a Bellaria, Sossai ha ufficialmente salutato le città di pianura e, guardando al futuro, ha citato Laura Samani, Matteo Zoppis, Alessio Rigo de Righi, con i quali pensa si possa far nascere un nuovo ecosistema cinematografico italiano, a cui ognuno contribuisca con la propria rappresentazione di una diversa regione italiana, e così ridare vita alla tradizione del viaggio in Italia.