Milano 8 maggio, 2026. Per anni il futuro del cinema è stato descritto come una progressiva scomparsa degli oggetti: niente più supporti, scaffali o archivi domestici, ma un accesso continuo, illimitato e invisibile, in cui il film diventa un servizio più che una cosa. Con l’affermazione di IA e streaming, quel futuro è ormai realtà, generando una contraddizione difficile da ignorare: più il cinema è accessibile, più rischia di diventare fragile e instabile. È da questa tensione tra archivio e piattaforme che si è sviluppato il confronto ospitato allo IED di Milano nell’incontro I mestieri del cinema oggi. Tra memoria e innovazione, promosso da UNIVIDEO insieme a OffiCine e IED Cinema.
Al tavolo si sono confrontati Francesco Mandelli, Luciana Migliavacca (presidente UNIVIDEO), Gianluca Guzzo (CEO MYmovies), Davide Novelli (SVP Distribution Piper Film) e Federico Bagnoli Rossi (presidente FAPAV), con la moderazione del regista Paolo Borraccetti. I progetti e le realtà citate hanno contribuito a delineare un dibattito che mette in relazione memoria, distribuzione e trasformazione digitale del cinema.
Nell’era dell’IA e dei cataloghi instabili, conservare un film diventa una scelta culturale
Un confronto che ha spostato il baricentro del discorso: dalla tecnologia al tempo. Dalla distribuzione alla durata. Dalla sala alle piattaforme. Perché oggi il nodo non è la quantità di contenuti disponibili, ma la loro conservazione.
Le piattaforme hanno trasformato il cinema in un flusso continuo, ma anche instabile: cataloghi che cambiano, titoli che scompaiono, opere che riemergono solo quando le logiche di mercato lo consentono. Il risultato è un archivio globale apparentemente infinito, ma in realtà reversibile. In questo scenario, il concetto di conservazione fisica del film torna a essere centrale. Non come feticcio nostalgico, ma come infrastruttura culturale: il supporto fisico come forma di stabilità contro la volatilità digitale.
Un DVD o un Blu-ray non dipendono da licenze temporanee, algoritmi o aggiornamenti di piattaforma. Esistono. Restano. Rendono il film accessibile anche quando il mercato decide di farlo sparire.
La Gen Z riscopre DVD e Blu-ray: tra streaming e oblio, il supporto fisico torna a difendere la memoria del cinema

Un tema che trova eco anche fuori dall’Italia. Un’inchiesta del Los Angeles Times ha raccontato come una parte della Gen Z statunitense stia tornando all’acquisto di supporti fisici, non per nostalgia ma per bisogno di controllo e continuità in un ecosistema streaming percepito come immemore.
Luciana Migliavacca lo ha sintetizzato con chiarezza: “Oggi il rischio non è la mancanza di contenuti, ma l’incapacità di conservarli”. Da qui l’idea del supporto fisico come cassaforte culturale, uno spazio di memoria stabile nel tempo.
Francesco Mandelli ha portato il discorso su un piano più diretto: “Il supporto fisico è un atto di libertà. In un mondo in cui tutto può sparire con un aggiornamento di catalogo, possedere un film significa proteggere il proprio diritto alla memoria”.
Accanto a lui, gli altri interventi hanno allargato il campo: Gianluca Guzzo ha sottolineato il ruolo delle piattaforme nella costruzione — e nella cancellazione — della visibilità delle opere; Davide Novelli ha evidenziato la complessità crescente della distribuzione tra sala e digitale; Federico Bagnoli Rossi ha richiamato il tema della tutela dei contenuti nell’ecosistema online.
Il futuro della conservazione cinematografica
A coordinare il dialogo, Paolo Borraccetti ha riportato costantemente il focus su un punto: il cinema non è solo produzione o consumo, ma anche trasmissione. E qui entra in gioco l’altro grande tema emerso: l’intelligenza artificiale per mezzo delle piattaforme. Non più solo strumento creativo o tecnico, ma forza che ridefinisce l’intera filiera audiovisiva, dalla produzione alla conservazione. Il paradosso è ormai evidente: più il cinema diventa immateriale, più cresce il valore della sua dimensione fisica. In questo equilibrio instabile, la conservazione fisica del film smette di essere un gesto antiquato e diventa una scelta culturale precisa: un modo per sottrarre le opere alla logica della sparizione programmata. E forse, oggi, tenere un film su uno scaffale significa proprio questo: impedirgli di sparire senza accorgersene.