Ci sono film che nascono da una scelta estetica. E ci sono film che nascono da una necessità morale. Manas appartiene alla seconda categoria, senza riserve e senza ambiguità.
Marianna Brennand, produttrice brasiliana alla sua opera prima da regista, si trovava nella foresta amazzonica per le riprese di un documentario su un argomento tanto delicato quanto complesso: quello dell’abuso familiare nei contesti più poveri e remoti del Brasile. Le donne di alcuni villaggi remoti si sono fidate di lei. Le hanno raccontato le violenze subite fin dall’infanzia, dentro e fuori dalle mura domestiche. Da quella fiducia, e da quasi dieci anni di ricerca sul campo, è nato questo film, più potente di un documentario, ma altrettanto, sfortunatamente, realistico.
Presentata alle Giornate degli Autori di Venezia 2024, la pellicola è arrivata nelle sale italiane il 7 maggio di due anni dopo, distribuito da Black Light Film. Immobilizza sulla poltrona, Manas, per ciò che racconta, per come lo racconta e per la penetrante performance dei suoi interpreti.

Un’isola fuori dal mondo, dentro al mondo
Marcielle, detta Tielle, ha tredici anni e vive in una capanna nella remota isola di Marajó, nella foresta amazzonica a nord del Brasile. Nella rudimentale capanna sul fiume, vive insieme ai genitori, una sorella più piccola e due fratelli. La quotidianità sembra serena, nell’assoluta povertà: la famiglia vive della vendita di gamberetti pescati nel fiume e del succo di bacche di açaí colte arrampicandosi sugli alberi.
La sorella maggiore se n’è andata, sposata apparentemente con un brav’uomo, e per la madre rappresenta la prova che esiste una via d’uscita. Tielle la ammira, la idealizza. Sulle abitanti dell’isola aleggia il racconto di una misteriosa chiatta, portatrice di salvezza e aiuti economici, ma a un prezzo carissimo per le ragazze più giovani. Adolescenti e bambine, che vorrebbero solo studiare e guardare le soap opere nel bar del villaggio, sono costrette a vendere la propria innocenza per sfuggire a un mondo troppo atroce per lasciarle godere della propria infanzia.
È in questo equilibrio fragile e già incrinato che Brennand costruisce il suo film, con una lentezza e una lucidità che sembrano contrapporsi alla violenza della tematica protagonista. Da ogni singola ripresa, da ciascuno sguardo, si percepisce la precisione di un’artista che ha ascoltato davvero, prima di girare.
Poi il padre entra nella stanza della figlia, il primo personaggio maschile a comparire in scena. E tutto cambia.
Il fuori campo come scelta etica
La decisione più importante e coraggiosa del film è narrare ciò che non si vede. Brennand sceglie deliberatamente di non mostrare mai la violenza sullo schermo. Una scelta che sottolinea il desiderio di non riprodurre ulteriormente l’abuso anche sulle giovanissime interpreti, e per non spettacolarizzare la sofferenza dei personaggi. Senza mai esagerare, senza mai mostrare ma solo accennando, la regista riesce a far emergere dal fuori campo e dal non visto tutto l’orrore degli abusi familiari.
È una scelta che distingue Manas da buona parte del cinema di denuncia contemporaneo, spesso tentato di esibire il trauma per garantirsi una risposta emotiva immediata nello spettatore. Sulla scia di un capolavoro europeo recente, il premio Oscar come miglior film straniero La zona di interesse, Brennand rifiuta quella scorciatoia. La stessa scelta di utilizzare come tappeto sonoro per l’intera pellicola solo suoni naturali e diegetici riflette l’indifferenza della foresta e del mondo che circonda gli abitanti dell’isola di fronte alla loro sofferenza.
Sono i silenzi, gli sguardi trattenuti, il linguaggio del corpo delle talentuose protagoniste a raccontare la violenza. Questa reticenza è, paradossalmente, la sua forma di rispetto più alta.

Tielle e sua madre: due solitudini che non si trovano
Al centro del film vi è una relazione impossibile.
“Certe cose non si possono cambiare”
dice la madre alla figlia adolescente, dopo che lei le si rivolge in una silenziosa ricerca di aiuto. È la frase più devastante del film. Pronunciata senza crudeltà, senza indifferenza calcolata. Pronunciata con la rassegnazione di una donna che ha imparato a costruire la propria vita su quella frase, e non sa offrire alla figlia niente di diverso da ciò che ha ricevuto.
Il personaggio più commovente di Manas è proprio Danielle, la madre, una donna che accetta il silenzio per seguire le regole di un Brasile profondo, un Paese che ha una fede, una credenza politica e una gerarchia secolare tutta propria. Ma che qui appare privo di speranza e possibilità di scelta. Lo sguardo della fenomenale Fátima Macedo porta il dolore di quella donna e denuncia il ciclo storico di violenza a cui molte donne sono sottoposte in diversi punti della mappa.
Dall’altra parte c’è Jamilli Correa, alla sua prima esperienza davanti a una macchina da presa. Bravissima nell’interpretare questa adolescente di tredici anni, desiderosa di avere la propria carta di identità e in cerca di una propria identità ancora più difficile da trovare. Uno sguardo magnetico, capace di contenere tutto ciò che il film non dice ad alta voce.
Un’autrice nata dalla realtà
Manas è il risultato di una ricerca decennale sul tema complesso e delicato dell’abuso e dello sfruttamento sessuale di bambine e adolescenti dell’isola. E che dietro questo film ci sia stato un lungo lavoro si vede in ogni minuto. Brennand porta alla luce questa agghiacciante consuetudine con delicatezza e rispetto rari, raccogliendo le testimonianze durante lunghi anni di ricerca sul campo.
La fotografia degli ambienti restituisce la foresta amazzonica senza romanticismi né esotismo: è un luogo bellissimo e claustrofobico allo stesso tempo, dove la natura non salva nessuno e dove la comunità funziona come sistema di controllo reciproco. Il contrasto tra la bellezza della natura incontaminata e la violenza della globalizzazione e del colonialismo occidentale, che incombe su di essa, fa da sfondo a questa storia di contraddizioni. Ad esempio, la santona locale, che predica accettazione e fede, è la stessa che procura incontri tra le ragazzine e gli uomini delle chiatte sul fiume. La Chiesa e l’abuso convivono sotto lo stesso tetto, senza contraddizione apparente.
Manas è arrivato nelle sale italiane il 7 maggio, distribuito da Black Light Film, quasi due anni dopo il debutto veneziano. Il tempo trascorso non ha ridotto la sua urgenza di un centimetro. È un film che si porta via qualcosa, al quale risulta impossibile rimanere indifferenti. Uno di quei rari casi in cui il cinema smette di essere intrattenimento e torna a rappresentare, nel senso più preciso del termine, uno strumento di conoscenza del mondo.