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‘Il Diavolo Veste Prada 2’: la formula del sequel tra nostalgia ed evoluzione dei personaggi

Il Diavolo Veste Prada 2 riporta sullo schermo i personaggi storici del cult del 2006, confermando il loro impatto culturale e un forte richiamo al box office globale

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A distanza di vent’anni dal primo capitolo, Il Diavolo Veste Prada è tornato sul grande schermo distribuito da 20th Century Studios con un sequel che ha già dimostrato, fin dal primo weekend, un forte richiamo sul pubblico, confermando quanto questi personaggi siano ancora oggi radicati nell’immaginario collettivo. Il film ha registrato circa 180 milioni di dollari di incasso globale nel primo weekend, segnando un debutto decisamente positivo per un’operazione di questo tipo.

L’impresa del regista David Frankel e della sceneggiatrice Aline Brosh McKenna non era per niente facile: stiamo assistendo ormai da anni a un proliferare di sequel, reboot e revival, tanto da parlare apertamente di una certa “sequel fatigue”. Riportare poi sullo schermo personaggi così iconici e amati, le cui citazioni sono diventate parte del linguaggio quotidiano, richiede maestria nel trovare il giusto mix tra evoluzione del personaggio e la sua riconoscibilità. 

È proprio in questo che Il Diavolo Veste Prada 2 è riuscito a creare un secondo capitolo che risulta fresco e allo stesso tempo confortevole. Ambientato in un mondo della moda e dell’editoria profondamente cambiato, dove tutto è dettato dai social media e metriche come impressions e ROI, sono proprio i 4 personaggi principali, e i suoi interpreti Anne Hathaway, Meryl Streep, Emily Blunt e Stanley Tucci a rappresentare un punto fermo per gli spettatori. Evoluti, provati dal passare del tempo, ma soprattutto riconoscibili. Non sarà stata la scelta più audace, ma c’è da chiedersi cosa vogliamo realmente da operazioni del genere, e la risposta del pubblico sembra premiare proprio questo equilibrio tra comfort ed evoluzione dei personaggi, senza mai trasformarsi in una parodia di se stesso.

È nei suoi protagonisti che il film trova la sua chiave più interessante: vent’anni dopo, li ritroviamo cambiati, ma ancora profondamente familiari.

Emily, il personaggio più umano 

Emily è un personaggio che già nel primo film mascherava la sua vulnerabilità con una facciata forte e apparentemente impenetrabile. Vent’anni dopo, la troviamo a capo di un brand di lusso, ma in fondo con le stesse insicurezze.

È il personaggio che più ha interiorizzato l’idea che per avere successo bisogna essere spietati, mettere se stessi al primo posto, e che cerca di emulare il modello di Miranda nella sua fermezza e imperscrutabilità. Allo stesso tempo, è proprio nello scontro testa a testa con quest’ultima che Emily rivela la sua vera essenza, e in fondo resta uno dei personaggi più umani e riconoscibili: colei che ha sposato fino in fondo l’idea di successo mainstream, pagandone però il prezzo emotivo.

Emily è destinata a trovare la sua strada, con l’iconicità che la rappresenta da sempre, ma anche questa volta resta fuori dal momento in cui quella strada si definisce davvero.

Nigel, la colonna portante di Runway

In un mondo radicalmente diverso da quello di due decenni fa, Nigel è la costante del film, un punto fermo e rassicurante, per Miranda tanto quanto per gli spettatori. 

Nel primo film, Nigel è l’underdog, lo stoico e sottovalutato braccio destro di Miranda, tradito proprio dalla persona a cui aveva dedicato anni di lavoro e devozione. Vent’anni dopo, mentre Runway e il mondo attorno a lui cambiano repentinamente, Nigel sembra non essersi mosso, all’apparenza quasi disinteressato alle dinamiche di potere in gioco in questo nuovo capitolo. 

In realtà la sua non è abnegazione, ma consapevolezza della propria identità. Sotto l’apparente arrendevolezza del personaggio si nasconde un’autorevolezza silenziosa: è lui, più di chiunque altro, a muovere le fila di Runway, senza mai rinunciare al suo modo di essere pacato e defilato.

Andy, l’implacabile idealista 

Andy la ritroviamo come la giornalista che ha sempre voluto essere: una carriera affermata, una posizione di autorevolezza e una distanza, almeno apparente, dal mondo di Runway. Eppure, il suo ritorno alla rivista, in seguito a un licenziamento, la riporta esattamente nel luogo da cui aveva scelto di allontanarsi anni prima. Non una fuga, forse, ma una presa di coscienza: quella che il mondo della moda non fosse ciò che cercava. O almeno, non allora.

Andy è rimasta profondamente idealista, guidata da un’idea di giornalismo e di integrità personale, e torna a Runway in una posizione di forza, molto diversa da quella della stagista insicura che era vent’anni prima. Sente il peso del suo ruolo di “salvatrice” della rivista, anche se il suo ritorno suggerisce che abbia ancora qualcosa da imparare, in particolare nel riconoscere il valore di un sistema che aveva inizialmente rifiutato. Runway non è solo un luogo da cui prendere le distanze o da salvare, ma uno spazio culturale che continua ad avere un peso e un significato.

Ma è proprio Miranda a mettere in discussione questa narrazione: come nel primo film, molte delle scelte di Andy — anche quelle che lei percepisce come giuste o necessarie — rispondono in realtà a un’esigenza non solo idealistica, ma anche personale, legata alla sua carriera. Andy è determinata, continua a lottare per ciò in cui crede, ma conserva ancora dei punti ciechi. Non sempre riconosce fino in fondo le proprie motivazioni, né quanto queste siano intrecciate a una dimensione più individuale. Un personaggio che sembra aver trovato il proprio posto, ma che continua a interrogarsi su cosa davvero la definisca, al di là del lavoro.

Miranda, il fuoco della “Dragon Lady” si è spento?

Il personaggio di Miranda è quello che inizialmente può lasciare più spaesati: abbiamo lasciato una donna sempre un passo avanti a tutti, dominante e in controllo, ma vent’anni dopo sembra non essere del tutto a suo agio nella sua stessa pelle.

I suoi commenti (una volta inappellabili) vengono oggi corretti da Amira, la sua assistente, che la mette in guardia sull’utilizzo di linguaggio non più appropriato; così come non reagisce con la stessa prontezza ai cambiamenti che rischiano di mettere in crisi la sua carriera. La donna che anticipava ogni tendenza appare, per la prima volta, disallineata rispetto a un mondo in continua evoluzione.

Eppure, questo secondo capitolo di Il Diavolo Veste Prada offre anche uno sguardo più intimo su Miranda: ne mostra le vulnerabilità e lascia emergere un leggero senso di rimorso per la sua vita familiare.

È una Miranda più umana, riflessiva, ma che alla fine sceglie di restare ancorata al lavoro, il suo vero luogo di appartenenza. Una scelta forse non da “avanguardia pura”, ma coerente: se da un lato un’evoluzione più radicale sarebbe stata più incoraggiante, dall’altro lasciare Miranda al vertice risponde a quella necessità di continuità e sicurezza che questo sequel ha voluto regalare al suo pubblico.

 

Il Diavolo Veste Prada 2

  • Anno: 2026
  • Durata: 119'
  • Distribuzione: 20th Century Studios
  • Genere: Commedia
  • Nazionalita: Stati Uniti
  • Regia: David Frankel
  • Data di uscita: 29-April-2026