Alessandra Pescetta dirige il suo secondo lungometraggio, 100 preludi, il film presentato in anteprima al Ferrara Film Festival il 5 settembre 2024 e trasmesso in televisione il 28 aprile 2026.
La pellicola, disponibile su Raiplay, narra di una giovane musicista, Mariko, che trasferendosi in italia per frequentare il conservatorio si ritrova vittima dell’atmosfera tesa e competitiva dell’istituto musicale.
Da questo momento in poi la pellicola scende in profondità. Andando a toccare il tema dell’ossessione febbrile nei confronti del proprio strumento, in questo caso il violoncello. Lo strumento diventa attivamente la metafora dello stato d’animo della protagonista. Un luogo sicuro dove poter esprimere le proprie pulsioni, la propria rabbia, le proprie insicurezze…
A Ferrara la giovane musicista si ritrova a scegliere il corso più complesso, la strada più ardua. Un corso tenuto da un insegnante eccessivamente severo ed esigente, caratteristica che affascina e allontana contemporaneamente Mariko. Da questo momento in poi, instaurando un rapporto personale con l’insegnante, la protagonista segue una spirale autodistruttiva.

La struttura poetica
La pellicola ha l’aria di un progetto sicuramente ambizioso, dal reparto della colonna sonora a quello della fotografia, quest’ultima caratteristica peculiare.
Un’ambizione produttiva che nasconde un potenziale strutturale che fatica a trovare la propria voce, a fiorire completamente.
Nonostante la mancanza di una totale espressione, il film riesce comunque a lasciare nella memoria dello spettatore qualche elemento caratteristico. Primo tra tutti il reparto fotografico, con una fotografia che esemplifica il tono arthouse della pellicola. Una fotografia dai toni freddi, che ricerca la distanza con lo spettatore, assecondando la trama poetica, musicale, aleggiante. Una fotografia che spesso stupisce, particolarmente nelle scene di apertura e chiusura della pellicola.
In secondo luogo, l’elemento cardine del film è il proprio tono poetico, raffinato, lirico, che rappresenta allo stesso tempo il punto debole e quello caratteristico. Se da un lato a volte la retorica poetica diventa stucchevole e ridondante, allontando lo spettatore dall’immedesimazione. Dall’altro lato è proprio il tono, coerente per tutta la durata della pellicola, a emergere come tratto caratteristico, come fondamento narrativo. Tono esemplificato dalla scrittura metaforica e simbolista, dalle movenze leggere degli interpreti ai dialoghi di personaggi sensibili.
È sicuramente la sensibilità della regista ad emergere nella scrittura. Nonostante qualche refuso narrativo nel secondo atto e una messa in scena che fatica a seguire pienamente la propria vocazione, il potenziale alla base della pellicola è tangibile.
L’ossessione musicale
Il tema centrale dell’opera rimane senza dubbio l’ossessione che accompagna la protagonista. Un’ossessione inizialmente evitata, estranea, fino alla conclusione dove il tema ossessivo diventa centrale, incarnato da Mariko. Degno di nota il percorso di crescita del personaggio durante l’arco narrativo.
Tuttavia, il rapporto complicato tra la passione musicale, creativa, libertina, si scontra con un’istituzione esigente, accedemica, rigorosa. E sono due motori narrativi che si scontrano alla perfezione: se da un lato troviamo la creatività, dall’altro troviamo l’esigenza istituzionale che impone i propri limiti, come spesso accade nelle accademie musicali.
E in questo vortice emotivo tra esigenza e passione la nostra protagonista si ritrova a dovere affrontare diversi avvenimenti personali che la destabilizzano e forgiano.
E il tutto trova la propria sintesi in un finale metaforico, dove attraverso una purificazione simbolica la protagonista, con il proprio strumento, trascende il perfezionismo tecnico per abbracciare l’energia vitale della musica.
Molto probabilmente non un film perfetto, né tantomeno un film memorabile, ma sicuramente un film che contiene all’interno del proprio sottosuolo, all’interno della propria struttura incoscia, elementi con un grande potenziale.