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‘Nino’: la vita che resta mentre tutto cambia

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«Una delle sfide è stata capire com’era Nino prima del film, prima della diagnosi», racconta Théodore Pellerin, protagonista di Nino, esordio alla regia della francese Pauline Loquès, nelle sale italiane dal 30 maggio 2026, distribuito da FilmClub Distribuzione e Minerva Pictures in collaborazione con Rarovideo Channel.
Il film parte da un evento netto, una diagnosi, ma invece di stringersi attorno a quel punto, lo lascia risuonare, lo sposta, gli gira intorno.

Non un film sulla malattia

Nino, titolo e protagonista del film, ha quasi 29 anni quando, durante un controllo qualunque, scopre di avere un tumore alla gola. Le cure inizieranno a breve. All’inizio sembra tutto già scritto, come se il film dovesse seguire una traiettoria nota. Poi qualcosa si incrina subito: «Non perderai i capelli», lo rassicura la dottoressa, subito dopo avergli comunicato la diagnosi. È un dettaglio minimo, quasi fuori posto, che basta a cambiare il tono e a portare il film altrove, suggerendo una direzione diversa, meno prevedibile.

Nel tempo sospeso tra la diagnosi e l’inizio delle terapie, la vita non si interrompe, ma perde compattezza. Nino continua a fare cose normali: incontra persone, attraversa la città, evita alcune conversazioni, ma tutto sembra leggermente fuori asse. Non riesce davvero a dire quello che gli sta succedendo, forse nemmeno a formularlo per sé. Non si concede del tutto alla paura, non crolla, e resta in quella zona intermedia: tra chi sa e chi no, tra quello che è già cambiato e quello che continua a sembrare uguale.

Non è un personaggio “pronto”, e il film non prova a renderlo tale. Piuttosto lo segue mentre prova, semplicemente, a stare dentro a quello che è successo.

Fare i conti con i limiti

Nei giorni prima dell’inizio delle cure, Nino pensa — continuamente — ma non nel modo che ci si potrebbe aspettare. La malattia resta sullo sfondo, come se fosse troppo grande o troppo concreta per essere davvero afferrata. Théodor Pellerin, parlando del suo lavoro sul personaggio, insiste proprio su questo scarto «Anche preparandomi per il ruolo non ho mai pensato e non mi sono mai posto troppe domande sulla malattia, quanto proprio sulla presa di coscienza della mortalità».

I pensieri vanno altrove: alla morte del padre, improvvisa, ancora opaca. Ha sofferto? È stato immediato? E poi, quasi senza soluzione di continuità, le domande cambiano direzione: come sono nato io? cosa ha provato mia madre? la mia voce è sempre stata questa?

È una deriva del pensiero che non cerca risposte, ma misura una sensazione: quella di un limite. La percezione, molto concreta, che la vita abbia un bordo, e che non sia così lontano, nemmeno a 29 anni. Come osserva Pellerin, «un ragazzo a quell’età pensa di essere invincibile». Il film lavora esattamente su questa crepa, senza mai forzarla.

Raccontare la normalità

Più che grandi eventi, il film attraversa passaggi. Alcuni sono definitivi, altri appena percettibili: la possibilità di non poter avere figli, la fine di una relazione, la perdita di qualcuno — che è sempre anche uno spostamento dentro di sé.

Nino li attraversa senza enfasi, a volte direttamente, altre quasi di lato. Il film resta vicino a gesti minimi: un compleanno, un succo bevuto sul pavimento, una cena con la madre, una notte condivisa. Non c’è un “evento” che organizza tutto, ma una serie di momenti che, messi insieme, restituiscono qualcosa di molto preciso: il modo in cui la vita continua mentre cambia.

In questo senso, la morte non appare come qualcosa di eccezionale, ma come una presenza già inscritta nelle cose, nella loro normalità.

Senza maschere

«La cosa più difficile è stato interpretare qualcuno che non recita», dice Pellerin. È una chiave utile per entrare nel film. La sua è una presenza che non cerca mai il momento decisivo, che non costruisce picchi emotivi, ma resta in una linea più bassa, più trattenuta.

Anche nelle situazioni che potrebbero diventare apertamente drammatiche, il film non insiste. A tratti si ha la sensazione che la malattia scivoli via, sia per lui che per chi guarda. Quello che invece non si interrompe mai è il tempo, il suo scorrere continuo.

Accanto a Nino, figure come Zoe, Lina e Sofia non intervengono per cambiare le cose. Stanno, accompagnano, a volte senza sapere come, o senza sapere se ci sia davvero qualcosa da fare.

Nessuno salva nessuno

Durante le riprese, Pauline Loques racconta di aver capito qualcosa che riguarda il cinema ma anche altro: «fare film non salva nessuno». Più che una resa, è una presa di coscienza — anche un po’ liberatoria.

Il film nasce anche da un’esperienza personale: la malattia e la morte di una persona molto vicina alla regista, un dolore che – come ha raccontato – l’ha spinta a scrivere per ritrovare una forma di senso, o almeno di possibilità. Ma nemmeno il cinema può davvero riparare.

Eppure, qualcosa resta possibile, un margine: esserci comunque. Come succede tra Nino e gli altri: con Lina (Estelle Meyer), mentre lei prova a farsi un’iniezione; con Zoe (Salomé Dewaels), quando lui le confessa di essere malato; con Sofian (William Lebghil), che semplicemente si fa trovare. Non risolvono, non “aggiustano” nulla. Ma restano. È proprio in questo restare che qualcosa accade.

Andare avanti

Nino è un film che alleggerisce invece di caricare, che evita di costruire grandi scene o traiettorie evidenti. Non guida lo spettatore, non insiste su un’emozione precisa.

Si ferma nel mezzo, dove le cose continuano anche quando qualcosa si è già rotto. Proprio in questo modo di stare  incerto, incompleto, trova una forma coerente, asciutta, difficilmente riducibile, ma profondamente onesta.

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