Walter Bonatti a Bardonecchia di Riccardo Topazio è un appassionato documentario su una delle figure più importanti dell’alpinismo italiano e mondiale. Il film è stato realizzato grazie al contributo di Cinema in verticale, Comune di Bardonecchia, Club Alpino Italiano e Museo Nazionale della Montagna di Torino e prende in esame un determinato periodo della vita di Walter Bonatti: quello del biennio 1955-1956, quando venne chiamato a Bardonecchia, piccola cittadina alpina della Val di Susa, per svolgere l’attività di guida alpina e di maestro di sci.
Il documentario è stato presentato alla 74ª edizione del Trento Film Festival come proiezione speciale.
Gli anni di Bardonecchia, dopo l’impresa sul K2
Quando Bonatti giunse a Bardonecchia era reduce dalla vittoriosa spedizione italiana al K2 del 1954 della quale, a soli ventiquattro anni, fu protagonista pur senza conquistare la vetta e con uno strascico di polemiche e accuse a lui rivolte, che si risolsero con la riabilitazione piena dell’alpinista solo cinquantatré anni dopo.
Il documentario racconta i due anni del soggiorno piemontese, quando lo scalatore venne accolto con grande affetto, per altro ricambiato, dalla comunità locale.
Quello trascorso a Bardonecchia fu, infatti, per Bonatti, un periodo felice, lontano dalle accese polemiche successive alla spedizione al K2, dove rischiò la vita insieme all’hunza Amir Mahdi, per aver trascorso la notte all’addiaccio a 8000 metri di quota e a -50 sotto zero nel tentativo di portare le bombole ai due compagni d’avventura Achille Compagnoni e Lino Lacedelli i quali, la mattina seguente, avrebbero conquistato la vetta.
Bonatti e Mahdi vennero accusati di aver consumato parte dell’ossigeno destinato ai due compagni di spedizione; Bonatti, a sua volta, accusò Compagnoni e Lacedelli di aver deliberatamente spostato più in alto rispetto al luogo prestabilito il campo, in maniera tale da non permettergli di raggiungerlo, onde evitare il rischio che potesse conquistare lui la vetta.

Le grandi imprese durante gli anni trascorsi in Piemonte
A Bardonecchia l’alpinista bergamasco si dedicò con passione e serietà all’attività per la quale era stato chiamato, non rinunciando, tuttavia, a compiere grandi imprese alpinistiche al limite dell’impossibile. Una in particolare viene ricordata nel documentario: la conquista in solitaria del Petit Dru, una vetta particolarmente complessa e pericolosa posta nel Massiccio del Monte Bianco.
Fu per Bonatti una sfida che durò giorni, costringendolo a ben cinque bivacchi in parete. Un’impresa ai limiti dell’impossibile che gli valse la cittadinanza onoraria del comune piemontese.

Il film di Riccardo Topazio, fra interviste e documenti d’archivio, restituisce allo spettatore il ritratto di un uomo alla ricerca della libertà, pagandola spesso a caro prezzo
Walter Bonatti a Bardonecchia racconta quegli anni e quelle imprese mediante interviste a numerosi personaggi che l’ebbero conosciuto o ai figli degli amici più cari di Bardonecchia, che lo ricordano dai racconti dei genitori.
Inoltre, a impreziosire il documentario, una ricca serie di documenti d’archivio: filmati d’epoca (fra cui varie interviste allo stesso alpinista), fotografie e ritagli di giornali (quotidiani e settimanali fra cui “Epoca”, con il quale Bonatti collaborò per decenni), unitamente alla voce over dello scalatore.
Ne emerge il ritratto di un uomo che ha saputo – e voluto – affrontare la montagna, avendo sempre ben presente i rischi che quelle scalate avrebbero potuto rappresentare. Un modo, come dice lo stesso Bonatti,
“per entrare in sintonia con la Grande Natura”
e, soprattutto, per ricercare il proprio sé, per potersi guardare dentro e capire chi fosse veramente.
A mano a mano che si procede nella visione si prova un senso di forte emozione nell’osservare le immagini d’epoca che ritraggono un uomo solo al cospetto delle cime maestose e delle scarne pareti rocciose, respingenti e attraenti allo stesso tempo.
Bonatti fu uno dei tre più grandi alpinisti italiani di tutti i tempi venuto, in ordine cronologico, dopo il friulano Riccardo Cassin e prima dell’altoatesino Reinhold Messner. Soprattutto fu un uomo che seppe sfidare la natura e la paura che essa può infondere in determinate situazioni, sempre alla ricerca di quella libertà, conquistata non senza grandi difficoltà. Perché come ha detto egli stesso nell’agosto del 2000, quando ormai da decenni aveva abbandonato l’alpinismo:
“Nella nostra società si paga per essere liberi: gli uomini liberi sono scomodi e presi di mira. E io ho sempre pagato per tutto questo, però ne sono contento, perché ho vissuto in assoluta, coerente libertà, facendo tutto quello che ho voluto e potuto fare”