Ci sono film che resistono al tempo; che lo scavalcano, lo superano pur non essendo capolavori assoluti di Kubrickiana memoria. Stand by Me – Ricordo di un’estate appartiene senza esitazione alla seconda categoria: compie 40 anni e non solo non li dimostra, ma sembra osservare il presente con una certa aria di superiorità, come un adulto che guarda un adolescente agitarsi senza motivo.
Per celebrare l’anniversario, il film del compianto Rob Reiner torna nelle sale italiane grazie a Nexo Studios, riportando sul grande schermo una storia che, a ben guardare, non ha mai davvero lasciato il nostro immaginario. Perché Stand by Me non è un film da rivedere: è un film da ritrovare.
Quattro ragazzi, un cadavere, e tutto il resto
Per chi proprio non abbia alcuna idea di cosa sia questo splendido racconto di formazione ecco una sintesi estrema.
La trama è nota, quasi archetipica: quattro ragazzi, un’estate, un viaggio lungo i binari alla ricerca di un cadavere. Ma raccontata così sembra una sinossi da cineforum scolastico, mentre il film è esattamente l’opposto: un racconto preciso, asciutto, che non indulge mai nella retorica anche quando potrebbe farlo con facilità disarmante.
Tratto da un racconto di Stephen King, Stand by Me è forse una delle trasposizioni più anomale dell’autore: niente horror, niente mostri, niente effetti. Solo l’infanzia, che a ben vedere è già abbastanza inquietante di suo.
E infatti il vero tema non è il cadavere. È il passaggio. Quello scomodo, inevitabile, tra l’essere bambini e il diventare qualcos’altro. Un passaggio che il film racconta senza nostalgia stucchevole, ma con una lucidità che oggi, francamente, si vede sempre meno.
L’amicizia prima che diventasse un cliché
Guardando Stand by Me oggi, si ha una sensazione è quasi straniante. Non tanto per via del dato anagrafico della pellicola, ma piuttosto perché non lo è abbastanza. In un panorama contemporaneo che tende a iper-spiegare tutto, a sottolineare ogni emozione con il pennarello indelebile, il film di Reiner lavora per sottrazione.
I dialoghi sono essenziali, i silenzi pesano, i personaggi non vengono mai spiegati fino in fondo. E proprio per questo funzionano. L’amicizia che racconta non è idealizzata, non è perfetta, non è nemmeno necessariamente destinata a durare. È reale.
E oggi, nel cinema che spesso confonde intensità con volume, questa semplicità suona quasi rivoluzionaria.
Il tempo, quello vero
C’è una frase nel film che continua a fare male con la stessa precisione chirurgica:
“Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni”.
E forse è proprio questo che rende Stand by Me così resistente: non cerca di consolare lo spettatore, non gli promette che tutto tornerà, non costruisce illusioni; anzi proprio il contrario. Si limita a registrare un momento e a lasciarlo lì, immobile, mentre tutto il resto cambia.
Insomma tanta roba vecchia
Il ritorno in sala di Stand by Me – Ricordo di un’estate non è solo la solita operazione nostalgia. È, volendo, anche una piccola lezione involontaria per il cinema contemporaneo.
Perché ricorda, con una semplicità quasi disarmante, che non servono grandi artifici per raccontare qualcosa che resti. A volte basta una storia, dei personaggi credibili e la capacità, sempre più rara, di non spiegare tutto.
Il resto lo fa il tempo.
E in questo caso, sorprendentemente, non ha avuto l’ultima parola.