Sono passate ormai tre settimane da quando Thierry Frémaux, direttore artistico del Festival di Cannes, ha annunciato la selezione ufficiale della 79ª edizione, rivelando nel corso della conferenza stampa che quest’anno il loro comitato ha dovuto giudicare oltre 2500 titoli provenienti da 141 paesi. Tra questi, ce n’è uno che manca all’appello: l’Italia.
Non si tratta soltanto dell’assenza dal concorso per la Palma d’Oro, ma di una preoccupante latitanza che attraversa l’intero programma. Nonostante l’allarme sia stato prontamente lanciato dalle nostre testate giornalistiche — ansiose di saltare alla gola del sistema che ha portato a questo fallimento — la speranza che le sezioni parallele del festival o le tradizionali aggiunte dell’ultimo minuto potessero rimediare alla “svista” era ancora tacitamente in gioco. Nessuno, tuttavia, si aspettava realmente una sorpresa, e ora che è arrivata la conferma definitiva della nostra assenza non si percepisce nell’aria una sensazione di rinnovata delusione, quanto piuttosto la graduale realizzazione che forse è giusto così.
I tempi sono maturi per abbandonare la convinzione che questo scivolone fosse inaspettato, e provare a leggerlo per ciò che è realmente: un segnale. Non un’anomalia irreparabile per cui disperarsi, quanto un invito forzato a osservare con lucidità lo stato del panorama internazionale, analizzando — con una certa dose di umiltà e ammirazione — quegli orizzonti in crescita da cui abbiamo tanto da imparare. Il rischio, altrimenti, è di farsi scivolare addosso questo dato come una coincidenza, a fronte degli sporadici successi festivalieri che abbiamo prodotto negli ultimi anni.
Cannes: non si può fare affidamento solo sui veterani
Il nuovo film di Nanni Moretti rappresentava, secondo gli esperti, l’unica reale possibilità italiana di rientrare nella selezione di questa edizione. Ed è proprio questo il fulcro del problema. Nanni Moretti, Mario Martone, Paolo Sorrentino, Marco Bellocchio: nomi di questo calibro garantiscono un accesso automatico al concorso, persino quando presentano titoli che finiscono per non dimostrarsi all’altezza delle filmografie in questione.
Immaginiamo lo scenario in cui Succederà questa notte fosse stato pronto per Cannes; può un singolo titolo “a colpo sicuro” tenerci al riparo dal dover imbastire questa doverosa riflessione? Probabilmente no. L’esclusione di quest’anno ha il merito di interrompere una narrazione rassicurante, alimentata in parte anche dalla scorsa edizione, dove alla presenza in concorso di Fuori di Mario Martone — ormai habitué della Croisette — si è aggiunta la fortunata doppietta in Un Certain Regard di Le Città di Pianura e Testa o Croce, che ha contribuito a generare uno sproporzionato senso di fiducia rispetto alla reale tenuta del nostro sistema produttivo. È quindi sui giovani, o comunque su quei talenti confinati nel punitivo circuito indipendente, che bisogna puntare se vogliamo assicurarci che questa sensazione di amaro in bocca non diventi un’abitudine.

Le città di pianura di Francesco Sossai (2025)
Una questione qualitativa, non quantitativa
In termini di film prodotti ogni anno, l’Italia è in grado di rivaleggiare persino con la Francia, colosso dell’industria europea, ma il criterio con cui vengono stanziati i fondi rema contro la costruzione di un immaginario capace di dialogare con il presente, e di conseguenza con le necessità del pubblico. Si viene così a creare un corto circuito: sempre più film sono costretti a evitare la sala cinematografica, e la fascia di pubblico che tiene in vita i cinema con il 43% delle presenze — quella tra i 15 e i 35 anni — si orienta sulla proposta internazionale.
Mentre i giovani vengono accusati di resistere alle produzioni nazionali per partito preso, la realtà è che sono stati gradualmente condizionati ad approcciarle con cautela. È più semplice parlare di disaffezione generazionale che interrogarsi sulla qualità dell’offerta, ma ironia vuole che la documentata diminuzione degli spettatori over 60, rappresentante il pubblico storico su cui si reggeva un tempo questo sistema, fornisca un ulteriore prova anagraficamente agli antipodi della mediocrità della proposta attuale.
La rivalità con la Mostra del Cinema
Quando un film ha in programma un lancio festivaliero, Cannes e Venezia rappresentano senza dubbio i due palcoscenici più ambiti. Essendo Venezia inevitabilmente legata al nostro settore cinematografico, è fisiologico che molti autori italiani siano più conformi a un’anteprima al Lido. Non si tratta di un alibi, ma di un dato oggettivo. I Paesi che non hanno la fortuna di ospitare una manifestazione di prestigio equivalente alla Mostra del Cinema — l’unico festival in grado di contendersi un titolo con Cannes — probabilmente ripongono molte più speranze sulla kermesse francese.
Come a Cannes sono obbligati a includere una quota minima di film provenienti da produzione locale, lo stesso vale per Alberto Barbera, che ogni anno porta almeno quattro o cinque titoli italiani nel concorso veneziano. Difficile immaginare, soprattutto dopo il successo di Vermiglio, che tra questi non si possano nascondere dei papabili candidati da sottoporre al severo giudizio di Thierry Frémaux, che sulla questione si è espresso molto duramente:
“Quest’anno non mi è stato sottoposto nemmeno un film italiano degno di essere incluso.”
Parole che risuonano meno provocatorie di quanto possano sembrare a primo impatto, ma molto più demoralizzanti di quanto probabilmente intendesse lui.
Il talento non manca, ma fatica a emergere
Negli ultimi anni, titoli come Un Anno di Scuola di Laura Samani, Diciannove di Giovanni Tortorici o Amanda di Carolina Cavalli hanno dimostrato che esiste una forte corrente creativa anche da noi, rappresentata soprattutto nella sezione Orizzonti di Venezia. Scavando più a fondo, troveremmo anche Agon di Giulio Bertelli, un gioiellino della più recente Settimana della Critica. Ma è anche questo a rendere la situazione problematica: se esiste una nuova generazione di talenti, perché fatica a emergere nei contesti più competitivi? È sicuramente complice la paura dei direttori artistici di esporre prematuramente gli autori più acerbi alle feroci aspettative della stampa internazionale. Si opta fin troppo spesso per un’inclusione conservativa, che mira a proteggere gli interessi dei film, ma che al contempo rischia di tarpargli le ali.

Un Anno di Scuola di Laura Samani, attualmente in programmazione nelle sale italiane
Una rotazione è fisiologica, e favorisce la rappresentazione
Cannes porta avanti da sempre una politica di totale apertura verso il cinema proveniente dagli angoli più remoti del pianeta, e per farlo ha a disposizione uno spazio limitato. Come detto in precedenza, quest’anno si sono proposti 141 paesi, più di quanto sia possibile includere. In quest’ottica, è importante fare delle scelte consapevoli: ci sono Paesi che latitano in Croisette per decenni, soprattutto in competizione. Basta pensare all’India, che con All we Imagine as Light ha interrotto una carestia durata trent’anni, o alla Nigeria, che con My Father’s Shadow l’anno scorso ha presentato in Un Certain Regard il suo primo film nella storia del festival. Nell’ottica della rappresentazione, è quindi fisiologico che esista una rotazione, e che il passaporto di una produzione incida sulle scelte finali.

My Father’s Shadow di Akinola Davis Jr. (2025)
Nella nostra condizione attuale, di crisi ma con alle spalle un florido passato cannense, siamo quindi vulnerabili. Se prendiamo nuovamente come riferimento Le Città di Pianura o Testa o Croce, non possiamo dire che quel tipo di cinema — autoriale, formalmente audace e artisticamente riconoscibile — trovi spazio con continuità nelle nostre sale. È esattamente questa l’identità che Cannes premia, e che noi fatichiamo a coltivare in modo sistematico. I film non emergono spontaneamente a ridosso delle selezioni, ma sono il risultato di un ecosistema che supporta con continuità i propri artisti. Allo stato attuale delle cose, ogni nostro successo è paragonabile a una coincidenza, e ogni assenza appare improvvisamente drammatica.
L’alternativa è una sola, e non è particolarmente allettante: consolarci di condividere un posto in panchina con Hollywood.
Uscirne è possibile, e tutti possiamo fare la differenza
Pensare che questa tendenza possa invertirsi da un giorno all’altro sarebbe ingenuo, ma è altrettanto importante convincersi che ognuno di noi possa fare la differenza fin da subito. In assenza di soluzioni piovute dal cielo, dobbiamo supportare la sala cinematografica. Sostenere i film degni di questo nome, anche quando questo significa presenziare a una proiezione dall’altra parte della città, in una sala che altrimenti sarebbe rimasta vuota. Acquistare un biglietto non è solo un gesto simbolico, è un atto di resistenza cinematografica. Unica forma concreta attraverso cui il pubblico può aiutare il cinema che sostiene di voler difendere, e che incide prima ancora dei finanziamenti o delle selezioni dei festival.
Oh Boys di Antonio Donato: l’unico barlume di Italia

Congratulazioni ad Antonio Donato e al team dietro Oh Boys, cortometraggio selezionato per la Quinzaine des Cineastes che è a tutti gli effetti anche il nostro unico barlume di rappresentanza. Dopo che è stato annunciato con entusiasmo dal direttore artistico Julien Rejl, eloquente relativamente al suo desiderio di includere nella selezione un tocco di ironia, ci aspettiamo grandi cose da questo progetto.