I paesaggi sublimi dell’isola di Anglesey sono lo sfondo ideale per le vicende narrate in On The Sea, lungometraggio in concorso al 41° Lovers Film Festival diretto da Helen Walsh.
Jack (Barry Ward) è un cinquantenne impiegato nella raccolta di molluschi nella piccola azienda famigliare gestita insieme al fratello. È una vita dai confini limitati, tra famiglia, duro lavoro, qualche momento di evasione al pub e poco più. Londra sembra una meta esotica, l’esistenza scorre in uno spazio raccolto. La crisi economica del settore impone cambi di rotta e genera conflitti, con un figlio adolescente più interessato a divertirsi che a seguire le orme del padre. L’arrivo del marinaio Daniel (Lorne MacFayden), giovane vagabondo impegnato nei lavori stagionali, sovverte un equilibrio già precario e innesta una crisi senza ritorno. Tra i due nasce un legame inaspettato e travolgente a cui è impossibile resistere.
La natura selvaggia del Galles è il cuore pulsante di On The Sea
Jack e Daniel subiscono un’attrazione potente, esplicata attraverso un contatto fisico ruvido e aspro. La comunità di pescatori in cui si muovono è un orizzonte emotivo dall’impronta patriarcale e l’elaborazione del sentimento è inevitabilmente figlia di quel contesto. È un universo duro, faticoso, che segna esistenze e volti. Il silenzio, spesso, prevale e la comunicazione è resa in poche battute.
Daniel è un’anima solitaria dal retroscena familiare precario, vive alla giornata, si muove da un posto all’altro in cerca di opportunità e gestisce la sessualità in modo istintivo e immediato. Jack, al contrario, ancorato alla famiglia tradizionale, si ritrova a elaborare quella fascinazione all’improvviso. La passione, in entrambi i casi, viene vissuta senza filtri, in maniera del tutto istintiva.
Helen Walsh, presente in sala a Torino, spiega come l’idea di sceneggiatura l’abbia accompagnata per lungo tempo, traendo spunto da una vicenda reale. Capita spesso che il coming out avvenga in età matura, talvolta mettendo a repentaglio l’ordine stesso di una vita ed è quanto accade in On The Sea.
La vita insegna che tutto è complicato
È interessante e maturo lo spirito del film, poiché non cade nella semplificazione di leggere l’amore tra Jack e Daniel come pura negazione della dimensione famigliare. Attraverso la figura di Maggie (la moglie di Jack interpretata da Liz White) si compie, nonostante tutto, una pacificazione del dramma. Insomma, la vita coniugale, i figli non sono una “bugia” – come accusa Daniel – una convenzione vuota a cui obbedire, bensì una forma di amore assoluto, in grado di abbracciare la diversità del sentimento che lega i due uomini. Il personaggio di Maggie, illustra Helen Walsh, si è articolato grazie alla recitazione di Liz White divenendo centrale nell’architettura del film.
On The Sea, come altri film del Lovers Film Festival, si iscrive nell’ambito del cinema LGBTQ+ solo marginalmente e narra una storia che, oltre alle relazioni umane, pone l’accento anche sulla crisi economica e il prezzo che devono pagare schiere di lavoratori progressivamente esclusi dal mercato.
La scrittura di Helen Walsh, nota soprattutto come autrice di romanzi, si intensifica grazie a una serie di figure di contorno che amplificano la portata della storia tra Jack e Daniel, tracciando il solco dell’isolamento che permea la vita della comunità. Come Tom, il figlio di Jack, oppure Bernie, pescatore caduto in disgrazia, vittima di uno stupido incidente che gli causa amputazione e rovina. Indubbiamente un altro epilogo sarebbe possibile, ma solo altrove: la mascolinità e il tradizionalismo propri di quella cultura e di quella dimensione non ammettono altre soluzioni.
“Out on the sea we’d be forgiven”, recita un brano dei Beach House e riassume il senso di un amore impossibile, cullato dalle onde di un mare in tempesta, in un mondo lontano e difficile da raggiungere.