Presentato venerdì 17 aprile al Lovers Film Festival di Torino, Caracas Avenue, il racconto urbano di Juana Jimenez Del Toro, è un coraggioso esperimento cinematografico di vita di strada, ma una sceneggiatura singhiozzata e un comparto tecnico impreciso rendono difficoltosa la visione.
Un racconto neorealista
Colombia, anni ’80. Allontanati dai genitori per via del loro orientamento sessuale, quattro giovani finiscono per strada, sopravvivendo tra delinquenza e prostituzione.
Ciò che vorrebbero è trasferirsi negli USA ma, arrivati a Bogotà, il sogno americano si spegne: viene loro negato il visto e i quattro si ritrovano bloccati nel quartiere Santa Fe, zona rossa della capitale. Con il passare degli anni, il corso delle loro vite cambierà drasticamente, prendendo direzioni completamente diverse.
La prima parte della pellicola, dove vediamo i protagonisti bambini finire con l’inganno nelle grinfie di un pedofilo locale, Don Marcos (Mauricio Cujar), è quella che funziona meglio. Lo sguardo basso della macchina da presa trascina lo spettatore ad altezza bambino e osserva con gli occhi dei giovanissimi attori un mondo spietato al quale sono già abituati, e che fa sembrare il bordello in cui verranno intrappolati come una prigione dalle sbarre dorate.
Una discesa sempre più veloce
Con l’arrivo dell’adolescenza e la fuga verso Bogotà dei protagonisti, la pellicola comincia a inciampare sui suoi stessi schemi. Il ritmo accelera vorticosamente e la narrazione sembra non riuscire a reggere le stesse dinamiche della sceneggiatura.
Caracas Avenue vuole mostrare sempre di più con maggiore intensità. Sicuramente l’intento è nobile, ma l’eccessivo accavallamento di eventi diventa un inseguimento al cardiopalma, un ostacolo nel cercare di cogliere quei dettagli in più che potrebbero rendere il tutto più godibile.
L’avventura dei ragazzi verso la salvezza sembra trasformarsi in una storia che con fare dispettoso li guida solo verso il prossimo inciampo.
Verso un finale spezzato
Non è solo la velocità del film a rendere ostica la visione della parte finale, ma anche una regia a tratti amatoriale ed estremamente imprecisa. Le immagini sullo schermo cambiano continuamente di qualità video e il montaggio di per sé sembra quasi smettere di esistere, accontentandosi, come una catena di montaggio, di mettere le immagini una in fila all’altra.
L’intento sembra semplicemente quello di arrivare alla conclusione di una storia sì tragica e al tempo stesso estremamente potente, tuttavia la sostanza estetica stessa delle immagini, e il loro raggruppamento, rendono difficile riuscire a concentrarsi sul tutto.
Colori sgargianti, luci accecanti e una macchina da presa che perde sempre di più il focus su chi o cosa concentrarsi per decidere quale direzione intraprendere, sia registicamente che a livello puramente narrativo. Gli intenti di Caracas Avenue sono certamente lodevoli e le situazioni degradate che mostra devono essere estese a un pubblico più ampio affinché ne prenda coscienza, ma il messaggio non è accompagnato da un comparto tecnico alla sua altezza.
Caracas Avenue è un esperimento audace e potentissimo che lascia l’amaro in bocca, poiché affida una verità vitale a una forma estetica insufficiente.