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Due idee di cinema ai David di Donatello 2026

Confronto tra due opere che svelano l'andamento cinematografico nostrano

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C’è qualcosa di profondamente rivelatore, quasi involontario, nel momento in cui vengono annunciate le candidature ai David di Donatello 2026. Non tanto per ciò che includono, ma per il modo in cui certe presenze finiscono per riscrivere il senso complessivo della stagione.

Quest’anno, più che mai, la sensazione è che il cinema italiano si stia raccontando attraverso un cortocircuito. Due film che non potrebbero essere più distanti finiscono per occupare lo stesso spazio simbolico: Le città di pianura di Francesco Sossai (16 candidature) e La grazia di Paolo Sorrentino (14 candidature). Non è una semplice polarizzazione di critica e pubblico, né una contrapposizione tra mainstream e autori fuori dai grandi circuiti costruita a posteriori. È qualcosa di più organico. Guardandoli uno accanto all’altro si rivelano come due modi incompatibili e necessari di respirare la stessa aria della cinepresa, due modi differenti per coesistere con l’immagine.

L’estetica della sottrazione

Sossai lavora come se il cinema fosse ancora un luogo da svuotare. Le città di pianura non costruisce, non impone, non guida. Al contrario, lavora per sottrazione, sembra continuamente arretrare rispetto a ciò che mostra. È un film che rinuncia programmaticamente alla centralità narrativa e visiva. I personaggi non cercano mai davvero di esistere fino in fondo, si muovono in uno spazio che li accoglie ma non li definisce. La pianura più che un ambiente diventa una condizione interiorizzata di stallo. Non succede “qualcosa” nel senso letterale del termine: nell’assenza dell’evento Sossai trova la sua forma autoriale più radicale.

C’è una fiducia quasi ostinata nel suo cinema: la possibilità che lo spettatore accetti di perdersi nella magnificenza magnetica dell’immagine. L’autore propone un cinema che non accompagna lo spettatore, non offrendo appigli immediati. In un contesto produttivo sempre più orientato verso l’accessibilità e l’istantanea immedesimazione, questo tipo di operazione diventa quasi un atto politico, ridefinendo il rapporto stesso tra opera e spettatore.

La crepa di Sorrentino

Sorrentino sembra muoversi nella direzione opposta. La grazia è un film pieno, stratificato, visivamente costruito con la maniacale ossessione che contraddistingue il cineasta partenopeo. Il cinema di Paolo Sorrentino continua a essere riconoscibile al primo sguardo, e questo è insieme il suo punto di forza e il suo rischio più grande. Ogni inquadratura porta con sé un’idea di dominio sull’immagine, che può facilmente scivolare nell’autocompiacimento. Ma ne La grazia c’è una crepa, una tensione interna che rende il tutto meno monolitico. È come se Sorrentino stesse cercando ancora una volta di mettere in crisi il proprio stesso linguaggio.

Debitore di un cinema onirico felliniano, Sorrentino coniuga l’ebrezza del sogno barocco con la concretezza della vita. Le incontrollabili emozioni di un uomo senile, accomodato nell’esistenza quanto accomodante verso il prossimo, creano uno stallo ricco di maschere da dover indossare. La rigidità di Mariano De Santis (Toni Servillo) dinanzi alle pene inferte dall’intrusività dei suoi pensieri è la medesima dello spettatore, assorbito da La grazia.

Il conflitto come forma

Sossai e Sorrentino, nonostante l’estrema diversità di fare cinema, raccontano la medesima voglia di trovare un modo proprio di narrare, esprimersi, comunicare una sensazione tramite l’immagine dell’arte che ci tiene in vita. E allora il loro incontro-scontro ai David non è solo un fatto simbolico ma un punto di attrito reale.

Perché Le città di pianura è un film che non cerca il consenso, non si presta facilmente a una fruizione immediata. Ma proprio per questo diventa fondamentale, tiene aperto uno spazio in cui il cinema può ancora permettersi di non essere funzionale a qualcosa.

La grazia, al contrario, è una pellicola che si muove dentro una visibilità piena. Ha un autore riconosciuto a livello globale, un immaginario forte, una capacità di imporsi anche fuori dai confini nazionali. Ma è proprio questa visibilità a renderlo un oggetto delicato, è la stessa visibilità a delinearne la grazia. Ogni scelta, immagine ed eccesso vengono immediatamente letti, interpretati, giudicati.

Le città di pianura, David di Donatello

Le città di pianura

Guardando Le città di pianura e La grazia, la sensazione è che il futuro del nostro cinema si giochi proprio su questa linea di tensione, ovvero la sottile linea che divide l’opera barocca e l’opera risplendente della sua umiltà. Non nella scelta di una direzione, ma nella capacità di tenere aperto il conflitto, nel quale l’arte germoglia. E forse è proprio questo che, al di là dei premi, queste candidature ci stanno dicendo: il cinema italiano, quando smette di cercare una forma unica e accetta di essere attraversato da forze diverse riesce ancora a sorprendere.

Non è poco, è probabilmente tutto.