Approfondimenti
‘Lo straniero’: da Camus, a Visconti, a François Ozon
Cinema e letteratura si incontrano oltre le distanze del tempo
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2 settimane agoon
Incontournable, dicono i Francesi per indicare qualcosa di imperdibile. E incontournable è buona parte dei film di François Ozon. Forse non proprio tutti, visti i ritmi di un film all’anno e la disinvoltura con cui alterna commedie brillanti (8 Donne e un mistero, o la più recente Mon crime), al genere drammatico (Sotto le foglie, il cui titolo originale, Quand vient l’automne, rende molto meglio la malinconia di tutta la narrazione), Peter Von Kant o ancora Frantz.
Frantz è girato in un bianco e nero molto più deciso rispetto al suo ultimo film, in cui viene usato in maniera più uniforme, sfumata e mai compiaciuta. A rendere l’idea di una luce che suggerisce le ombre e non le dichiara del tutto, responsabile o complice dell’indolenza e della mancanza di azione (che si fa gesto, purtroppo) nel protagonista, Arthur Meursault.
È l’abbaglio che colpisce i suoi occhi prima dello sparo, il biancore della camera mortuaria in cui veglia la madre, il vestito chiaro mentre cammina sulla spiaggia incontro al suo destino, in una ripresa dall’alto. Quasi una dimensione metafisica del racconto, dice lo stesso Ozon.
Ozon e Camus
Per chi scrive, Lo straniero di Ozon è senz’altro tra i suoi film più interessanti; meglio però leggere prima il libro di Camus. Poco impegnativo per numero di pagine, ma “il romanzo più sconvolgente del secondo dopoguerra”, come lo ha definito Raffaele La Capria nell’intervista che segue:
François Ozon è consapevole di quanto sia coraggioso l’approccio a un’opera così ambigua, misteriosa, che racchiude in poche pagine l’esistenzialismo novecentesco e di quanto sia difficile rendere un personaggio enigmatico come Meursault, emblema del disagio in tanta letteratura del secolo scorso. Prima di Ozon, ci ha provato solo Luchino Visconti nel 1967, con esiti non entusiasmanti (anche per lo stesso Visconti). Ozon dichiara di aver seguito Camus in maniera quasi filologica nella prima parte del film e di averlo dovuto un po’ tradire nella seconda, molto più complessa.
“Questo libro – e spero questo film – ci interroga ed è questo che mi aspetto dal cinema”.
Breve sintesi sulla trama di libro e film
Algeri, 1938. Meursault (Benjamin Voisin), un giovane sulla trentina, modesto impiegato, partecipa al funerale della madre senza mostrare la minima emozione. Il giorno dopo inizia una relazione con Marie (Rebecca Marder), una collega d’ufficio. Poi riprende la sua vita di tutti i giorni. La quiete quotidiana viene però interrotta dal vicino Sintès (Pierre Lottin) che trascina Meursault nei suoi loschi affari fino a quando, in una giornata torrida, su una spiaggia, accade un tragico evento…(sinossi ufficiale)
Questi, grosso modo, i fatti nella prima parte de L’etranger di Ozon, di Camus e di Luchino Visconti. Il secondo atto delle tre narrazioni, quella letteraria e le due cinematografiche, è dedicato al processo, in cui Meursault viene giudicato non tanto per l’omicidio commesso (questo è il tragico evento; in fondo però la vittima era soltanto un arabo!), ma per i suoi comportamenti nel quotidiano: non aver pianto seppellendo la madre, aver frequentato i bagni e il cinema (addirittura il giorno dopo e addirittura per un film di Fernandel!), e, delitto ancora più imperdonabile, aver iniziato subito una relazione sessuale.
Benjamin Voisin. Foto ufficiale del film
Arthur Meursault e il giudizio sociale
Un giudizio morale non riferito all’assassinio, ma al modo di essere dell’accusato. “Il pubblico ministero si è messo a parlare della mia anima. Diceva che si era chinato su di essa e non vi aveva trovato nulla. Che in verità io non ne avevo affatto, di anima, e che nulla di umano mi era accessibile”. (Albert Camus)
“Ogni uomo che non piange al funerale della propria madre rischia di essere condannato a morte”: dichiara lo stesso Camus, rendendo l’assurdo nel suo romanzo. Il suo straniero è il ritratto di un antieroe, come altri memorabili della prima parte del Novecento, ma ancora più distaccato nel parlare di se stesso e delle sue giornate. In un secondo momento, nell’inflessibile valutazione altrui, la sua indifferenza diventa insensibilità, la sua disarmante sincerità cinismo, il suo disinteresse la freddezza che ha armato le mani di un assassino.
Individuo e società, se pure in contrapposizione, appartengono entrambi a un mondo il cui significato sfugge. Meursault è attraversato da eventi che non hanno il potere di scuoterlo; le esperienze si equivalgono. Accetta infatti di sposarsi solo perché Marie glielo chiede e rifiuta l’incarico a Parigi, perché non esistono vite più felici di altre. Un rifiuto molto lontano dalla ripetizione ossessiva del Preferisco di no di Bartleby e attribuibile piuttosto all’apatia della psiche, dove tutte le esperienze galleggiano in uno stagno di neutrale acquiescenza. Ça m’était égal è il motto di Meursault, che odia la domenica, vissuta fumando e guardando la vita sotto il suo balcone, e preferisce i giorni feriali in cui svolge il lavoro di modesto impiegato, impeccabilmente.
Benjamin Voisin e Rebecca Marder. Foto ufficiale del film
Meursault per Visconti
Il film di Visconti è molto più vicino alla pubblicazione de Lo straniero di Camus (1942 in Francia, 1947 in Italia), rispetto ad ora. Per lui, sono passati vent’anni dall’uscita italiana del libro; adesso, per Ozon, più di ottanta e non ha senso paragonare le due trasposizioni filmiche. Sessant’anni, tra l’una e l’altra, sono davvero tanti. Tuttavia, senza cadere in rigidi confronti, qualche considerazione è inevitabile.
Nel 1967, Visconti dà a Meursault il volto dell’allora quarantenne Mastroianni; Ozon, nel 2026, quello del trentenne Benjamin Voisin. Sappiamo che Visconti non era molto contento del risultato del suo film e che avrebbe voluto Alain Delon, diretto qualche anno prima ne Il Gattopardo. Secondo Ozon, Mastroianni era un uomo troppo adulto e troppo italiano (il film infatti non è conosciuto in Francia). Eppure, l’interpretazione dell’attore troppo italiano, fatta anch’essa di sottrazione, come quella di Voisin, è convincente. Quando, all’inizio del film, anticipando l’arresto della seconda parte, Mastroianni dice al commissario “Il mio caso è semplice” lo fa con il candore di cui è capacissimo. Con la voce, la leggera inclinazione in avanti, e il mezzo sorriso di chi sta per comunicare un’ovvietà.
E a mano a mano che il processo paradossale costringe Meursault a prendere consapevolezza di sé, se non altro della paura di morire, Mastroianni sa restituire al personaggio la stessa drammaticità del romanzo.
Meursault per Benjamin Voisin
Voisin è uno straniero ancora più perfetto. Bello e giovane, ma con rarissimi palpiti vitali. Sembra animarsi solo quando si tuffa in acqua o quando incontra intimamente il corpo di Marie. Per il resto, distante, sempre. Fuma tante più sigarette di Mastroianni, ma è una compulsione che non possiede il nervosismo di chi condivide lo stesso vizio. Semplicemente fuma, come semplicemente mangia due uova fritte senza pane nel pranzo domenicale, come semplicemente va e viene dal lavoro.
“Recitare l’assenza è molto estenuante, mi è costato più di un ruolo in cui avrei dovuto, saltare, picchiare, correre… Non fare quasi nulla, non dire quasi una parola, è un immenso sforzo fisico! Alla fine di ogni giorno di riprese ero completamente sfinito! Meursault è il mio ruolo più fisico!”. (Benjamin Voisin).
Crediamo a questa sua fatica, soprattutto se pensiamo al film precedente, Noi e loro (Jouer avec le feu), in cui ha recitato la parte di un giovane neo-nazista, violento, arrabbiato col mondo e molto sopra le righe.
Benjamin Voisin nel ruolo di Maursault. Foto ufficiale del film
E per François Ozon
“Nel romanzo, il protagonista non solo non presenta nessuno sviluppo psicologico ma rappresenta proprio un elemento astratto, una pagina bianca su cui ciascuno può proiettare la propria visione” (intervista di Taxidrivers).
“Mi sono completamente identificato in lui! Per me, è un cineasta! Guarda attorno a sé, vede dei personaggi, degli attori. Gli altri interpretano la loro vita. Lui no, non recita, non mente mai. La vita è un palcoscenico teatrale che lui non calca. Ma vede la bellezza del mondo e anche la sua violenza. E quando osserva la violenza, non interviene, resta spettatore. Sino alla fine quando finalmente si rivolta e diventa attore della sua vita!”. (F. Ozon).
Le donne nel film di Ozon
Marie e Djemila, la sorella della vittima, sono le due donne a cui il regista ha voluto dare nel suo film più rilievo rispetto a Visconti e allo stesso Camus, per i quali la figura di Djemila è assente. Nel romanzo non ha neppure un nome, è solo la sorella dell’arabo. Era importante invece darle voce, soprattutto perché vittima della sopraffazione e del clima che sfoceranno nella guerra di Algeria, dodici anni dopo la pubblicazione del romanzo.
Marie (Rebecca Marder), la fidanzata di Meursault, è un personaggio con più spessore, anche rispetto alla versione di Visconti. Non è la dattilografa ingenua, ma una donna che unisce leggerezza a consapevolezza. Condiscendente, e attratta dalle stravaganze del suo uomo, ma preoccupata, a ragione, della insolita noncuranza psicologica e delle probabili conseguenze. Prima fra tutte, quella che può trasformare nel tempo l’amore di lei in rifiuto. Di tempo però non ce ne sarà, perché le sue apprensioni si riveleranno più che giustificate.
Si preoccupa del ruolo negativo che l’amico di Arthur, Sintès (Pierre Lottin), ha nella vita di Meursault, anche se non può immaginare i risvolti tragici di questo legame tossico. (Pierre Lottin, in una delle migliori interpretazioni della sua carriera, ultimamente sempre più in salita).
Gli uomini del film, e del romanzo, sono tutti personaggi negativi: da Meursault, a Sintès, all’anziano vicino di casa che picchia il suo cane, al Pubblico Ministero. Costruire immagini di donne a loro superiori, per Ozon, è stata una scelta necessaria.
Un’ulteriore conferma dell’attenzione con cui il regista si avvicina all’universo femminile. Nel suo cinema le belle statuine, quando sono presenti, come in Potiche, sono destinate a emanciparsi. E quando, come in questo caso, le donne sono comunque arrendevoli, marginali, o addirittura assenti, emergono, grazie a lui, dalla pagina scritta che le aveva ignorate.
Benjamin Voisin e Rebecca Marder. Foto ufficiale del film
“Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”
Uno degli incipit più famosi della letteratura e più inquietanti. Ha il potere di racchiudere e anticipare tutto il romanzo. Con quello stile così essenziale, fatto di frasi semplici, di periodi paratattici, di apparente piattezza espositiva che colpiscono molto più di qualsiasi prosa complessa. Ogni parola ha una sua incisività, ogni espressione sembra una sentenza.
Rendere anche questo, oltre al personaggio enigmatico di Camus, non deve essere stato facile. Ma, con le sue scelte di regia, tra cui il bianco e nero di cui parlavamo all’inizio, Ozon è sicuramente riuscito nel suo intento. Meno risolto il film di Visconti, e forse ha ragione Ozon quando dice che Lo straniero, allora, sarebbe stato più nelle corde di Michelangelo Antonioni.
Però Ozon, verso la fine, insiste un po’ troppo su qualche momento della narrazione, come quello dell’incontro tra il condannato, Meursault, e il cappellano della prigione (Swann Arlaud). O indulge sulla tentazione di spiegare di più e costruisce una scena assente nel romanzo e nel film di Visconti: il dialogo con la madre, tra incubo e allucinazione, con vista del patibolo.
Nonostante questo appunto, L’etranger di Ozon è vivamente consigliato. Meglio se preceduto o seguito dalla lettura di Camus e dalla visione de Lo straniero di Visconti. Una bella lezione di come cinema e letteratura si possono incontrare oltre le distanze del tempo.