C’è stato un momento, nella storia del cinema, in cui l’alieno ha smesso di essere un qualcosa di ignoto ed è diventato uno specchio tanto scomodo quanto difficile da ignorare. Non importa da dove essi vengano – o per citare un certo John Carpenter, dove essi vivano: dai ghiacci alienanti de La cosa, alle metropoli de La guerra dei mondi, facendo un salto lungo il cuore californiano di E.T. l’extraterrestre, ogni volta che il grande schermo immagina una forma di vita extraterrestre, sta in realtà mettendo in scena il nostro modo di reagire di fronte a ciò che non comprendiamo.
E allora l’alieno diventa molte cose: minaccia catartica, riflesso politico, enigma linguistico, motivo di angoscia. Tante diramazioni possibili, forse troppe da tenere insieme. E se in quest’ottica emergesse la necessità di ruotare il nostro sguardo, non più mirando verso l’altro – oltre che verso l’alto – ma nei confronti di un qualcuno a noi maggiormente familiare? Forse scopriremmo che il punto non è mai realmente chi sono loro. È sempre chi diventiamo noi nel momento in cui li incontriamo.
Vediamo dunque insieme tutti i modi in cui la settima arte ha disegnato gli alieni nel corso degli anni. Mettetevi comodi.
L’altro dentro di noi
Nelle lande isolate e gelide de La cosa, storico film del 1982 siglato da John Carpenter, l’alieno non ha un volto. O meglio, li possiede tutti. Nel suo assimilare e fagocitare ogni atomo di paura presente nell’aria, esso non assume però le fattezze di una presenza imposta dall’esterno, quanto quelle di una creatura capace di infiltrarsi silenziosamente tra di noi, fino a rendere impossibile distinguere l’umano dal non umano. È qui che Carpenter compie il gesto più inquietante, svuotando il concetto stesso di identità da ogni certezza, col fine ultimo di accentuare l’oblio individuale e mettere in discussione il concetto stesso di ignoto.

In questo terreno di profonda isteria, la minaccia non è più tanto l’Altro, quanto l’impossibilità di riconoscerlo. E allora lo spazio si trasforma in sospetto, lo sguardo in diffidenza, il gruppo in una comunità destinata a implodere sempre di più, ogni secondo che passa. In questo senso, La cosa non è solo un film sull’invasione, ma un manifesto generazionale capace di dipingere la paranoia come una condizione universale, dinnanzi a cui l’umanità, privata di punti fermi e permeata di dubbi, finisce inevitabilmente per rivolgersi contro se stessa.
Essi vivono
Lungo questa scia socio-politica, è facile immaginare come dalle sinapsi carpenteriane sarebbe sorto neanche sei anni dopo Essi vivono, in cui la lettura del mondo circostante comincia a porre il proprio focus non più sull’astratto o sull’ignoto, quanto sul vissuto quotidiano di ciascuno di noi, rendendosi attuale come ben poche opere del suo tempo – e non solo. Ed è qui che l’alieno smette di essere una minaccia invisibile e diventa una metafora implicita quanto ignota, ove la sfida non è più scoprire chi è l’alieno, quanto comprendere in che proporzione l’umanità come la conosciamo tutti sia rimasta effettivamente tra le strade che percorriamo ogni giorno.
In quest’ottica, la società appare come già colonizzata, ma non da creature mostruose, bensì da un sistema che si mimetizza in ogni angolo e parla attraverso immagini, slogan, consumi. È un mondo che l’alieno non desidera distruggere, quanto addormentare, rendendo gli individui passivi, incapaci di vedere oltre la superficie e dunque facilmente manipolabili.
Quando il cielo crolla
Con La guerra dei mondi (facendo riferimento alla pellicola del 2005 nonché evitando con cura maniacale di parlare del dimenticabile esperimento nato vent’anni dopo) l’incontro con l’ignoto, e in questo caso con l’altro, torna a essere ciò che, per molto tempo, il cinema ha temuto di più: distruzione, morte e catastrofe. Nessuna mediazione, nessun avvertimento, nessuno strumento psicologico. Nell’immaginario collettivo, l’alieno non si mostra tanto per essere conosciuto o per colpire dall’interno, quanto per annientare e dominare. In quest’ottica, Spielberg dipinge l’alterità come radicale e inaccessibile: non si tratta di capire chi siano loro, ma di sopravvivere al loro passaggio. È una visione profondamente radicata nel pensiero tradizionale, ma proprio per questo ancora potentissima, perché intercetta una paura che non si è mai davvero dissolta: quella di un mondo che può essere spazzato via in un istante, senza preavviso e senza spiegazione.
L’altro come alleato
Con E.T. l’extraterrestre, l’alieno smette di essere una minaccia e diventa, forse per la prima volta in modo così puro, un amico dove rifugiarsi. Nel grande disegno spielbergiano, da sempre e per sempre (ricordando l’imminente Disclosure Day) affine al materiale narrativo extraterrestre, l’incontro con l’altro non genera paura, ma meraviglia. In quest’ottica, l’alieno non invade né distrugge: si perde, e nello smarrirsi trova nello sguardo di un bambino la possibilità di essere accolto. È proprio qui che il film trova la sua forza più profonda: nell’innocenza come forma di conoscenza.

Solo chi non è ancora appesantito dal sospetto e riesce ancora a guardare il mondo con gli occhi aperti della fantasia, può difatti davvero entrare in relazione con ciò che è diverso. Tra le logiche di tale lettura, l’alieno diventa simbolo di immaginazione, di vitalità, di un’infanzia capace di trasformare l’ignoto in scoperta e la distanza in legame. Più che un racconto di fantascienza, E.T. si presenta dunque come una fiaba moderna, capace di ricordarci come, prima della paura e nello scontro, esista sempre una possibilità: quella di guardarsi negli occhi.
Il fascino dell’ignoto
Con Arrival, l’incontro con l’altro si sposta su un terreno ancora diverso: né terrore puro, né immediata accoglienza, ma fascino dell’ignoto. L’arrivo degli eptapodi, questo il nome dei corpi alieni immaginati da Denis Villeneuve nel 2016, genera un clima di sospensione globale, attraversato da incomunicabilità e da un vero e proprio shock culturale – quell’insieme di ansia, smarrimento e confusione che nasce quando ci si confronta con qualcosa di radicalmente diverso, qui portato all’estremo di una distanza apparentemente incommensurabile.
È proprio per questo che la narrazione chiama a sé una linguista e un fisico: non per combattere, ma per comprendere, costruendo un ponte e trovando un codice comune che permetta non solo di decifrare il linguaggio alieno, ma di rimettere in discussione il nostro stesso modo di pensare il tempo, la comunicazione e dunque la realtà stessa. In questo senso, Arrival è forse uno dei punti più intriganti di questa traiettoria cognitiva: un film in cui l’alterità e l’ignoto non vengono ridotti, ma accolti nella loro complessità, e in cui la curiosità diventa l’unica vera risposta possibile alla paura nonché l’unica vera soluzione per provare a salvare un pianeta da troppo tempo destinato ai titoli di coda.
Imparare a fidarsi dell’ignoto
Con Project Hail Mary, l’incontro con l’ignoto si carica di una consapevolezza nuova: quella di un presente in cui la fine non è più un’ipotesi lontana, ma una possibilità concreta. Non una fiaba, seppur ne conservi la purezza dello sguardo, quanto uno scenario reale, forse inevitabile, rivestito da racconto che ci riporti a una necessità quasi antropologica: tornare a meravigliarci, a stupirci come facevamo da bambini. Lo spazio, in quest’ottica, non è solo orizzonte di scoperta, ma anche metafora di una terra svuotata, di promesse infrante, di un viaggio che potrebbe non avere alcun lieto fine.

Eppure, è proprio in questo scenario che l’uomo, per non soccombere a sé stesso – alla paura, al cinismo, ai propri limiti – sceglie di aprirsi all’altro. Non più guardandolo da lontano con sospetto, ma attraversandolo, cercando un terreno condiviso per sopravvivere. È qui che entra in gioco l’aliano: diverso nella forma, ma sorprendentemente vicino nell’essenza. Rocky non è una minaccia né un enigma, ma una presenza arguta, pura, capace di provare affetto e di preoccuparsi, oltre che desideroso cercare compagnia in un universo sempre più dominato dall’individualità.
In tal senso, quando esplode nel suo “meraviglia, meraviglia, meraviglia”, l’ingegnere di Erid non sta solo esprimendo stupore: sta restituendo all’incontro con l’altro una dimensione dimenticata da decenni, ovvero quella della gioia e dello stupore. E allora, in un racconto che non promette salvezza o possibilità, l’ignoto diventa qualcosa di ancora diverso: non più ciò che temiamo o cerchiamo di capire, ma ciò con cui scegliamo di non essere soli, anche davanti alla parola fine.
E per chi avesse voglia di vedere un buon film con protagonisti i nostri amici (?) alieni…