‘’Prometeo rubò il fuoco agli dei e lo diede all’uomo, perciò fu incatenato a una roccia e torturato per l’eternità’’
Così si apre il 12esimo film di Christopher Nolan, dove riprendendo la cultura greca del dramma e del mito, fornisce una nuova prospettiva nei confronti della acuta figura di J. Robert Oppenheimer.
Il legame è con la figura titanica di Prometeo. Ribellatosi alle autorità, egli offrì all’essere umano una nuova arma: il fuoco. Un gesto che segnò per sempre il destino della specie e ne scatenò le eterne, tragiche conseguenze. L’immedesimazione del lettore in Prometeo avviene in quanto il titano, così come l’uomo, aspira a qualcosa di più di quello che gli è concesso. A sfidare le leggi della sorte, a valicarne i limiti. Il titano è ingabbiato in valori arcaici, dove l’ambizione è considerata un atto di tracotanza, emblema della hybris greca.
Allo stesso modo, la figura storica di J. Robert Oppenheimer risente delle stesse facoltà del titano: dalla volontà filantropica di liberare un universo invisibile alla punizione che un gesto può subire. Ai tratti epici, drammatici, catartici, alle conseguenze universali, psicologiche e sociali.
Come Prometeo, anche Oppenheimer donò un nuovo universo all’essere umano, un nuovo fuoco, il fuoco atomico. Ma, quando poi provò a domare la propria scoperta, cercando di avvertire il mondo intero dei pericoli, le autorità si sollevarono con fervore per punirlo. Incatenando, così come Zeus, eternamente, il proprio destino. E già nelle scene iniziali risiede una chiave di lettura del film: la volontà di controllare, assiduamente, la propria ingovernabile creazione.
‘’Questa non è una nuova arma. È un nuovo mondo’
Se la personalità di Frankenstein esemplifica il Prometeo moderno, Robert Oppenheimer incarna perfettamente il Prometeo americano, nella propria febbrile ascesa alla distruttiva e ineluttabile decadenza.

La figura storica
L’infanzia di Oppenheimer è il giardino in cui lo scienziato coltiva il proprio pathos. Per Robert non c’erano dubbi su ciò che voleva fare: sin dalla tenera età viveva nel mondo dei libri e della scienza. Lui stesso si definì un bambino mellifluo, tremendamente bravo.
‘’Era un sognatore (affermava Babette Oppenheimer, la nonna) […] non era interessato alla vita rissosa dei ragazzi della sua età, veniva spesso schernito e ridicolizzato per il suo non essere come gli altri’’
Crescendo, il clima sereno della sua infanzia si tramutò in un periodo adolescenziale complesso e complicato. Una fase composta da crisi esistenziali, la comparsa di demoni interiori e la difficoltà della solitudine scaturita dalla propria eccellenza.
Emblematico l’episodio, realmente accaduto, nei confronti del proprio professore a Cambridge, nel 1925. Invaso da un senso di inadeguatezza, il futuro padre della bomba atomica avvelenò una mela posta sulla scrivania del proprio professore. Il giorno successivo, rendendosi conto del pericolo della propria azione, evitò la tragedia facendo sparire il frutto. Un gesto che rasenta il mito biblico e tragico e che, contemporaneamente, esemplifica la facoltà del protagonista di cercare di controllare, spesso tardi, le proprie azioni. Una sorta di “peccato originale”, un presagio di come la sua mente fosse in grado di generare distruzione ancora prima di razionalizzarne le conseguenze.
La soggettività
C’è un mondo prima di J. Robert Oppenheimer, e un mondo dopo.
Esisteva un mondo dove il terrore totalizzante per il nucleare poteva sembrare distopico, fantascientifico, irrealizzabile, ed esiste un mondo consapevole della possibilità di autodistruggersi, di incombere in una distruzione mutua assicurata e della fragilità dell’esistenza dell’essere umano.
J. Robert Oppenheimer (per gli amici ‘’Oppie’’) è stata una personalità con una velocità mentale irraggiungibile, un fascino elegante e sopraffino e un genio visionario, capace di figurarsi gli elementi invisibili, inaccessibili, all’essere umano. Caratterizzato da una vulnerabilità emotiva rara e una prontezza intellettuale disarmante, il fisico statunitense riuscì a sviluppare un’enorme influenza nelle persone che lo frequentavano.
Come affermavano i suoi studenti, loro stessi cercarono di imitare gli atteggiamenti del professore, dal modo di camminare, all’eleganza nel vestiario, a come teneva la sigaretta in mano. Ma, come spesso accade, se allo stesso tempo abitava in lui uno spirito affascinante e brillante, dall’altro lato, paradossalmente, emergeva una grande cecità. Come lo definì il suo amico Isidor Isaac Rabi, fisico statunitense:
‘’Oltre a essere davvero saggio, era anche davvero ingenuo’’
E questi due caratteri contrapposti emergono sensibilmente durante i 180 minuti della pellicola.

Fissione e fusione
Mantenendo una dicotomia costante, Christoper Nolan non dirige un film sulla bomba atomica, ma sulla brillante e peccaminosa mente del fisico americano, evitando di ricadere nel documentaristico. Nolan mette la firma su un’opera che pone come centro focale il protagonista, dai difetti alle peculiarità, andando a far convergere ogni singolo personaggio verso di lui, verso il nucleo profondo, del suo animo e della propria creazione.
E il magnetismo della pellicola è tangibile, composta come un mosaico ricco di dialoghi, personaggi, luoghi, si suddivide spesso in due parti fondamentali. In primo luogo la vertiginosa ascesa (dalla sua giovinezza vorace all’apice tecnico e l’inizio del declino morale: il Trinity Test), contrapposta all’annichilamento spirituale nella discesa morale e psicologica del personaggio.
In secondo luogo, la fissione (il punto di vista soggettivo del protagonista, a colori) e la fusione (il punto di vista oggettivo, rappresentato in bianco e nero, andando a distaccare emotivamente lo spettatore dalla soggettività dello scienziato). Due scelte tecniche che fungono da guida narrativa all’interno dell’immensa pellicola, una guida per lo spettatore essenziale, senza la quale sarebbe risultato ancora più complicato seguire il ritmo incalzante della pellicola.
E in terzo e ultimo luogo, la dualità, accennata in precedenza, dell’animo del fisico statunitense: la capacità visionaria di figurarsi l’energia nell’invisibile contrapposta all’ingenua cecità nelle relazioni, nella carriera, nella cattiveria dell’animo umano. L’enorme ambizione di superare, di superarsi, di plasmare, in contrapposizione con l’umanità innocente, ingenua, candida che capillarmente travolge le scelte.
Hiroshima e Nagasaki
Il regista elude, parzialmente, come tono principale del film l’oggettività andando a architettare (aggettivo corretto per Christopher Nolan) un dramma dai tratti onirici, espiatori e profetici che mostra la realtà filtrata attraverso lo sguardo di un singolo.
E qui si può comprende una scelta registica, ovvero quella di evitare di mostrare, visivamente, le esplosioni a Hiroshima e a Nagasaki. Così come Oppenheimer stesso non fu presente in quei giorni di agosto del 1945 nelle due città giapponesi, Nolan opta nel seguire il suo punto di vista, la sua prospettiva, ponendo lo spettatore allo stesso livello del protagonista: consapevole dell’entità apocalittica dei danni, ma assente nel vederne le conseguenze.
Questa scelta plasma notevolmente il film, perché l’unica esplosione a cui lo spettatore assiste con i propri occhi, è la stessa, singola, esplosione che è bastata a Oppenheimer per comprendere la potenza infernale del proprio ordigno. E non serve ricorrere a dialoghi, a reperti storici, a filmati extradiegetici o a ricostruire gli avvenimenti. Nolan rimane nella mente del protagonista per tutta la durata, andando a far sentire al pubblico i sensi di colpa, le sensazioni angoscianti e l’immaginazione attraverso la figurazione orrorifica di corpi carbonizzati, lacerati, sfigurati, dal pianto delle persone presenti ai gesti di amore che compie una coppia, netto parallelismo con le vittime giapponesi e di come, in un momento di quiete, di pianto o di amore, si sono ritrovati a sparire in un istante.
Probabilmente la prima scena dai tratti orrorifici nell’intera filmografia del regista, che entusiasma proprio per la propria crudezza. Al cineasta bastano pochi silenziosi minuti per dare inizio alla seconda e tragica parte del film, restando negli Stati Uniti, dove tutto ebbe inizio. E dove tutto troverà la propria conclusione.
Scelta ampiamente contestata, quella di non inserire le conseguenze della bomba in Giappone. Tuttavia, probabilmente, al cineasta interessava maggiormente suscitare le medesime sensazioni presenti nella psiche di una delle figure più importanti del ventesimo secolo. E a distanza di qualche anno possiamo dirlo: ci è riuscito.

La regia
Oltre alla soggettività pervasiva, il contrasto cromatico e le dualità, numerose sono le scelte registiche che forgiano il timbro della pellicola.
Prima tra tutte, elemento cardine, il silenzio. Un silenzio che spesso accompagna le scene di maggior impatto, in particolar modo la scena del Trinity Test. Il pubblico ha aspettato per due ore l’arrivo della bomba, ma nell’apoteosi visiva e narrativa, ovvero l’esplosione, la fedeltà fisica rimane, metacinematograficamente, comunque presente. L’esplosione non è fin da subito accompagnata dal suono, andando a delineare un vuoto pneumatico notevole, che aggancia maggiormente chi assiste.
Ciò che echeggia, prima del suono della detonazione, è il sospiro del proprio creatore, quasi a ricordare la propria impotente presenza mentre osserva l’inferno che si materializza dinanzi ai propri occhi. È dunque un lavoro di sottrazione, di consapevole sospensione temporale che, proprio grazie al silenzio, prende vita.
Altra scelta considerevole è quella del supporto filmico e dell’ampio utilizzo del primissimo piano. Oppenheimer è stato girato su pellicola di grande formato, alternando IMAX 65mm e Panavision 65mm: inquadrare in primissimo piano i volti fa percepire la differenza. Lo spettatore entra immediatamente in simbiosi con i personaggi inquadrati, andandone a scorgere le micro-espressioni, percependone i pensieri, le emozioni. Il volto diventa un paesaggio geografico ammaliante e l’emotività traspare senza filtri, isolando il personaggio con una profondità di campo estremamente ridotta.
In questa ricerca di autenticità, la raffigurazione dell’atomo e della materia rifugge l’artificio della CGI per farsi visione tangibile e incessante. Nolan traduce l’infinitesimale in immagini analogiche sfolgoranti, dove il tormento del genio si proietta anche nella grana stessa della pellicola. È un’estetica della sostanza, un’ossessione pratica che trasforma le intuizioni teoriche di Oppenheimer in un paesaggio visivo materico, capace di scuotere lo spettatore con la forza della realtà.

Einstein e la triade
Se il primo piano indaga l’interiorità del protagonista, a livello macroscopico è l’impalcatura stessa dell’opera a rivelare un’altra decisiva scelta autoriale. Una struttura triadica peculiare compone il film: le scene di dialogo con il fisico Albert Einstein sulle sponde del laghetto a Princeton.
La medesima scena viene frammentata attraverso due prospettive differenti e proposta al pubblico in tre momenti chiave del film, dove una nuova consapevolezza emerge a ogni nuova visione,. E la suddivisione della stessa scena, girata in tre modi differenti, funge da fil rouge in un montaggio estremamente sincopato.
È la terza iterazione della scena a infliggere il colpo definitivo. La rivelazione del dialogo tra i due scienziati sposta l’asse del film: il timore della reazione a catena smette di essere un calcolo matematico e diventa la metafora di una fine del mondo che Oppenheimer riconosce come già compiuta. È in questo vuoto di coscienza che risuona, implacabile, il verso sacro:
‘’Adesso sono divenuto Morte, il distruttore di mondi’’
Un’epifania che chiude il cerchio tra l’uomo e la sua opera.
L’ultimo tratto metacinematografico risiede nel parallelismo dello sguardo: Oppenheimer osserva il compimento della sua dedizione scientifica così come Nolan osserva la propria opera proiettata. È un’attesa condivisa, un silenzioso assistere al momento in cui la creazione smette di appartenere all’autore per diventare esperienza collettiva per l’osservatore.

Cinema, psiche e morale
L’opera di Christoper Nolan vive di luce propria e vibra animatamente, lasciando nello spettatore diverse sensazioni. Dall’adrenalina frenetica al dramma etico che scorge, dall’identificazione viscerale con la psiche di un essere umano carismatico e tormentato alla riflessione morale su come un evento che ha avuto luogo molti anni fa protragga le proprie ancora ai giorni nostri.
La grandiosità della pellicola risiede nella propria natura di opera totale. Dove la simbiosi di ogni reparto produttivo ha l’obbiettivo di scavare nella psiche di una singolo protagonista, dalle musiche magistrali, versatili e catartiche di Ludwig Göransson, che vira verso il violino per assecondare lo spirito duale del protagonista, passando da musiche eteree a frequenze sonore angoscianti. A dare scheletro a questa partitura è anche il cast monumentale, al cui apice troviamo una prova chirurgica e millimetrica di Cillian Murphy, una prova che prende forma attraverso gli occhi, occhi gelidi che riempiono il fotogramma. Accanto a lui, la presenza di attori del calibro di Emily Blunt, Robert Downey Jr. e Matt Damon trasforma il film in un coro di prospettive che gravitano attorno al nucleo instabile del protagonista, rendendo ogni dialogo un duello di pesi morali.
L’infinitesimale possibilità
È proprio attraverso questa sinergia produttiva che il culmine della hybris prometeica emerge in tutta la sua terribile nitidezza. Non risiede solo nell’esito del Trinity Test, ma nel silenzio terrificante che lo ha preceduto: la consapevolezza della probabilità, per quanto remota, di incendiare l’intera atmosfera.
In quel “quasi zero”, in quel margine di rischio calcolato, dove l’ambizione umana accetta l’eventualità di annientare la vita solamente per svelarne i segreti, solamente per raggiungere il nuovo, solamente per giocare a essere Dio, in ciò risiede l’essenza dell’opera di Nolan.
È l’istante in cui la scienza si trasforma in un salto nel vuoto cosmico. Un atto di fede oscuro dove il successo dell’esperimento non cancella il peccato originale del dubbio, ma lo consacra, elevandolo universalmente.
‘’Albert, quando son venuto da lei con quei calcoli, pensavamo che avremmo dato il via a una reazione a catena che avrebbe distrutto il mondo. […] Penso che l’abbiamo fatto.’’
Nolan ci lascia con l’immagine di un uomo che, nel disperato tentativo di salvare il proprio Paese e il mondo intero, ha fornito all’umanità i mezzi per la propria cancellazione. La reazione a catena evocata nel finale non è più quella fisica che minacciava di bruciare il cielo del New Mexico, ma una reazione ormai storica e morale: un processo inarrestabile che continua a scorrere sotto la superficie della nostra quotidianità.
Il film si chiude con lo stesso modo in cui è iniziato: con il tormento di un uomo che guarda l’acqua, simbolo di purificazione, di espiazione. Ma le gocce sul laghetto di Princeton si trasformano, nella sua mente, nelle testate nucleari che cadono, suggerendo che l’incendio dell’atmosfera non è stato evitato: è stata solamente rimandata la sua ineluttabile manifestazione.
Oppenheimer, oggi
Oppenheimer resta, ad oggi, il film che ha consacrato Christopher Nolan come regista da premio Oscar, e che ha segnato un punto di non ritorno nella sua carriera. Un trampolino di lancio che gli ha fornito la motivazione necessaria per riprendersi dalla fredda accoglienza di Tenet per continuare a puntare a qualcosa di più alto, data la soddisfazione personale della pellicola vincitrice di 7 premi Oscar.
Se Prometeo è stato incatenato alla roccia, Oppenheimer è incatenato alla propria memoria e alla visione di un futuro che non può più controllare. E noi, spettatori di questo incendio globale, usciamo dalla sala con una consapevolezza raggelante: il fuoco atomico, ormai ineluttabilmente acceso, non si è mai spento. Ha solo cambiato forma. Restando lì, in attesa di un nuovo sguardo capace di scatenarne l’inferno.
Un’opera dalla potenza inedita capace di cambiare prospettive, vite e destini.
Oppenheimer si impone come uno dei capolavori cinematografici più importanti, introspettivi, attuali e viscerali del primo quarto del ventunesimo secolo. Un testamento filmico la cui risonanza è destinata a echeggiare indelebile nel tempo.