Una giovane fa ritorno al villaggio natio lasciato anni prima per trovare lavoro nella grande città
Il titolo del film, recitato in lingua nepalese, fa riferimento a dei ravioli tipici dello stato indiano del Sikkim, ai piedi della catena dell’Himalaya e serviti in occasione di celebrazioni quali, come avviene ad esempio nel film, un funerale. Prepararli e poi servirli diventa un rito condiviso che avvicina le persone di una comunità, come quella racchiusa nel villaggio rurale posto ai piedi delle montagne in cui fa ritorno Bishnu (Gaumaya Gurung), giovane donna che ha lasciato il suo lavoro a Dehli per rientrare in seno alla famiglia composta dalla nonna, dalla madre e dalla sorella incinta che, temporaneamente, ha lasciato il marito per non sentire le pressioni dell’uomo e della suocera.
A contatto con i ritmi e le usanze del villaggio, Bishnu deve confrontarsi con una società semplice, a diretto contatto con la natura; all’opposto di quella cittadina, che la giovene donna ha lasciato. Una società in cui vigono regole precise, e dove è ancora radicata una mentalità patriarcale che, per Bishnu, non prevede altro futuro se non quello di sposarsi mediante un matrimonio combinato.
Ma la ragazza ha altri progetti: ad esempio quello di aprire, insieme a Gary (Rahul Nawach Mukhia), giovane architetto figlio del personaggio politico locale, un bed & breakfast per l’accoglienza dei turisti che sempre più visitano quei luoghi. Con un pericolo di omologazione sempre meno latente che minaccia quel mondo arcaico incuneato fra le montagne del Tibet.
Non sarà facile per Bishnu scardinare la mentalità dei suoi compaesani, e anche il sentimento d’amore che, piano piano, scopre di avere per Gary dovrà fare i conti con la difficoltà, per la donna, a reintegrarsi in una realtà così diversa da quella che ha appena lasciato, nonostante sia quella in cui è cresciuta.
Non mancano, in Shape of Momo, accenni a problematiche quanto mai attuali e comuni a molte parti del nostro mondo, come la diffidenza per alcuni migranti che vengono a stabilirsi sul terreno della famiglia di Bishnu con conseguente timore, da parte della madre, di subire dei furti in casa.
La regista mette in scena un’opera al femminile, sempre in bilico fra modernità e tradizione
Tribeny Rai, nata in quei luoghi che, come la sua protagonista, ha lasciato per cercare fortuna in città, mette in scena, in una sorta di autobiografia con la collaborazione dello sceneggiatore Kislay, un’opera al femminile in cui le protagoniste assolute sono le quattro donne. Un film in cui non mancano momenti ironici e che scorre sempre in bilico fra tradizione e modernità, fra la volontà di destabilizzare un sistema codificato nei secoli e l’impossibilità a farlo poiché troppo radicate sono le consuetudini e le abitudini.
Nonostante il senso di comunità e famiglia che Bishnu ritrova a contatto con nonna, madre e sorella, la ragazza è sola, proiettata in un mondo nel quale stenta a ritrovarsi e che la porta a reagire, in determinati frangenti, in maniera aggressiva. La regista è brava nel rappresentare questa solitudine attraverso un’immagine, che ritorna più volte nel corso del film, e che ritrae Bishnu con una ripresa dall’alto rannicchiata in posizione fetale su una roccia piatta posta a picco sul torrente sottostante. Giovane donna sola che cerca di entrare in contatto con il proprio mondo dal quale, però, non sente pienamente accettata.
Shape of Momo si rivela un film intimo e potente, rappresentazione della tenacia femminile per emanciparsi da determinati schemi mentali senza, per altro, rinunciare al forte legame con le proprie radici. Un film che non vuole giudicare ma mostrare le molte facce di un mondo nel quale è in corso un cambiamento probabilmente irreversibile.