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Netflix Film

‘Gli ultimi giorni’ – l’impossibilità di raccontare

Il documentario di James Moll affronta la Shoah attraverso testimonianze che rifiutano la narrazione tradizionale, mettendo in luce il limite stesso del racconto

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Disponibile su Netflix e premiato agli Academy Awards, Gli ultimi giorni, diretto da James Moll, si muove dentro il territorio della memoria della Shoah scegliendo una postura precisa: sottrarsi. Non cerca una forma spettacolare né una costruzione didascalica, ma si affida alla presenza di chi ha attraversato la storia, lasciando che il racconto emerga senza forzature.

In un panorama in cui il rischio è quello di trasformare la memoria in linguaggio codificato, il film lavora invece per rarefazione. Le testimonianze non vengono organizzate in una narrazione forte, ma restano esposte, quasi vulnerabili. È una scelta che sposta l’attenzione: non tanto su ciò che è accaduto – già storicizzato – quanto sul modo in cui quel passato continua a esistere nel presente di chi lo porta.

IL RACCONTO COME RITORNO

Il dispositivo è essenziale, ma non neutro. Il ritorno nei luoghi della deportazione non serve a ricostruire, quanto piuttosto a mettere in crisi l’idea stessa di ritorno. I luoghi esistono ancora, ma non coincidono più con ciò che è stato vissuto.

È qui che il film sembra avvicinarsi, in modo quasi naturale, a una riflessione di Walter Benjamin, che può essere resa in modo semplice: non tutto ciò che si vive può essere davvero raccontato. Per Benjamin, l’esperienza profonda non si trasmette come un’informazione. Non è qualcosa che si può spiegare completamente o restituire in modo preciso. Quando viene raccontata, qualcosa si perde sempre.

Il documentario rende visibile proprio questa distanza. Le parole dei testimoni sono chiare, spesso lucidissime, ma non esauriscono ciò che è stato vissuto. C’è sempre uno scarto tra l’esperienza e il racconto. E il film non prova a colmarlo.

Anzi, è proprio lì che si ferma. Non costruisce una narrazione che “completa” o “chiude” il senso, ma lascia emergere questa incompletezza come parte essenziale della memoria stessa.

Walter Benjamin

TRA IMMAGINI E MEMORIA

Anche l’uso dei materiali d’archivio segue questa logica. Le immagini del passato non servono a spiegare definitivamente ciò che è accaduto. Non sono una prova che risolve, ma un elemento che si aggiunge, senza mai coincidere del tutto con le parole.

Si crea così una doppia distanza: tra ciò che è stato vissuto e ciò che viene raccontato, e tra ciò che viene raccontato e ciò che può essere mostrato. In mezzo resta uno spazio vuoto.

La regia di Moll mantiene questa coerenza con grande discrezione. Non guida lo spettatore verso una reazione precisa, non cerca di amplificare l’emozione. Si limita a costruire le condizioni perché quel limite – tra esperienza e rappresentazione – diventi percepibile.

QUANDO LA MEMORIA RESISTE

Il valore del documentario non risiede tanto nella sua costruzione formale, quanto nella posizione che occupa. Si colloca in un momento in cui la memoria diretta sta scomparendo e il racconto diventa inevitabilmente una forma di mediazione.

Qui il pensiero di Benjamin torna ancora utile: più ci si allontana dall’esperienza, più il racconto rischia di diventare semplice informazione, qualcosa che si conosce ma che non si vive davvero.

Gli ultimi giorni sembra opporsi proprio a questo rischio. Non cerca di trasformare la memoria in qualcosa di chiaro, ordinato, facilmente trasmissibile. Accetta invece che resti parziale, fragile, incompleta.

Gli ultimi giorni

  • Anno: 1998
  • Durata: 87'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: America
  • Regia: James Moll