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‘Paris nous appartient’: la misteriosa dichiarazione di Rivette

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Paris nous appartient, lungometraggio d’esordio del 1961 di Jacques Rivette, ci trasporta nella Parigi dei primi anni ’60, tra cospirazioni politiche, ansie da complottismo e disillusione intellettuale. Scritto e diretto da Rivette, co-prodotto da Claude Chabrol, la pellicola segna un esordio azzardato e complesso, che utilizza i toni e gli stilemi della Nouvelle Vague cercando un proprio particolare gusto narrativo.

L’intricata Parigi di Rivette

Anne (Betty Schneider), una giovane studentessa di lettere a Parigi, viene invitata dal fratello a un party di intellettuali. Qui conosce Gerard (Giani Esposito), regista teatrale accompagnato dalla compagna Terry (Françoise Prévost), e Philip (Daniel Crohem), giornalista americano in fuga dalla madrepatria. Quest’ultimo, psicologicamente instabile e alterato dall’alcol, accusa i presenti di essere la causa della morte di Juan, brillante musicista suicidatosi giorni prima. Inizia così il mistero dietro la morte di Juan. Una ricerca disperata condotta da Anne per risalire a un segreto che Philip e Terry sembrano sapere e che potrebbe minacciare l’incolumità di Gerard, verso cui la ragazza inizierà a provare un’attrazione sempre più forte. Questo è il pretesto narrativo con cui Rivette congegna un reticolo narrativo fatto di trame che si intrecciano in una Parigi misteriosa, tra ansie, segreti e un senso di pericolo costante.

Una tortuosa ricerca della verità

Rivette costruisce un’opera che rifiuta ogni possibilità di ordine pragmatico. Nella fitta rete di vicoli, dialoghi e presenze che animano Paris nous appartient lo sguardo dello spettatore è invitato a perdersi. La città stessa si fa protagonista del dramma, prosopopea del costante senso di minaccia che striscia sibillino tra i personaggi. Si ha la sensazione di essere percossi da un’energia, uno stato d’animo che sfugge al semplice meccanicismo narrativo del thriller. Rivette è burattinaio, regista teatrale, operoso ragno che dirige la sua tela, orchestrando un racconto che fa del suo essere perimetrale vitale linfa narrativa.

La costante minaccia che aleggia intorno al personaggio di Gerard cammina precaria sui margini della storia, mai realmente dichiarata, diventa componente di un racconto che procede per sottrazione, fatto di assenze, silenzi, traiettorie incomplete. La protagonista stessa si ritrova a inseguire il chimerico oggetto della verità, percorrendo tortuosi percorsi dove ogni incontro sembra aprirsi a uno spiraglio di luce che puntualmente finisce per auto fagocitarsi e sfuggire. Parigi è dunque il contenitore del senso di precarietà che attraversa i personaggi, un organismo inquieto e cospirativo che risucchia chiunque provi a carpirne l’anima profonda. Si tratta di abitare il dramma, farselo scorrere nelle vene, più che puntare a una sua mera risoluzione.

A metà tra realismo e sperimentazione di genere

In questo scenario esagitato e dinamico Paris nous appartient si distingue per la vivacità con cui costruisce un enigma narrativo che riflette sul mezzo stesso della messa in scena, sul senso del mistero. Realizzato agli albori della Nouvelle Vague, il film si inserisce perfettamente nella corrente del nuovo cinema francese. Si proietta però oltre, osando valicare il semplice realismo e mescolando la forma del thriller fantapolitico con le più personali battaglie (amorose e non) dei suoi personaggi. Dal sottotesto emergono costantemente le paure sotterranee di un’epoca in trepidante fermento. L’esistenzialismo camusiano, il nichilismo, il senso di precarietà intellettuale e di rivolta al potere costituito sono solo alcune delle caratteristiche che accomunano gli intellettuali del film, così come accomunavano i giovani dei Cahiers du cinéma.

Gli intellettuali in scena

Emblematico è dunque il ruolo che Rivette sceglie di dedicare alla componente intellettuale. Non a caso i personaggi sono una studentessa di lettere, un musicista, un giornalista premio Pulitzer, un regista teatrale. Risulta fin troppo semplice intravedere in questo una proiezione del gruppo della Nouvelle Vague, intellettuali e pensatori agitati dal vibrante moto della cultura. Lo stesso Gerard, regista teatrale completamente impegnato nella realizzazione del Pericle shakespeariano, si propone come doppio di Rivette, rappresentazione metacinematografica dell’autore.

Dopo l’ennesimo fallimento e quasi condannato dal sinistro mistero che gli aleggia intorno, decide infine di togliersi la vita. E non è casuale che siano sempre artisti a essere minacciati dal segreto che solo Philip (e Terry) sembra conoscere. La morte di Gerard appare come un’extrema ratio, atto ultimo di affermazione della propria libertà, abbandonando il sogno della rappresentazione dell’opera.

Parigi non ci appartiene

Rivette sembra dirci che la vita è un enorme palcoscenico dove chi persegue il sublime perisce. Dove i fascismi e i mille volti del male agiscono più sottilmente di un’immaginaria organizzazione di potenti. Le ansie di una generazione che cerca un posto nel mondo sono tutte racchiuse nelle parole di Philip:

«Sono ancora in vita perché non sono ossessionato da un’idea».

Tralasciando il complottismo che vedrebbe Gerard preso di mira da un’organizzazione fantapolitica, quello che rimane è l’uomo davanti alle proprie ambizioni. Il finale si riproietta traumaticamente sul piano del reale: l’intellettuale soccombe per il crollo dei suoi ideali. Nessun complotto, nessun inganno, nessun segreto. E se “Pericle” condivide con il verbo perire la radice “per”, quasi germe incipitario della tragedia e del perituro destino umano, l’opera omonima non verrà infatti mai realizzata da Gerard, finendo nelle mani di un ricco produttore. Forse Parigi non ci appartiene poi così tanto.

 

 

 

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