Traducibile come “la pioggia cadde sul niente di nuovo”, Regen fiel auf nichts Neues racchiude una piccola verità a proposito del cinema, e, più in generale, della rappresentazione della vita nell’arte. Il racconto filmico, come di consuetudine, procede verso quei punti focali – momenti o episodi che custodiscono un nucleo di significato – attraverso cui la trama tende a risolversi o a cambiare direzione. Questa “tessitura” di trama somiglia non poco al modo in cui ciascuno racconta la propria vita: ci si concentra su alcuni eventi chiave, che siano fortuiti o frutto di decisioni ponderate, sventure o fortune, e si tende a far risaltare gli elementi della “trama” che ne rafforzano il nucleo. Difficilmente ci si sofferma su ciò che accade al di là di questi punti focali.
Regen fiel auf nichts Neues, debutto cinematografico del regista tedesco Steffen Goldkamp, presentato lo scorso luglio al Karlovy Vary International Film Festival 2025 e in anteprima italiana a Roma al Festival del Cinema Tedesco 2026, rompe questa consuetudine. Il film mette in luce ciò che normalmente resta in secondo piano, osservando con rigore quanto accade tra un punto focale e l’altro; piove “on the nothing new”, in riferimento alla frase iniziale di Murphy di Samuel Beckett, che recita: “The sun shone, having no alternative, on the nothing new”. Goldkamp ha spiegato la scelta del titolo a The Hollywood Reporter: “Cercavo un titolo che trasmettesse un senso di inevitabilità, come il tempo atmosferico, e al contempo qualcosa di sgradevole, come l’umidità, su cui nessuno può intervenire. Qualcosa che esiste da molto tempo e che non cambia”.
Regen fiel auf nichts Neues
Il protagonista è David (Noah Sayenko), appena rilasciato da un centro di detenzione minorile e in procinto di riguadagnarsi una parvenza di normalità. Dei momenti trascorsi in prigione ci si fa un’idea a partire da una sequenza di claustrofobici primi piani su David che, immerso nel silenzio della sua cella, ascolta i passi e il vociare sommesso provenienti dai corridoi del carcere. L’attesa del bucato in lavanderia, i pasti consumati in solitudine e le mansioni di pulizia – elementi che compongono i primi quindici minuti del film, precedenti al rilascio del protagonista, avvenuto dopo ripetute firme sui documenti di scarcerazione e la restituzione del denaro all’ex detenuto – sono ripresi in 16 mm.
Subito dopo, una prima inquadratura in 35 mm: un progressivo allargamento del campo accentua lo spaesamento di David, circondato da una folla brulicante e dai suoni frastornanti della città a cui non è più abituato. Con il supporto della sua ragazza Janine (Kim Lorenz) e del gruppo di amici, David non vuole lasciarsi sfuggire l’occasione di una seconda possibilità. Si sottopone pazientemente alle consuetudini burocratiche e alle dinamiche sociali necessarie al reinserimento, per poi trovare lavoro come lavapiatti.
L’illusione di realtà
Eppure, la nuova realtà appare fin da subito non dissimile dalla vita in prigione. Gesti semplici e apparentemente ordinari, come firmare documenti o svolgere mansioni di pulizia, si rivelano nient’altro che reiterazioni del recente passato, perennemente in agguato dietro l’ordinarietà e la monotonia della vita. Persino quando David si trova in uno studio fotografico, presumibilmente per degli scatti da allegare al curriculum, la cadenza del flash che illumina il suo volto richiama inevitabilmente le foto segnaletiche che normalmente seguono l’arresto. Quando il fotografo lo incalza più volte a sorridere, mentre l’inquadratura resta sul volto impassibile di David, la scena appare quasi una forzatura: un momento in cui il film sembra indugiare su un accento commiserevole che altrove evita con coerenza, mantenendosi su una rappresentazione rigorosamente oggettiva della quotidianità del protagonista.
Così, l’illusione di realtà del protagonista si dissolve: dopo il prematuro licenziamento – il proprietario non vuole assumere persone con precedenti penali – David ricade rapidamente nelle dinamiche del suo passato criminale, e i vecchi schemi si ripresentano inesorabili. Dopo il secondo arresto, la cornice del 16 mm racchiude nuovamente la figura di David, il volto impassibile illuminato dai flash delle foto segnaletiche. Nella sequenza finale, David è in piedi nella cella: la luce alle sue spalle lo riduce a una sagoma in ombra, mentre le pareti circostanti, immerse nell’oscurità, accentuano la ristrettezza dello spazio, quasi come un’estensione del formato ridotto dell’inquadratura. Un ultimo primo piano chiude il film sull’immagine con cui era iniziato.
Il regista
“Ho realizzato un film simile, un cortometraggio ambientato in un carcere minorile nel 2019, intitolato After Two Hours, Ten Minutes Had Passed”, ha raccontato Goldkamp a The Hollywood Reporter. “All’epoca ero interessato a capire cosa fosse realmente la prigione – che tipo di luogo fosse davvero. Lo conosci così bene dai film, ma com’è il confronto con la realtà? Ho potuto documentarmi e poi girarlo, e abbiamo realizzato Regen fiel auf nichts Neues”.
Steffen Goldkamp ha studiato cinema presso l’Academy of Fine Arts Hamburg (HFBK), dove si è displomato nel 2019 con il cortometraggio Afer Two Hours, Ten Minutes Had Passed (presentato in anteprima a Venezia), e presso l’École nationale supérieure des Beaux-Arts di Parigi. È cofondatore del collettivo cinematografico Spengemann Eichberg Goldkamp Hans.