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Approfondimenti

Da ‘Cappello a cilindro’ a ‘La sposa!’: quando il musical diventa via di fuga

In occasione dell'uscita de 'La sposa!', analizziamo l'elemento musical in film che non appartengono a questo genere!

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È al cinema, distribuita da Warner Bros., un’opera spiazzante, la seconda da regista di Maggie Gyllenhaal.
La sposa! (The Bride!, 2026), libero adattamento de La moglie di Frankenstein (The Bride of Frankenstein, di James Whale, 1935), dà sfogo al personaggio che nel film di Whale compariva solo per pochi minuti nel finale. Sono molti i generi che questa pellicola sfaccettata cerca di condensare, ma su uno in particolare può essere interessante soffermarsi: il musical.

Ecco un excursus tra quei film che, pur non essendo dei musical, hanno utilizzato gli elementi del genere per sfidare la storia del cinema e il pubblico.

Musica in paradiso: Il miglio verde e La sposa!

“Ma sono degli angeli. Angeli come in paradiso”.

Ecco ciò che John Coffey (Michael Clark Duncan) esclama ne Il miglio verde (The Green Mile, Frank Darabont, 1999), riferendosi a Fred Astaire e Ginger Rogers che ballano sulle note di Cheek to Cheek nel classico del musical Cappello a cilindro (Top Hat, Mark Sandrich, 1935). Come ultimo desiderio prima dell’esecuzione, infatti, Coffey aveva chiesto di poter vedere un film.

Quale genere più del musical permette allo spettatore di evadere dalla realtà quotidiana, approdando in una nella quale il lieto fine è (quasi sempre) garantito?

Ventisette anni dopo arriva al cinema La sposa!, dove un Frankenstein (Christian Bale) malinconico e ormai più che centenario trova sollievo solo nel buio della sala cinematografica. Ad affascinarlo non sono esattamente i film di Fred Astaire e Ginger Rogers, bensì dei musical che li richiamano. Maggie Gyllenhaal mette in scena dei veri e propri film nel film nei quali a recitare è il beniamino di Frank, Ronnie Reed (Jake Gyllenhaal). Il mostro, ormai decisamente umano, si rivede nelle sequenze da sogno di ballo e canto in bianco e nero, immaginando di avere una compagna con cui condividerle e smorzare la propria solitudine.

Coffey e Frank, entrambi uomini emarginati, trovano sollievo nella sala cinematografica, uno spazio chiuso e separato dalla società che li ha condannati. A consentirne la fuga è il genere musical della Hollywood degli anni Trenta (o qualcosa che gli somiglia). Al di là del gusto per la citazione, Il miglio verde e La sposa! sembrano testimoniare il ruolo che, oggi, il musical può ricoprire. Questo, infatti, emerge come un sogno, un ricordo, più che come genere effettivo, la cui surrealtà diventa un mezzo di evasione, seppur illusoria.

Musica e follia: La sposa! e Pearl

Frank si immagina danzare nei film con protagonista Ronnie Reed. Proprio dopo averlo incontrato durante un gala, una sorta di possessione sembra contagiare lui, La sposa e alcuni dei presenti in sala. Ha inizio Puttin’ on the Ritz, che sembra quasi costringere tutti a sottomettersi a una danza concitata e inquietante.

Collocandosi, con questa sequenza, tra Frankenstein Junior (Young Frankenstein, Mel Brooks, 1974) e Beetlejuice – Spiritello porcello (Beetlejuice, Tim Burton, 1988), ne La sposa! il musical non è solo omaggio, ma anche metariflessione del cinema sulla sua storia. Frank, La sposa e gli ospiti non ballano all’unisono perché il mondo fittizio del film lo prevede, sfidando ogni regola di sospensione dell’incredulità.

Altrettanto folle è la rivisitazione degli stilemi del genere proposta da Ti West in Pearl (2022). Alla fine degli anni Dieci del Novecento, Pearl (Mia Goth) desidera ardentemente diventare una stella del cinema. Durante un’audizione, la sua performance di danza amatoriale si trasforma in una coreografia grottesca sullo sfondo delle trincee della Prima guerra mondiale e con l’accompagnamento di ballerine-soldatesse. La patinatura di Pearl, che ricorda i film in Technicolor, costruisce una spensieratezza estetica in netto contrasto con la violenza e la follia della protagonista. Quale modo migliore per acuire questo scarto se non una sequenza musical?

Sin dal teatro, con titoli come Oklahoma! e Sette spose per sette fratelli, questo genere ha segnato l’immaginario dello stile di vita statunitense. A differenza di quanto accade in quei musical, però, il sogno americano di Pearl non può realizzarsi. Persino l’utopia è inquinata da follia e violenza.

Le partiture di Guy Maddin. Il musical tra genere e nostalgia

La sposa! è un esempio di come le figure dei mostri classici trovino, di anno in anno, ulteriori reinvenzioni.

A tal proposito, un’interessante commistione tra horror e musical viene da Dracula: Pages from a Virgin’s Diary (Guy Maddin, 2002). Il celeberrimo mostro di Bram Stoker torna sullo schermo in una forma completamente “nuova”. Agli inizi dei Duemila, Maddin ripropone con precisione l’estetica del cinema muto ma, paradossalmente, la coniuga a elementi musical. Dracula: Pages from a Virgin’s Diary, infatti, è un vero e proprio balletto che trasfigura le tensioni e l’inquietudine delle vicende all’interno di coreografie sognanti e struggenti. Un’opera del genere sfugge a qualsiasi etichetta reinventando le convenzioni del cinema muto attraverso musica e danza.

Musica, surrealtà e bianco e nero tornano, nella filmografia di Maddin, l’anno successivo. La canzone più triste del mondo (The Saddest Music in the World, 2003), ripropone gli anni Trenta del Novecento sia nell’ambientazione che nel linguaggio cinematografico. Proibizionismo e Grande depressione fanno da sfondo al concorso indetto da Lady Helen Port-Huntley (Isabella Rossellini) che intende premiare, con un’ironia poco felice, la canzone più triste del mondo.

Nonostante la musica sia giustificata diegeticamente, le toccanti note di The Song is You intonate da Narcissa (Maria de Medeiros) acquisiscono una dimensione narrativa. La performance, infatti, coincide con il recupero della memoria di Narcissa, da tempo amnesica e col meritato riconoscimento di suo marito Roderick (Ross McMillan).

Il luogo di realizzazione dell’amore

La forma dell’acqua

Ne La canzone più triste del mondo, l’amore riemerge proprio quando il meccanismo del musical inizia a funzionare. In questa dimensione da sogno, anche un amore proibito può prendere forma, ed è ciò che accade ne La forma dell’acqua (The Shape of Water, Guillermo del Toro, 2017). Elisa (Sally Hawkins) e l’uomo anfibio (Doug Jones) non solo vivono un amore al di là di ogni comprensione sociale, ma non possono comunicare. Elisa, infatti, è muta, mentre l’uomo anfibio non si esprime a parole. Nonostante sia proprio questa impossibilità a consentire ai due di riconoscersi e amarsi, Elisa cercherà di manifestare i suoi sentimenti immaginando una sequenza musical. Del Toro ricostruisce un set da backstage musical anni Trenta, circondato da un cielo stellato simile a quello proposto da Damien Chazelle in La La Land (2016). Durante questa sequenza, ancora una volta in bianco e nero, non solo Eliza potrà ballare con l’uomo anfibio ma anche “parlare” grazie alla canzone You’ll Never Know (interpretata da Renee Flaming).

L’amore che non muore

Di recente, un caso innovativo e anarchico è arrivato da L’amore che non muore (L’Amour ouf, Gilles Lellouche, 2024). L’amore tra due adolescenti, Jackie (Mallory Wanecque/Adèle Exarchopoulos) e Clotaire (Malik Frikah/François Civil) scoppia mentre il giovane, coinvolto in una rissa, guarda negli occhi la ragazza, intenta ad assistervi insieme agli altri. Esattamente come accade ne La forma dell’acqua, il mondo presente intorno scompare, lasciando spazio a un luogo buio ma libero dove, sulle note di A Forest dei The Cure, i due giovani possono ballare senza regole e dare sfogo al loro sentimento. Negli anni successivi, la realtà della loro condizione sociale li metterà davanti a difficoltà e dolore. La loro storia, come quella di Maria e Tony in West Side Story, sembra già segnata, ma questa volta i due protagonisti riusciranno a riscrivere il finale.

Sublimazione della violenza

Il coraggio di Blanche

Portare sullo schermo situazioni violente e dolorose richiede un senso di responsabilità che, troppo spesso, i cineasti non sembrano possedere. Altre volte, invece, lo sguardo su tali dinamiche viene mediato da un filtro etico in grado di restituire la gravità della violenza senza mostrarla direttamente.  Ne Il coraggio di Blanche (L’Amour et les Forêts, 2023), Valérie Donzelli racconta la violenza di genere attraverso una storia che da fiaba apparente si rivela un incubo a occhi aperti. Une nouvelle vie è quella che Blanche (Virginie Efira) crede di star per iniziare con Grégoire (Melvil Poupaud), infatti, è anche il titolo della canzone che, inaspettatamente, i due canteranno insieme pensando al loro futuro. Quel momento surreale, però, sarà l’ultimo di tranquillità prima dell’inizio della violenza di Grégoire che Blanche riuscirà, non senza sofferenza, a contrastare.

C’è ancora domani

È italiano, invece, l’interessantissimo utilizzo di danza e musica che trasfigura un vero e proprio momento di violenza domestica. In C’è ancora domani (Paola Cortellesi, 2023), Delia (Paola Cortellesi) è una donna vessata da Ivano (Valerio Mastandrea), il suo violento marito. Il momento della violenza fisica che Ivano infligge a Delia si traduce in un ballo di coppia quasi ironico nella sua drammaticità. Sulle note di Nessuno, marito e moglie sembrano non poter fare a meno di sottoporsi a quella danza che, ogni giorno, tormenta la vita di Delia. Questa sequenza non è solo interessante per il presente discorso, ma è anche un esempio di come, al cinema, un punto di vista consapevole e ispirato possa fare la differenza nel racconto dei temi più dolorosi.

Genere e rivelazione

Follia, amore, violenza: il musical è stato utilizzato per veicolare tutto questo in modo non banale. Ma cosa accade, invece, quando riesce a riflettere sulla storia del cinema?

The Artist

È il 2012 quando un film muto francese vince l’Oscar al miglior film: si tratta di The Artist (Michel Hazanavicius, 2011). George Valentin (Jean Dujardin), grande divo del cinema muto, deve fare i conti con la prima, grandissima sfida della storia del cinema: l’avvento del sonoro. In una meticolosa ricostruzione del mondo di celluloide dei tardi anni Venti – tanto nel design quanto nel linguaggio – Hazanavicius riprende il tema cardine di uno dei film (e musical) più importanti di sempre, Cantando sotto la pioggia (Singin’ in the Rain, Stanley Donen, Gene Kelly, 1952).

Partendo dalle premesse di A che prezzo Hollywood? (What Price Hollywood?, George Cukor, 1932) e delle successive trasposizioni di È nata una stella, la carriera di Valentin, fortemente attaccato al cinema muto, è in declino, al contrario di quella di Peppy Miller (Bérénice Bejo), giovane attrice in ascesa che stima e ama da sempre il divo. Sullo sfondo, ancora una volta, della Grande depressione, la carriera e la vita privata di Valentin troveranno nuova linfa grazie alla collaborazione di Miller, che lo coinvolgerà in un nuovo ed entusiasmante progetto. Ovviamente, si tratta di un musical.

In quanto genere intriso di ballo e, soprattutto, canto, The Artist fa del musical l’emblema del cinema sonoro. A suggellare la dirompenza del genere è il celebre finale che cambia le regole del film stesso. Appena terminata la ripresa di una sequenza di ballo, si possono già percepire i respiri affannati dei due protagonisti. Il regista pronuncia la parola “cut” e lo spettatore può sentirla: il film – e il cinema – è diventato sonoro. In questo caso, anche musicale.

Babylon

Il passaggio dal muto al sonoro, dunque, viene rappresentato come il tramonto di un’epoca e l’inizio di una nuova. Film come Viale del tramonto (Sunset Boulevard, Billy Wilder, 1950) ritraggono questo periodo con malinconia e tragicità, soprattutto perché ha segnato il declino di numerose star. Sono proprio questi i toni di Babylon (Damien Chazelle, 2022), in cui la Hollywood degli anni Venti viene trasfigurata in un inferno dantesco nel quale resistere è quasi impossibile. Nellie (Margot Robbie) ne sarà inghiottita, mentre Manny (Diego Calva), da sempre innamorato di lei, abbandonerà quel mondo dopo esserne stato sedotto e quasi distrutto.

Anni dopo, nel 1952, Manny torna quasi per caso al cinema. Non lo sa ancora, ma il film che sta per vedere è Cantando sotto la pioggia. Manny conosce bene la canzone principale del film, ma vivrà una vera e propria epifania quando, cantata da Gene Kelly, la ritroverà nel musical che più di tutti è stato in grado di raccontare il passaggio dal cinema muto a quello sonoro.

È nel lasso temporale di questa canzone che prende corpo una delle sequenze più impressionanti di sempre, nella quale cinema passato, presente e – in un certo senso – futuro si compenetrano.

Il musical può ancora essere dirompente?

Il musical, oggi, è spesso deriso e bistrattato, risultando quasi anacronistico. Nonostante questo, nessun genere è altrettanto capace di mettere in discussione il funzionamento stesso del dispositivo cinematografico. Come questi esempi dimostrano, registe e registi lo sanno. Joker: Folie à Deux (Todd Philips, 2024) è forse il titolo che più di tutti descrive lo stato del musical oggi: Philips, infatti, ha scelto consapevolmente il genere per distruggere l’illusione generata dal primo film.

Nonostante l’operazione non sia riuscita completamente, creando anzi un forte rigetto da parte di pubblico e critica, Joker: Folie à Deux costringe a riflettere su ciò che si è visto. Il musical, forse, ha smesso di essere una rassicurante rappresentazione dell’American way of life per sfidare, ancora una volta, ogni regola e abitudine di un pubblico ormai assuefatto a immagini prive di voce e sostanza.