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Mubi Film

‘Blossoms Shanghai’ e il boom cinese

La prima serie di Wong Kar-wai è tutto il contrario della sua versione cinematografica. Un melò che non cerca di ridisegnare nessuna logica del genere, vivendo anzi della sua dimensione semplicistica

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Blossoms Shanghai

Dopo tre anni di distanza dalla sua messa in onda su CCTV-8, la tv pubblica della Repubblica Popolare Cinese, arriva anche da noi grazie a Mubi  Blossoms Shanghai  la prima serie del visionario regista hongkonghese Wong Kar-wai. Tratta dall’omonimo romanzo di Jin Yucheng, Blossoms Shanghai è diretta dal cineasta e scritta da Qin Wen. La serie più vista in streaming in tutto il territorio cinese vede come protagonisti: Hu Ge, Ma Yili, Tiffany Tang e Xin Zhilei.

Il TRAILER – Blossoms Shanghai

Blossoms Shanghai , ascesa e caduta nel boom economico cinese

Nella Shanghai degli anni novanta, un uomo comune, l’ambizioso Ah Bao (Hu Ge), riesce a diventare uno degli uomini d’affari più ricchi della Cina. Il suo successo è reso possibile da figure imprescindibili nel suo percorso: il vecchio mentore della finanza, la proprietaria di un Night Club e un’impiegata del settore del commercio estero. L’incidente automobilistico subito da Bao mette però in crisi i legami di fiducia costruiti dal protagonista durante tutta la sua carriera. Un impero messo sempre più a rischio da apparenti e fragili legami.

Il white-collar guilty pleasure di un sorprendente (e anomalo) Wong Kar-wai

Con un regista come Wong Kar-wai ci si aspetta sempre un’opera alla sua altezza, sontuosa, virtuosa, e sempre pronta a suscitare delle rilevanti esaltazioni autoriali. Aspettative basate sulla sua eccezionale filmografia. Potremmo citare solo Hong Kong Express, Angeli perduti e In the Mood for Love, per comporre un quadro realistico sull’influenza del regista sulla storia del cinema contemporaneo, passata e futura.  La notizia, quindi, della distribuzione internazionale della sua prima serie, Blossoms Shanghai, si è portata dietro incredibili attese e indubbie pretese di ritrovare il cinema a cui Kar-wai ci ha abituato. Invece per la sua prima opera seriale, caso culturale e commerciale in Cina, il cineasta decide di stupirci con “una prima volta” distante anni luce dalla sua collaudata esperienza cinematografica.

Blossoms Shanghai

Il sogno americano secondo Shanghai

Che Wong Kar-wai parta dal filone gangster per ibridizzare più generi non è una novità; in Hong Kong Express la rom-com nel montaggio parallelo si incontra col poliziesco urbano del traffico illegale, mentre in Angeli perduti il desiderio passionale vissuto a distanza deve convivere con il noir criminale delle luci al neon e delle ombre marcate. Non stupisce quindi che per la sua prima serie Kar-wai interconnetta, partendo dal white-collar del boom economico cinese, il thriller e il melodramma.

Ciò che invece sconvolge di Blossoms Shanghai è la sua totale aderenza con logiche e scritture convenzionali, anche e soprattutto come schema registico, dalle quali il grande autore hongkonghese ha sempre cercato di distaccarsi con una certa personalità autoriale.

La serie parte come un gangster americano degli anni ’30, tra sparatorie, investimenti accidentali, e dove l’incognita e la ricerca sui sospettati attiva un meccanismo di suspense e verità opache proprie del giallo e della classicità del noir. Al centro abbiamo l’uomo che viene dal nulla, Ah Bao, il quale sfruttando il successo e la fragilità del boom economico cinese degli anni novanta, favorito dalle riforme economiche neoliberiste cinesi, trova il successo, la ricchezza, in una Cina trasformata nell’american dream del libero mercato cinese.

Brutalmente e realisticamente non è esagerato affermare che la prima serie di Kar-wai, lontana da una sostanza autoriale, si avvicini pericolosamente verso un’intenzione commerciale, aspirando a ottenere nei mercati internazionali le stesse fortune che il protagonista fa in Blossoms Shanghai.

Il cavaliere capitalista di Shanghai

Lasciando per un istante lo schema soap adottato dal regista, Ah Bao, l’uomo comune diventato ricco e influente, riflette su se stesso e sull’intera serie un character-driven di ascesa identitaria non lontano dal modello di caduta e risalita incarnato dal monomito supereroico degli eroi occidentali. Bao, sia nelle parti del presente e del flashback (ampiamente usato nel corso della serie) affronta una trasformazione non solo economica ma in primis eroica. Come Bruce Wayne rinasce dal trauma e dalla vendetta, da un’opportunità storica (la Shanghai degli anni ’90) e dall’ambizione individuale.

Centrale è la figura del mentore da cui impara l’arte della finanza, cambia volto, modo di vestire, assumendosi tra il personale e il pubblico (l’uomo minacciato e il ricco finanziere) la maschera sociale dell’eroe capitalista. Batman opera in nome della giustizia e al di fuori della legge, Bao in un sistema capitalistico nascente ma in una zona di ambiguità morale. E Shanghai come Gotham è inseparabile dalla doppia maschera. La spazialità diventa quindi specchio di un supereroe nascente : il capitale è l’oscurità in cui destreggiarsi , gli interni il teatro melodrammatico del potere. Wong Kar-wai, propone , in maniera inusuale ma vincente, una mitizzazione del capitalista moderno e inusuale. Un eroe urbano che dà forma al caos. Un cavaliere oscuro della Cina industriale e della mobilità finanziaria.

Blossoms Shanghai

Il melodramma fin troppo convenzionale

La Shanghai di Kar-wai, evidente alterego metaforico della società cinese odierna, è un luogo inospitale, opportunista, dove ogni individuo (come testimoniano i soci di Bao dopo la sparizione del protagonista) pensa all’unica cosa che conta nel libero mercato del capitale: i soldi. Ed è in questa Cina capitalista e occidentalizzata che per Kar-wai non sembra esserci posto per l’idealizzazione nostalgica. Solo crudeltà e realtà  del denaro, in un gioco di contrapposizioni, intuibili anche dall’estetica che il regista inserisce tra specchi e riflessi dei protagonisti, che porta Blossoms Shanghai a ridisegnare una Cina molto poco sociale e molto economica, asservita alla bramosia del capitale.

Quindi tra il protagonista Bao che ridefinisce logiche da cinecomic adulto e un tema del plot di serie confinato in un’anti satira economica sulla Cina moderna, la prima serie di Wong Kar-wai avrebbe tutti gli strumenti per delinearsi come un’altra grande pagina ma televisiva firmata dal cineasta di Hong Kong. Ma a differenza di come ci ha abituato al cinema, il regista cambia sguardo e applicazione formale in una struttura narrativa diametralmente diversa e a tratti irriconoscibile.

Dal lirismo alla soap : la mutazione televisiva di Wong Kar-wai

Il registro adottato in Blossoms Shanghai tende esplicitamente verso un melodramma televisivo convenzionale con conflitti immediati e supportati da insistenti dialoghi espliciti. Non lasciando quasi nulla al lirismo e alla poetica wongkarwaiana. Muovendosi quindi nel mondo del melò tradizionale, Wong Kar-wai annienta le atmosfere allusive e rarefatte dei suoi film. L’apertura quasi da cold-open del primo episodio con i soldi che svolazzano e un uso mastodontico dei rallenty, rispondono alla necessità di usare gli eventi per mantenere alta la suspense dello spettatore, distanziandosi di molto dal creare quel cinema anti-narrativo e poetico di cui Kar-wai è stato emblema.

D’altronde un campanello d’allarme è costituito dal celebre marchio neorealista del cineasta, il voice-over, qui usato come strumento didascalico tipico del guilty pleasure o delle soap, quasi come un obbligo didattico di spiegare al pubblico ciò che accade. Il ritmo visivo non mostra niente perché è tutto già detto dalle interconnessioni relazionali dei protagonisti. Il cortocircuito soap è più evidente nel secondo episodio dove le relazioni di potere, quelle di Bao col mentore e le femme fatale della serie, appaiono confinate e assoggettate da dialoghi funzionali a rendere fin troppo lineare la narrazione.

Si assiste alla forza del dialogo proprio come avveniva nelle grandi soap americane come Dallas in cui l’impianto visivo, totalmente assente, veniva sostituito da una conflittualità presente solo nella parola. E vedendo i primi episodi sembrano quasi scontate le indicazioni registiche date da Wong Kar-wai ai suoi attori, basti pensare al personaggio di Tiffany Tang interprete di uno smisurato e grottesco approccio soap fin troppo sopra le righe.

Blossoms Shanghai

Rallenty e banconote, destrutturazione di un cineasta

Blossoms Shanghai è un prodotto apparentemente pensato per lo spettatore cinese anche per aver recuperato l’interesse per il dialetto shanghainese e il nostalgico ricordo per il fiorente boom economico anni ’90. Ma, proprio per la sua struttura narrativa, fin troppo lineare e la sua predilezione a costruire eventi da simple television, sembra conformarsi proprio in una classica serie adatta per il mercato internazionale. Prova ne sono i fruttuosi accordi di product placement che la serie ha stretto con rinomati marchi occidentali del calibro di KFC e Armani.

Quindi chi crede di vedere in Blossoms Shanghai  il Wong Kar-wai di Angeli perduti o Happy Together ne rimarrà incredibilmente deluso. Una serie furba e incoerente col glorioso passato del cineasta hongkonghese, trasformatosi per l’occasione nella versione maschile di Shonda Rhimes.

  • Anno: 2026
  • Durata: 50'
  • Distribuzione: Mubi
  • Genere: thriller-soap
  • Nazionalita: Cina
  • Regia: Wong Kar-wai
  • Data di uscita: 26-February-2026