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‘Funny Girl’, il musical stratosferico

Barbra Streisand furoreggia per intensità drammatica e leggendaria tempra canora in un ritratto femminile d’arte e d’amore, scalzando il tripudio di una messinscena artificiale, sradicata dal proprio tempo

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1968: è nata una stella (al cinema)! Esordire sullo schermo vincendo un Oscar come migliore attrice protagonista, ex aequo con Katharine Hepburn per Il leone d’inverno (una spartizione unica nella storia degli Academy Awards), è tappa esorbitante nella fenomenologia del divismo: accadde a Barbra Streisand, protagonista-demiurgo di Funny Girl di William Wyler, disponibile su RaiPlay. Se esistono (rari) film la cui statura espressiva trascende i limiti stilistici del complesso dell’opera e si appropria invece delle virtù della sua interprete, questo musical, targato Columbia Pictures e tratto dall’omonimo spettacolo di Broadway con la stessa Streisand, è lo studio di caso più rappresentativo.

Elefantiaco e sbilanciato, evolve tuttavia come dinamico affondo caratteriale di un’artista compromessa dai sentimenti, nell’accattivante binomio di arte e vita. Con Omar Sharif nel supporting role di latin lover idolatrato e rovinoso.

Poor little funny girl 

Liberamente ispirato alla parabola screziata di Fanny Brice (1891-1951), ciclone di humour e vocalità sui palcoscenici newyorkesi e dalla vita matrimoniale indigesta. Tra le due guerre mondiali, dai quartieri bassi di New York Fanny Brice, una determinata ragazza ebrea scala le vette di Broadway come stella del varietà delle Ziegfeld Follies, con la verve naïf degli estroversi e un bagaglio di insicurezze estetiche. Innamoratasi di un fascinoso avventuriero, Nick Arnstein, sacrificherà la felicità e il matrimonio quando l’uomo verrà condannato per truffa, dopo anni di dipendenza dal gioco d’azzardo.

Scritto per il palcoscenico dalla sceneggiatrice Isobel Lennart, con musiche e testi di Jule Styne e Bob Merrill, ai Tony Awards 1964 numerose furono le candidature del musical teatrale e altrettante furono le nomination per la pellicola agli Oscar 1969, ma l’unico riconoscimento tributato fu la statuetta alla Streisand, a conferma, almeno al cinema, dell’unicità sovrastante del contributo artistico della sua interprete.

Un sogno chiamato Barbra

Pur per sua natura privato di una cifra strettamente autoriale (da parte di un regista che ha privilegiato l’impeccabilità invisibile come firma espressiva, seppur non estranea a tocchi profondi e personali), Funny Girl si appiana sotto una confezione media e rimpolpata, in cui il più hollywoodiano metteur en scène in interni, in particolare teatraleggianti (si veda Piccole volpi), avrebbe potuto infondere quella densa e preminente coincidenza tra psicologie di caratteri e spazialità filmiche che gli spianò la strada per quatto Oscar alla regia.

Wyler, invece, che nel 1965 diresse un film contrario come Il collezionista, su questa materia melodrammatica, su questo assolo al femminile, plana come un superlativo voltapagine di romanzi, con tanto mestiere ed effimera maniera, rischiosamente fiducioso della statura attraente della sua eroina, o meglio della sua diva, nell’atto definitivo della sua consacrazione camaleontica (dopo i dischi d’oro, i tre Grammy, i due Emmy, i duetti tv memorabili allo show di Judy Garland). Tra i brani iscritti nella storia del genere, People e Don’t Rain on My Parade.

A passi up and down

Musical spurio a ritmo intermittente, bildungsroman ad occhi spalancati su una talentuosa cenerentola ebrea, paradigmatica giostra dei tonfi dell’American Dream (sulle note dolenti e letali di show business e colpi di fulmine), Funny Girl non può che essere eccessivo come il talento della sua attrice, smanioso come il temperamento volitivo di una star assoluta, senza precludersi un ripiegamento malinconico e solitario che circolarmente apre e chiude il film (non casualmente nella platea teatrale), in quella condizione esistenziale imprescindibile dell’essere artista.

Coreografie sovraccariche, perle e strascichi, pailettes e ghirlande, scenografie faraoniche: le sequenze musicali si ammantano del sogno più stilizzato che artefatto di una Hollywood sepolta, incenerita anni addietro dal tracollo della Paramount (1963) a effetto domino, dal canto del cigno dello star system con la morte di Marilyn Monroe, dall’incalzare di un’altra Hollywood, giovanile e dirompente. Mentre gli anni Venti di Fanny Brice e William Wyler si estraniano in una patina retrò, là fuori, nel 1968, qualcosa brucia e avanza. Eppure la Streisand da giovane veterana delle luci della ribalta trova la chiave di volta per il suo personaggio, in un ventaglio colorato e moderno di intraprendenza da golden girl e adesione psicologica.

Le ali spezzate del successo

Il crocevia introspettivo tra innamoramento e ambizione è snodo inestricabile e doloroso del cinema statunitense che, nei meandri dell’ambiente musicale, ha esplorato le tentazioni faustiane dell’artista sulla soglia del successo fagocitante, in un crepuscolare ricatto emotivo di compromessi e solitudine, che è poi l’ennesimo beffardo e cupo trionfo del capitalismo a stelle e strisce; dall’archetipo di È nata una stella (interpretato nei decenni, con spirito di eredità artistica, da Judy Garland, dalla stessa Streisand e da Lady Gaga), Funny Girl conserva solo radi fuochi, mentre all’orizzonte giace trascurato Swing High, Swing Low (1937) di Mitchell Leisen, più defilato ma autenticamente struggente, non solo per la presenza di un’inedita Carole Lombard.

Funny Girl

  • Anno: 1968
  • Durata: 155'
  • Genere: musicale, drammatico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: William Wyler