Al 24esimo Florence Korea Film Festival, tra i titoli dell’Omaggio a Gong Yoo, The Age of Shadows (2016) è un’opera vibrante ed evocativa, ambientata alla fine degli anni Venti, in un periodo di grande importanza per la storia della Corea. Diretto da Kim Jee-woon, anche co-autore della sceneggiatura, insieme a Lee Ji-min e Park Jong-Dae, il film ha gareggiato per entrare nella shortlist degli Oscar come Miglior Film Straniero, è stato presentato a Venezia 73 e ha trionfato al Fantastic Fest di Austin.
Acclamato da critica e pubblico – ha dominato il box office in patria per tre settimana di seguito – The Age of Shadows mantiene tutto il suo fascino e la sua potenza visiva, oltre che narrativa, andando a raccontare uno spaccato storico, politico, sociale, in maniera accattivante e fruibile anche dal grande pubblico.
The Age of Shadows | La trama
Lee Jung-chool (Song Kang-ho) sta per catturare uno dei più ricercati membri della Resistenza coreana, Kim Jang-ok (Park Hee-soon), grazie a una soffiata arrivata alla polizia giapponese. Circondato da uomini armati e pronti a sparare a vista, sebbene l’ordine sia quello di prenderlo vivo, l’uomo ingaggia una fuga senza speranza, finendo per togliersi la vita davanti al capo dell’operazione.
Perché dovrei fidarmi di te?
Deciso a recuperare ciò che ha perduto nella missione finita tragicamente, Lee Jung-chool si mette sulle tracce di Kim Woo-jin (Gong Yoo), affiancato, suo malgrado, dal collega Hashimoto (Uhm Tae-goo). Quest’ultimo ha, in realtà, il compito di controllare le azioni dell’altro, sospettato di lavorare col nemico. Il confine tra le due fazioni, si fa via via più sottile, soprattutto dopo l’incontro tra Lee Jung-chool e il leader della Resistenza, Jung Chae-san (Lee Byung-hun, No Other Choice). I due, schierati su fronti opposti, hanno a cuore la medesima Patria.
Un pezzo di storia per raccontare uomini e donne a un bivio
The Age of Shadows offre uno sguardo profondo, sentito e lucido su un pezzo di storia complesso e pieno di sfumature. Senza lesinare in crudezza e violenza, il racconto si sviluppa lento ma non piatto, prendendosi il tempo necessario affinchè tutto assuma la giusta valenza e il pubblico riesca e entrarvi dentro. Il respiro dei personaggi detta il ritmo, che cambia a seconda delle situazioni e dei momenti che affrontano. Da un inseguimento degno di entrare negli annali della Settima Arte – la scena d’apertura, coreografata e ripresa com’è, dà addirittura l’idea di un musical – a terribili torture che spingono a distogliere lo sguardo.
Sono un soldato che ha perso il paese.
Con un’atmosfera fumosa e ipnotica che ne caratterizza buona parte, la pellicola pone sotto la luce dei riflettori uomini e donne a un bivio. Ogni scelta ha delle conseguenze, ma a guidarle non è sempre la coscienza. Il problema è fare i conti poi con ciò che rimane, soprattutto quando il tradimento coinvolge se stessi. Le figure sullo schermo incrociano le rispettive strade in un punto nevralgico della storia, facendosi portavoci di valori e di interrogativi ancora oggi estremamente attuali.
*Sono Sabrina, se volete leggere altri miei articoli cliccate qui.