“I corpi estranei” di Mirko Locatelli: raccontare il dolore, si può

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E’ uscito su streaming e il 7 ottobre in DVD il film di Mirko Locatelli I corpi estranei . Ed è di fine settembre l’iniziativa milanese dello stesso Mirko Locatelli, della moglie Giuditta Tarantelli e un gruppo di amici, riuniti nell’Associazione I 400 colpi:  l’apertura del Cinema di Quartiere. Siamo ad Affori, una volta periferia della città, ora raggiunta dalla metropolitana: linea tre, meno di un quarto d’ora da Piazza Duomo.

Appena trenta posti, in una saletta intima, per chi ama i film lontanissimi dalle multisale e dai non luoghi che le multisale rappresentano. Si può anche arrivare prima della proiezione e godersi un aperitivo con organizzatori e registi, presenti in sala per una chiacchierata prima e dopo il loro film, senza fretta. L’atmosfera giusta per vedere o rivedere I corpi estranei che Mirko Locatelli, ce lo ha promesso, prima o poi inserirà nella programmazione.

Il film è uscito in primavera, ma io sono riuscita a costruirmi alibi perfetti per non vederlo, allora. La storia di un bambino piccolo ammalato di cancro mi risultava insostenibile, tanto da leggere le recensione solo di sfuggita; ma non esistono alibi perfetti e prima di conoscere  Mirko Locatelli al Cinema di Quartiere (se siete a Milano, andateci, vale la pena), l’ho recuperato in streaming, e che bella sorpresa!

E’ vero, c’è un bambino di appena un anno accompagnato dall’Umbria a Milano per essere operato di tumore al cervello ed è tutto più che realistico: il tragitto in macchina, il programma alla radio, l’ospedale, i gesti, le parole. Ma l’attenzione sul genitore, dalla prima inquadratura all’ultima, e il pudore di ogni scena rendono la narrazione avvincente e tollerabilissima, a dimostrarci che il dolore si può raccontare, anche quello più inenarrabile. Se nel ruolo del padre, Antonio,  poi c’è Filippo Timi, con la sua voce profonda e la sua espressione intensa, ancora di più.

Antonio  prega e impreca, accende ceri in chiesa, e si sfinisce di stanchezza lavorando ai mercati generali (perché ha bisogno di soldi o per stordirsi di fatica?); si avventa contro la macchinetta del caffé quando smette di funzionare e si addolcisce durante le telefonate alla moglie e al figlio Francesco rimasti a casa. Non accetta intrusioni d’altri in una disperazione che sente tutta sua e che non ha nessuna intenzione di lenire, di consolare, né tanto meno di condividere.

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E non sarà certo l’incontro nei corridoi con l’adolescente Jaber (marocchino o algerino, che cambia per Antonio?), a fargli venire voglia di comunicare: gli arabi puzzano, parlano in modo incomprensibile, sono rumorosi. “Pregherò per tuo figlio”, gli dice Jaber, ma Antonio si lava le mani accuratamente dopo il contatto involontario con lui.

E’ un padre disperato, ripreso sempre senza cedimenti filmici, nel tempo reale e nelle azioni quotidiane: conta i soldi, fa il bucato, litiga con i lacci delle scarpe e con lo sciacquone del water, consuma i pasti da solo, in silenzio.  Un’ordinarietà che si ripete, banale e straordinaria, e che sembra voler imprigionare il dolore: “Chiudiamo il dolore a chiave dietro una porta e lo lasciamo gridare e poi troviamo un modo per farlo uscire”, dice Mirko Locatelli. Di porte e finestre se ne vedono tante, nella Milano livida e piovosa che è la stessa di questi giorni autunnali. Filippo Timi è inquadrato spesso al di qua di una vetrata e di spalle. Bellissima l’immagine con in braccio il piccolo Pietro, loro due al buio e la luce di fuori a delinearne i contorni!

Da subito colpisce vedere la nuca di Filippo Timi così spesso, fino a conoscerne presto ogni neo ed ogni piega della pelle. Non sono semplici soggettive; è qualcosa di spiazzante che ti lascia lì quasi senza fiato. Ed è sempre il regista a spiegarcelo come un “pedinamento per porre lo spettatore in una situazione di svantaggio, in modo che scopra gli spazi un attimo dopo il protagonista”, come a fare dei luoghi estranei che gli si aprono davanti “un terzo incomodo, un sorta di altro personaggio”.

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Ogni tanto il padre si gira di poco, fino a scoprire il volto pallido, la barba trascurata, le occhiaie, l’espressione stravolta. È ruvido Antonio, con i suoi vestiti stazzonati, le magliette slabbrate, i maglioncini e le felpe da poco prezzo. E’ ruvido, ma di una tenerezza struggente quando parla con il piccolo Pietro e stabilisce una complicità tutta loro (“Se ci vedesse la mamma! Ma la mamma non c’è e mangiamo come ci pare!”). Filippo Timi per questo si è affidato davvero a un linguaggio spontaneo, ad una relazione autentica non prescritta dal copione. Ma il suo personaggio continua a rifiutare quella sana complicità che potrebbe arrivare dall’esterno, quella che il giovane Jaber gli propone a vuoto. Lui non la coglie, come potrebbe accoglierla! Preferisce affidarsi a gesti automatici, alle piccole compulsioni per tenere a bada ciò che non si può dire, che non si vuole dire.

Ci aspetteremmo, anche noi spettatori non sprovveduti, che ad un certo punto l’avvicinamento avvenga. Quando Antonio prende a pugni la macchina del caffé e compare Jaber pensiamo che sia lì per farla funzionare e invece no. Antonio dice tra sé “E ‘mo arriva pure l’arabo”, si allontana e  l’arabo intasca la monetina.

Ci aspetteremmo quel po’ di stereotipo che alleggerirebbe la durezza dell’incomunicabilità. Ma  questa storia senza eroismi e senza pietismi non prevede scappatoie, affinità o complementarità, né lente né improvvise, quelle a cui tanto cinema e tanta letteratura ci hanno abituati. Il protagonista cerca protezione nel suo mondo, senza aperture dall’inizio alla fine, neanche quella più scontata che i luoghi della  terapia ci hanno raccontato. Bisogna aspettare l’ultima scena perché sia Antonio a  chiamare Jaber con un brusco saluto e un brusco complimento. Solo a  quel punto, le lacrime a lungo trattenute di Jaber possono farsi anche nostre.

Margherita Fratantonio



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