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Berlinale

‘We Are All Strangers’: l’odissea familiare che sarebbe un degno Orso d’Oro

We Are All Strangers di Anthony Chen, la prima opera proveniente da Singapore a venire selezionata per il concorso della Berlinale, è un ritratto familiare espansivo che coltiva emozioni sincere; un’opera struggente e formativa

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A un certo punto del nuovo film di Anthony Chen, presentato in concorso alla 76esima edizione della Berlinale, un personaggio scoppia improvvisamente a piangere in mezzo a un autobus traboccante di passeggeri. È la scintilla di una rapida presa di coscienza nello spettatore, che percepisce materializzarsi nel profondo, servito su un piatto d’argento, il significato dietro la scelta del titolo. Siamo tutti estranei in balia di emozioni più grandi di noi, silenziosi testimoni noncuranti dei momenti più importanti della vita del proprio vicino, o in alternativa fragili vittime alla mercé di occhiate più o meno indiscrete.

È ironico introdurre con questa premessa, visto che il titolo originale del film, “Wo Men Bu Shi Mo Sheng Ren”, significa letteralmente l’opposto. Eppure, riflettendoci, la tesi resta la stessa, e acquista persino una nota tiepida di consolazione: in fondo, la linea che separa uno sconosciuto da un amico è il semplice condividere un’esperienza, e noi, come esseri umani, non proviamo forse tutti lo stesso spettro di emozioni?

Crescere a Singapore: la trilogia di Anthony Chen

Questa è solo una delle tante scene memorabili di We Are All Strangers (Wo Men Bu Shi Mo Sheng Ren), magistrale conclusione della trilogia antologica sul crescere a Singapore, iniziata nel 2013 con Ilo Ilo, eletto miglior debutto di quell’annata a Cannes, e proseguita nel 2019 con Wet Season. La vera peculiarità di questo progetto decennale è che gli attori principali di questo terzo capitolo sono gli stessi dei precedenti. Siamo quindi di fronte al compimento ideale di un percorso che ha permesso di affrontare con la giusta consapevolezza questa storia dalla portata emotiva sconfinata, plasmata dalle esperienze di vita accumulate nel tempo dallo stesso regista e dal cast, ma definita prima di tutto dalla trascinante sincerità che caratterizza anche i momenti più melodrammatici della sceneggiatura.

“Tornare a completare la mia trilogia di Singapore ‘Growing Up’ con Yeo Yann Yann e Koh Jia Ler è un viaggio profondamente personale. Sono attori con cui collaboro da oltre 13 anni”, ha detto Anthony Chen. “Attraverso questi film siamo cresciuti insieme, e per certi versi la trasformazione rispecchia il cuore di queste storie”

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Primi e ultimi amori

Ci troviamo a Singapore, luogo ingannevolmente utopico dove il giovane Junyang si crogiola con orgoglio nella nullafacenza, mentre suo padre fatica in un noodle shop per tenere a galla la loro vita modesta. L’unico suo obiettivo concreto è conquistare Lydia, ragazza di buona famiglia destinata a proseguire gli studi in una scuola prestigiosa. I due si innamorano e iniziano una relazione, ma a seguito di un ostacolo inaspettato l’idillio lascia prematuramente spazio alle responsabilità opprimenti del mondo degli adulti.

Nel frattempo, una nuova donna entra nella vita (e nel cuore) del padre, deciso a rimettersi in gioco dopo la morte della moglie; peccato che a Junyang non vada a genio l’idea di convivere con un’esuberante cameriera che alza facilmente il gomito. Prende quindi forma un ecosistema familiare precario e imperfetto, nato dal connubio di un primo e un ultimo amore, due generazioni tendenti a conflitto che dovranno imparare a trovare un nuovo equilibrio sotto lo stesso tetto.

L’arte può eccedere di emotività?

Anthony Chen accompagna i suoi personaggi in una coinvolgente saga familiare, genere grazie al quale si confronta con tematiche universali come l’amore e l’importanza di assumersi le proprie responsabilità, ma soprattuto con la spaccatura di classe che definisce la società contemporanea di Singapore. Il regista non manca di tradire un visibile coinvolgimento emotivo, aspetto che conferisce al film la sua poetica trascinante, ma che lo apre a manifestazioni eccessive di sentimentalismo. Questa tendenza è riscontrabile soprattutto nei risvolti di trama che si rivelano in dirittura di arrivo,  ma coincidono anche con l’unica accusa che è possibile avanzare al film.

Tuttavia, è necessario porsi una domanda; davvero è importante puntare a tutti i costi alla perfezione? Ci troviamo in presenza di “sbavature a fin di bene”, dettate unicamente dall’entusiasmo per le emozioni che si stanno comunicando. Un reato nobile per cui si possono chiudere entrambi gli occhi, ma soprattutto un ottimo promemoria del fatto che all’arte dovrebbe essere concesso di essere imperfettamente sincera.

We are All Stragers (Wo Men Bu Shi Mo Sheng Ren)

  • Anno: 2026
  • Durata: 157 minuti
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Singapore
  • Regia: Anthony Chen