Festival di Roma: incontro con Tomas Milian

È sempre così. Quando un importante Festival internazionale ospita un altrettanto importante artista, gli appassionati di cinema sono impazienti di vederlo dal vivo, di nutrirsi delle sue parole, di scoprire i suoi segreti, di ripercorrere i momenti più significativi della sua carriera. In nove edizioni, il Festival Internazionale del Film di Roma ci ha fatto sognare con l’evento Incontro con il pubblico, intervistando autori ed attori del calibro di Al Pacino, De Niro, Coppola, Stallone, Meryl Streep, Tornatore, Cronenberg e moltissimi altri. Quest’anno decide di regalarci la presenza di un grande attore dalla raffinata tecnica, dai mille volti e da un grande cuore: Tomas Milian, er romano de Cuba, a cui è stato conferito il Marco Aurelio Acting Award 2014. Barba bianca, cappello da baseball, spilletta giallorossa su giacca nera.

Nonostante i suoi occhiali da vista e il bastone dal pomello d’argento sul quale si sorregge ci facciano realizzare che gli anni passano anche per un mito come lui, il suo sguardo e la sua fisicità sono fieri e la sua presenza è più vivida che mai. I suoi personaggi hanno spaziato tra tutti i generi cinematografici: dal giallo al drammatico, al western, thriller, commedia, polizi(ott)esco… Dalla geniale invenzione de Er Monnezza e Nico Giraldi, maschere indimenticabili come fu Charlotte per Chaplin o la popolana per Anna Magnani, al mitico gobbo nei film della Roma a mano armata. Che fosse un attore dotato di grande emotività lo dimostrano palesemente i suoi personaggi, appunto: cinici, infami, violenti. E divertenti, sguaiati, esagerati. Tutte quelle emozioni indispensabili che ci fanno pensare: “ecco, in quella scena di quel suo film ho riso o ho pianto talmente tanto che mi fanno ricordare di un bellissimo momento vissuto in modo intenso e spensierato…”. E questo fa bene all’Anima. Quello che sorprende ancor di più è che sia tanto, genuinamente emotivo anche come uomo. Protagonista di eccellenti pellicole dirette dai maestri Luchino Visconti, Albero Lattuada, Pasolini, Lenzi, Sidney Pollack,  Giulio Questi, Dennis Hopper, Antonioni, Soderbergh, Sergio Corbucci, Abel Ferrara, Oliver Stone, Tony Scott, Sergio Sollima, Spielberg, Lucio Fulci…  Ed è proprio con una clip di frammenti tratti dalla sua vastissima filmografia che si apre l’incontro. È davvero incredibile quanto un attore possa trasformarsi e sembrare ogni volta una persona diversa. Ci vogliono anni di tecnica, sacrificio, passione, talento innato…ma ancora qualcosa in più. Qualcosa che abbiamo imparato oggi da Tomas: una storia da raccontare. La sua storia. E un carattere ribelle.

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Tomas parla senza schemi: i due moderatori dell’incontrano provano a porgli domande specifiche sul suo percorso d’attore, ma senza ottenere la risposta che si aspettavano. “Io lo so che il festival ha i suoi tempi e io parlo tanto…ma lasciatemi il tempo di raccontare cosa cazzo è successo nella mia vita!”. Esclama il cubano. Ci parla da cuore a cuore, anche il microfono diviene un ostacolo tra la sua voce e i suoi spettatori. Inizia dalle sue origini, dalla sua famiglia. Sì, perché tutto parte da lì:dai nostri desideri e le nostre paure, come le affrontiamo e come decidiamo di canalizzare la nostra energia, tutta la rabbia e i nostri sogni . Per Tomas è stato così: “Il mio film preferito era La Valle dell’Eden e mi identificavo molto con il personaggio interpretato da James Dean, poiché anche io avevo un rapporto molto difficile con mio padre…Lui si suicidò davanti a me quando avevo 12 anni, con un colpo di pistola al cuore e io ne rimasi scioccato…ma nello stesso tempo mi sentivo liberato come quando un popolo si libera dal suo dittatore…e mi sentivo finalmente il protagonista del mio film. Anche se non ero nella valle dell’Eden, ma nella valle dell’inferno. Il mio inferno.” Parla a lungo anche di sua madre: “Io non ho mai avuto amore in vita mia. Mia madre non mi ha mai amato…la mia unica, vera madre è stata ed è Roma…e tutti voi…” . La sua voce si spezza, interrotta da pure lacrime di commozione.

Scusate, ma non pensate che io sia un piagnone! È solo che quando parlo d’amore, io piango.” ,riprende l’attore, sdrammatizzando simpaticamente con il suo tocco poetico.

Sognavo Elia Kazan e l’Actors studio di Ny. Volevo andare via da Cuba, dalla mia vita da ragazzino viziato e borghese. Ma non sono fuggito: “fuggire” è una parola brutta, da vigliacco. E io sono molto coraggioso”. Ci racconta del suo viaggio alla conquista degli Stati Uniti, della sua esperienza nella Marina Militare dove imparò l’inglese che gli permise di affrontare il suo primo, vero provino all’Actors studio. Durante quel provino (la scena che scelse era tratta dal film Home of the Brave di Arthur Laurents), egli “guarì” dal suo senso di colpa per la morte del padre che lo stava divorando: attraverso quella performance avvenne una totale catarsi tra sé stesso e il personaggio che divennero una cosa sola e gli permisero di dimostrare a tutti il suo talento per la recitazione.

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Il suo personaggio preferito tra i  molteplici che ha indossato in vita sua? Proprio lui, quello che noi italiani – e romani, soprattutto- conosciamo di più: er monnezza. È il personaggio che ha dato modo a Tomas di capovolgere la sua realtà, di avvicinarsi al pubblico che tanto ama e di vestire i panni di un uomo comune e semplice. Forse il ruolo più difficile in assoluto. La comicità non è assolutamente da sottovalutare, molto critici dovrebbero imparare una lezione su cosa, secondo loro, è da considerare “impegnato” o meno. Ricorda anche la sua “spalla” in scena: Bombolo: “era un amico…Noi due eravamo come due bambini grandi.”.

Tomas Milian è un artista generoso, un grande esempio di professionalità, umiltà e sensibilità. Quasi fuori luogo in un contesto oramai troppo politicizzato come il Festival di Roma, ma proprio per questo il suo intervento si è rivelato assolutamente necessario e rimarrà un pezzo di storia indimenticabile. Come cantava Battiato e come ci ha ricordato Tomas in questa Master class…: “…mandiamoli in pensione i direttori artistici, gli addetti alla cultura…”. Il cinema è solo di chi lo vive e lo ama davvero.

Giovanna Ferrigno



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